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Peace is for pussies

The canal

thecanalLe prime due sequenze di The canal racchiudono l’essenza del film che, per sgombrare subito il campo dagli elementi più discutibili, è uno dei più derivativi e meno originali degli ultimi anni (al pari, comunque, di una di quelle pellicole che intasano i primi posti delle classifiche), d’altro canto è onesto nei suoi intenti di intrattenimento, ma intrigante, se non spesso ambizioso, nella sua progettualità artistica e tecnica.

David (Rupert Evans, sottilmente abile nel far trapelare squarci di follia sotto una superficie bella in modo canonico e rassicurante) è un archivista cinematografico, coadiuvato nel suo lavoro da Claire (Antonia Campbell-Hughes, stereotipo della bruttina che arde di passione neanche tanto poco esibita per il collega).

Le figure di David e Claire si stagliano in primo piano su uno sfondo rosso, come una versione malevola di un green-screen, e David si rivolge guardando in camera a un pubblico di bambini esagitati, che deve convincere a prestare attenzione ai vecchi filmati che sta per mostrare, e il cui chiacchiericcio in sala si sentiva già sui crediti iniziali, come spesso accade in una vera sala cinematografica.

Who wants to see some ghosts? Ghosts?

Una semplice parola, le sinapsi che l’hanno registrata si attivano e il silenzio cala.

Let’s just watch it.

E un assalto di coltellate visive montato da Robin Hill (Kill list, Sightseers), responsabile di un gioco quasi sperimentale di fratturazione del ritmo che sostiene la tensione per tutto il film, introduce il secondo elemento peculiare di The canal.

Fantasmi e visioni.

Un piatto classico quello offerto da un dichiarato horror-maniaco come Ivan Kavanagh, che cita nelle sue interviste Don’t look now di Nicolas Roeg come uno dei principali punti di riferimento e ha dichiarato di aver voluto creare un’esperienza viscerale.

Sottolinerei soprattutto questa faccia del film, perché il suo punto debole è che nella sua classicità, e nei riferimenti ben più banali del film di Roeg (persino The ring, Sinister, Woman in black), risulta essere una pellicola molto debole e prevedibile.

David sospetta che la moglie Alice lo tradisca e la gelosia lo rende paranoico.

La visione di filmati di cronaca nera del 1902 lo conduce alla scoperta che la sua casa è stata teatro di un massacro famigliare con moventi indefiniti, da quel momento il suo stato mentale muta e i suoi incubi bagnati di sangue e femminicidio rivelano una celata empatia con l’autore dei delitti, William Jackson, un inquietante energumeno che trasuda sadismo e che David inizia a scorgere anche a occhi aperti.

Lo scivolamento mentale di David non appare repentino in quanto Kavanagh lo rende palese sin dai primi minuti e il tracollo psicologico di David, durante la notte in cui Alice viene uccisa, viene rappresentata come un’allucinazione ambientata in surreali bagni pubblici in cui il pluriomicida, come un messaggero infernale, sussurra al protagonista pensieri efferati.

Non rimangono molti dubbi su quali eventi siano accaduti e sull’identità dell’assassino di Alice.

Restano il mistero sulla presenza di fantasmi (che David riuscirà a vedere tramite una vecchia cinepresa) e sulla reale natura degli atti compiuti da William Jackson.

The canal a partire da quella sequenza pivotale si sviluppa come una progressiva presa di coscienza che passa attraverso la disgregazione mentale ed è nella rappresentazione di questo processo che Kavanagh sfoggia una perizia e una cura tali da far dimenticare una storia tanto già raccontata mille volte, quanto tristemente comune nelle cronache, seppure con pennellate di elementi soprannaturali e sacrifici umani che la rendono più cruda.

Intanto il regista si è impegnato in modo maniacale nella costruzione di un’atmosfera elettrica e ansiogena, supportato sia dal già citato Hill, a cui ha aggiunto la sua stessa esperienza come editor, sia dalla colonna sonora (Ceiri Torjussen) quasi onnipresente e malsana e da un sound-design creato ex-novo che aggiunge altri pugni sul tavolo.

Fiore all’occhiello è la fotografia eccellente gestita da Piers McGrail (da tenere d’occhio con Let us prey) e ho proseguito nella visione del film soprattutto per il piacere tratto dai miei occhi lacerati da troppi mockumentary: gli schemi cromatici, insieme alle inquadrature, sono organizzati in modo sempre più innaturale e artificioso, i colori diventano ipersaturi e i contrasti si accentuano in un’operazione di tonalismo visivamente e psicologicamente raffinato che ottiene in più di una scena effetti pittorici e ipnotici.

A questa eleganza contribuiscono l’uso pensato di Kavanagh ora di inquadrature statiche ora di riprese a spalla, quando il protagonista (e lo spettatore) devono essere destabilizzati, la ricerca nello sviluppo dei filmati del 1902 di un risultato che fosse paragonabile a quello dei film dei Lumière (Kavanagh ha reperito una Universal camera del 1915 utilizzata anche sui fronti della Grande Guerra e un tipo di pellicole 35 mm in bianco e nero ormai irreperibile) e l’adozione di lenti degli anni ’70.

Di fatto il risultato, questo sì originale e personale, è sensorialmente moderno seppur conseguito con mezzi sorpassati, mentre la storia sullo sfondo si dipana intorno a nuclei di film precedenti catabolizzati e messi in cortocircuito.

In rare occasioni la narrazione sorprende, la vera protagonista è la modalità con la quale viene fatta esperire allo spettatore ed è probabilmente un peccato perché Kavanagh, anche sceneggiatore, chiude il film con un paio di scene che fanno stringere le surrenali e si avviano verso una vetta di cattiveria che rientra nella logica di un racconto sull’inevitabilità, ma che lascia amareggiati e sopraffatti nella sua esecuzione drammatica e intrinsecamente crudele.

Inoltre una sequenza, che deve aver fatto collassare intere commissioni di censura, spezza il montaggio alternato delle concitate rivelazioni finali con la portata disturbante insita nel parto di un’ombra junghiana e dimostra la capacità di Kavanagh di allestire incubi raccapriccianti, in tono con un’ormai definitiva implosione dell’inconscio e pertanto strada visiva giustamente non percorsa fino a quel momento clou per non alleggerirne l’impatto devastante.

A costo di ripetermi: eleganza, perizia tecnica (e Kavanagh è pure autodidatta) e il talento nel riuscire a torturare lo spettatore con tutti i mezzi cinematografici a disposizione lasciando pure una traccia emotiva nonostante un canovaccio usuale trattato, tuttavia, con crismi di materiale di prima qualità.

Tutto questo può compensare generosamente le carenze contenutistiche.

Un commento su “The canal

  1. bradipo
    18/11/2014

    sono pienamente d’accordo: il piacere della visione si ferma all’epidermide ma questo film colpisce soprattutto per la forma, ricercata, che per il contenuto, decisamente poco originale. Ma quel canale non ti ha ricordato nemmeno un po’ In Absentia di Flanagan?

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Questa voce è stata pubblicata il 15/10/2014 da in Cinema, recensione con tag , , , , .

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