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Peace is for pussies

The taking of Deborah Logan

ttodl

Here we go again…

La valanga di mockumentary che monopolizza da tempo il genere horror sta suscitando in più sedi alzate di sopracciglio o vero proprio rigetto.

Nel contempo una cornice visiva che più che finto-realistica è sovente povera, sciatta e visivamente intollerabile sembra non generare presso il grande pubblico le stesse reazioni di rifiuto e i produttori vedono in film a basso costo e una (relativamente) alta resa finanziaria una fonte di reddito da spremere.

Prima o poi questa subdola moda, che poteva sembrare intrigante ai tempi di The Blair with project, passando per esperimenti misti come The rise of Leslie Vernon, vedrà un ridimensionamento.

Non sono contrario a priori all’uso totale o parziale di questo genere di cornice, ma ritengo che debba essere giustificata e non sembrare del tutto pretestuosa fino a schiacciare ogni possibilità narrativa in nome della ripresa facile e low-cost.

E quando anche viene giustificata i risultati sono spesso aberranti sotto qualsiasi aspetto tecnico e questo è l’aspetto che più considero offensivo.

The taking of Deborah Logan sulla carta non solo risultava strutturato come un mockumentary, ma la sinossi lasciava presagire eventi di possessione, una sottocategoria di eventi horror di fronte ai quali ho sempre avuto difficoltà a rimanere serio, tra parole in latino pronunciate in modo maccheronico e gente tarantolata.

Di fatto il regista Adam Robitel, al suo primo lungometraggio, benché non risulti grondare di quella personalità che altri suoi colleghi (più dotati di talento o esperienza) hanno dimostrato addentrandosi nello stesso genere, nelle vesti anche di sceneggiatore si prende qualche libertà narrativa che esce dal canone del real-time o in più di un’occasione chiede sforzi biblici al direttore della fotografia per creare immagini o intere sequenze intrise di un’atmosfera surreale e malsana.

Il pasto nudo di Nonna Deborah

Robitel gioca in modo cinico e baro con i mezzi a disposizione, ma i suoi violare le regole e non accontentarsi della semplice ripresa e buona-la-prima denotano un intento di ricerca del brivido che pervade tutto il film in ogni suo aspetto e dato che è questo l’assumersi responsabilità nella direzione, senza limitarsi solo a piazzare una telecamera, non posso che approvare.

La scelta mockumentaristica è persino naturale visto lo spunto di partenza (una studentessa ottiene dietro pagamento la collaborazione per realizzare un documentario da parte di una donna e della madre, Deborah Logan, affetta da Morbo d’Alzheimer nelle sue prime fasi) e crea l’elemento ideale di contrasto tra i segni attesi di una normale evoluzione della malattia e accadimenti clinici incomprensibili che le riprese via cam connotano, anche a occhio scettico, come di carattere soprannaturale, con una neutralità ben più oggettiva di una visione medica inevitabilmente ottusa.

Nonostante le vicende siano animate da un nutrito gruppo di personaggi secondari, centro di questa parabola di malvagità è Deborah Logan, impersonata da Jill Larson con passione diabolica e distruttiva, forse causata dagli innumerevoli anni trascorsi tra le riprese di soap-opera.

L’attrice non si limita a esibire ed esacerbare tratti di anzianità, ma consapevole del proprio aspetto e della propria fisicità, che non esita a mostrare nuda o a martoriare, si eleva sopra tutto il cast con il suo controllo maniacale dei gesti, delle espressioni, della voce lungo tutto il percorso di scivolamento verso una condizione di follia, un mutamento che stupisce i medici per la rapidità d’insorgenza, ma che Jill Larson riesce a rendere comunque graduale, modulando alti e bassi umorali, e contribuisce così al crescendo della tensione evitando di sembrare la versione senile di Brie Van de Kamp che un mattino si risveglia esigendo all’improvviso vergini da sacrificare in riti ofitici.

Alcuni recensori sottolineano la presenza di una virata centrale verso il soprannaturale, una cesura di cui in precedenza uno spettatore attento e smaliziato, tuttavia, già coglie i segnali che la lasciano presagire: non solo i comportamenti atipici di Deborah, ma anche il suo sonnambulismo, lo scavare nella terra alla ricerca di un passato sepolto, i suoi dipinti raffiguranti un’indefinita figura umanoide, l’apparizione di serpenti, ma soprattutto l’atmosfera architettata dal regista che stravolge gli standard di una ripresa via cam, in un sistema semplice ma efficace di rappresentazione di una realtà alterata che diventa comunicazione visiva con l’inconscio dello spettatore.

In particolare una scena di sonnambulismo è artefatta sia nell’ambiente svuotato di ogni elemento materiale sia nelle luci fredde che lo illuminano e avvolgono Deborah in un’aura che ha ormai perso i connotati del realismo.

Sono diversi i dettagli pur visibili che vengono curati nel creare la progressione della prima parte e che sfruttano la cornice visiva di fondo come contraltare per enfatizzarne l’effetto straniante.

Provate a fare un confronto (impietoso) con il recente Inner demons.

Il ritmo sostenuto, che poi diventerà vorticoso, è costruito con perizia, non in modo maldestro e col cambio automatico, e supportato da frattaglie sonore, distorsioni e bassi potenti che sì, vengono usati per far saltare sulla sedia, ma spesso in modo imprevisto e con una gestione efficace di tempi e attori.

E’ comunque la tensione snervante il motore principale della paura, raramente basata sui cheap-thrills, alimentata anche da un contesto narrativo che esula da un trattamento canonico del connubio follia e possessione e si fonda sull’anomala minaccia che è impossibile quantificare rappresentata da una raffinata e fragile anziana.

The taking of Deborah Logan è un film crudele, che non si pone scrupoli nell’essere persino eticamente discutibile pur di sferrare uppercut anche a base di dettagli raccapriccianti, ma è proprio in questa cattiveria che trova la fonte del suo impatto e il regista il vostro cuscino preferito ve lo vuole proprio far tenere stretto.

Persino il twist riguardante il passato di Deborah, che sembra cibo per pubblico bisognoso di storie già raccontate e per produttori (tra cui Bryan Singer) che bramano la presenza del soprannaturale, sempre più confortante di dolore e violenza reali, viene risolto con stile con un minidocumentario, ma per quanto funzionale alla prosecuzione della trama è evidentemente trattato con sufficienza (imbarazzo?) e appesantito da dettagli macabri per renderlo meno idiota (anche se la motivazione degli atti crudeli descritti potrebbe rappresentare un ulteriore indizio di sovralettura, su cui tornerò alla fine).

Poco dopo le vicende vengono riportate sui binari del perturbante.

La seconda parte del film, a cui forse avrebbe giovato una sforbiciata, perché raggiunto un certo livello di saturazione di ritmo e claustrofobia si rischia l’assuefazione, è una violenta e isterica corsa contro il tempo mettendo in gioco un altro colpo basso (il destino di una bambina affetta da leucemia).

Anche se, come accade sempre durante la visione dei mockumentary, una parte di voi si chiederà, per esempio, se i protagonisti abbiano incastrato la telecamera sulla testa come Kika, Robitel si fa perdonare le classiche incongruenze con un’orchestrazione di montaggio e inquadrature e luci che di nuovo mima il realismo, ma in realtà lo sacrifica a favore della resa scenica che raggiunge il suo apice con una delle immagini più orripilanti e drammatiche della mia lista personale di immagini orripilanti e drammatiche.

Lacrima-movie versus bloody-movie

Una nota a margine riguarda proprio gli ultimi secondi del film, gestiti esattamente come mi sarei aspettato se da una parte si fosse ceduto all’esigenza di sottolineare ciò che era già evidente, sacrificando un più potente brivido da ambiguità e non-detto (inevitabile se si punta anche al pubblico dei film di James Wan) e se dall’altra l’intento di essere provocatori nello sfruttare le patologie come fonte di terrore non fosse stato ben calibrato fino all’ultimo scivolando nella gratuità.

Cercando di muovermi delicato fra le parole per evitare troppi spoiler, un concetto ripetuto più volte dalla figlia di Deborah (una carismatica, ma a volte sopra le righe Anne Ramsay) è che la disponibilità della famiglia a essere ripresa è dovuta solo a un fattore pecuniario.

Un concetto che ritorna in varie tipologie di produzioni americane, dalla saga horror più longeva e di successo degli ultimi anni (Saw) passando per Sicko e arrivando a Breaking Bad, spesso come motore della trama.

Non reputo che ci sia alcun carattere di discutibilità etica nel trasformare una patologia comune e devastante in una fonte di terrore e destabilizzazione, sensazioni ben più realistiche e credibili rispetto all’attitudine rassicurante, catartica e machiavellica che i lacrima-movie hanno sempre dimostrato nei confronti delle malattie.

E’ un discorso fra le righe in The taking of Deborah Logan, come un ronzio onnipresente che continua a raccontare la difficoltà di gestione di un paziente neurologico in particolare in un contesto sanitario come quello degli Stati Uniti.

Adam Robitel, insieme a Gavin Heffernan, in sede di sceneggiatura sembra aver introdotto in modo minimale e non urlato questo rumore di fondo, dimostrando una certa sensibilità per l’argomento, e la progettazione del destino barbaro riservato alla protagonista non è meno cinica del rendere una persona affetta da autismo una scimmia da circo.

Inoltre le motivazioni del villain derivano anch’esse da una patologia letale e invalidante (ormai abbiamo appreso che negli Stati Uniti se sei povero e vuoi curarti devi cucinare metanfetamine o compiere sacrifici umani).

E’ un concetto troppo insistito anche per un pubblico di lenta comprensione come quello yankee per essere casuale.

A un certo punto è insorto il timore che quel cinismo senza scrupoli, pur sano e necessario, avrebbe prevalso sulla compassione pur di concludere il film con un post-finale da manuale.

Pochi secondi di montaggio in meno, le parole lasciate sospese nel vuoto per farle assimilare più lentamente, e The taking of Deborah Logan sarebbe restato nei territori della tragicità e del dolore invece che scivolare nella stupidaggine dei sorrisetti diabolici.

E’ una nota a margine, decisamente meno tecnica di quanto possa sembrare dalle mie (assolutamente umili) osservazioni sull’editing, che non vuole invalidare sensazioni ancora meno razionali come il disagio, a volte anche profondo, che ho provato durante la visione del film.

Non è la prima volta che reputo eticamente discutibile un film*, non sarà l’ultima volta che, pesato il risultato, l’ho accettato di buon grado.

*per portare un esempio, tra mille, se voi solo sapeste i pugni che avrei dato a Park Chan-Wook per Thirst mentre una parte di me gli avrebbe lanciato rose per eleggerlo miglior regista vivente.

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Questa voce è stata pubblicata il 27/10/2014 da in Cinema, recensione con tag , , , , .

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