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Peace is for pussies

Aux yeux des vivants (Among the living)

aydvFrom the cradle to the grave

Un prologo ombelicale non è mai buon segno, per qualsiasi film.

Una complice strizzatina d’occhio mentre si sussurra Siamo tornati! può essere in linea con Joss Whedon, meno con coloro che grazie a un solo film sono stati le nuove promesse dell’horror francese e sulla bocca di tutti gli horror-maniaci per la violenza rappresentata o per aver rinunciato a progetti hollywoodiani di richiamo per mancanza di libertà artistica (competendo con orgogliosa testardaggine col connazionale Laugier e salutando da lontano la promessa già appassita e fagocitata, Aja).

La visione di Béatrice Dalle in avanzato stato di gravidanza è, appunto, una trovata macabra e simpatica che rimanda A l’Intérieur, e stabilisce un ponte persino con X, che per almeno trenta secondi lascia presagire un disastro da esaurimento di idee.

Appartamento povero e lurido, un marito in stato catatonico che lo è altrettanto e un improvviso gesto di follia della donna non lascia tempo ai nostri malumori: con un coltello da cucina ferisce un figlio (di cui osserviamo la sagoma anomala dietro una tenda) e si squarcia il ventre prima di sgozzarsi.

Il marito salverà il prodotto di quel cesareo improvvisato e lo nasconderà per accudirlo.

11 anni dopo tre compagni di scuola scopriranno dove, provocando una sanguinosa catena di eventi.

Tutto questo avviene nei primi cinque minuti, quel che si chiama tornare in società provocando rumore ed è questo tipo di assalto senza sosta che salva Aux yeux des vivants dall’essere considerato solo un bozzolo, una missione incompiuta.

Il migliore aggettivo con cui definire Aux yeux des vivants lo hanno usato gli stessi registi, Julien Maury e Alexandre Baustillo, nel corso di alcune interviste: un film immaturo.

Eppure al terzo lungometraggio le debolezze rilevabili in A l’intérieur, bruscamente macroscopiche in Livide, si sono consolidate in difetti congeniti come quelli che affliggono il villain di quest’ultima pellicola e che, senza voler rivelare i dettagli più raccapriccianti, sono caratterizzate da un certo grado di immaturità non solo fisica, ma anche di pensiero.

La perizia tecnica di Maury e Baustillo è eccellente sotto qualsiasi punto di vista, ma la coppia del gore francese non dovrebbe fare spallucce compiaciute di fronte a certi commenti, invece dovrebbe iniziare a capire che esiste una sostanziale differenza tra soggettista e sceneggiatore, fra canovaccio e sceneggiatura, per altro partorita da due cervelli.

Le loro idee narrative o le intuizioni concettuali rimangono sempre come in punta di lingua, mai espresse pienamente, come se i due autori ritenessero una pennellata equivalente a una figura completa.

Si appropriano della superficie dei topoi horror (home invasion, case infestate, slasher) ma l’unico elemento a cui riescono a conferire spessore è tutto ciò che è materico (ambientazioni ma soprattutto la violenza) trascurando sempre più l’elemento umano, il background dei protagonisti e le loro relazioni.

In Livide la compressione delle (troppe) linee narrative era già evidente e faceva abortire sul nascere una mitologia interna, tuttavia venivamo ricompensati con immagini uniche e disturbanti.

In Aux yeux des vivants diventa un errore ai limiti dell’imperdonabile visti i propositi manifestati.

Non c’è dichiarazione o comunicato stampa in cui non venga sottolineato non solo l’intenzione di ritornare sui passi dei film della propria gioventù, non solo gli slasher, ma anche film dalla cornice avventurosa di cui fossero protagonisti dei bambini, introiettando echi di Goonies o Stand by me.

Questa referenzialità dichiarata, per quanto possa comprenderne le ragioni promozionali, è irritante per due motivi: è falsa e, se gli autori avessero coltivato in sede di scrittura le potenzialità anche tematiche insite nella trama, avrebbero realizzato una pellicola con ben più di qualche vaga assonanza con i film citati e degna di essere considerata entità a sé stante.

Un racconto di formazione, come lo si definiva ai miei tempi, o una coming-of-age story, con un’espressione più di moda, prevede la costruzione dei personaggi, del loro ambiente familiare, del contesto sociale e la descrizione degli eventi che conducono i protagonisti lungo la fase di passaggio alla maturità.

Found è un recente e riuscito esempio di coming-of-age horror ed è proprio il contesto umano in cui si muove il protagonista che contribuisce a caricare la tensione prima che esploda, non solo l’intermezzo feroce di Headless che rappresenta una delle tante tappe verso una rottura psicologica.

In Aux yeux des vivants i personaggi sono bidimensionali, stereotipati e quel senso di gruppo e di amicizia, fondante in Goonies o in Stand by me, è assente.

Dei tre ragazzi apprendiamo solo che sulle loro spalle gravano storie di comune disfunzionalità familiare (dai divorzi agli abusi), i loro dialoghi non aggiungono elementi peculiari al loro carattere e solo per uno di loro, Tom, un tragico Zacharie Chasseriaud, viene ritagliato qualche minuto in più per portare alla luce un carico represso di odio e violenza che resta presto sul pavimento della cabina di montaggio.

Nel film è presente un parallelo intrigante, ma così malfermo sui suoi piedi d’argilla che, se non fosse stato proprio per quella manciata di scene in più dedicate a Tom, avrei potuto persino pensare che fosse casuale.

Eppure era lì, sotto gli occhi degli autori stessi, capaci di creare uno schema di parallelismi fra gli elementi narrativi (mondo reale-mondo immaginario, famiglia disfunzionale-famiglia funzionale a modo suo, violenza trattenuta-violenza espressa, bellezza e potenza sessuale-deformità e menomazione genitale), ma incapaci di creare empatia per i personaggi, considerati appunto elementi, statiche pedine su una scacchiera di morte.

Persino il titolo sottolinea quel che su schermo resta acerbo: i tre ragazzi e il villain vogliono sottrarsi agli occhi degli altri, fuggire o alienarsi.

Tuttavia per i tre ragazzi questo desiderio è appena palpabile e pienamente comprensibile solo per Tom, mentre almeno per il villain, interpretato da Fabien Jegoudez, i set cinematografici abbandonati diventano una nuova casa, luoghi della fantasia in cui crescere come fossero reali mentre il suo immaginario viene nutrito da città violente come quelle dei western-movies o da maschere demoniache, un immaginario in cui le sue deformità possono trovare una collocazione nella normalità, altrove impossibile.

Il padre allestisce un grande nido in cui trovare riparo col figlio e in cui disumanizzare le vittime con cui giocare insieme.

Il padre è un ex-soldato, sembra ossessionato dalle inchieste sui danni da rifiuti tossici, qualche filo rosso potrebbe essere tracciato con le storie dei reduci i cui figli hanno sviluppato malformazioni per le alterazioni cromosomiche accumulate in territori contaminati dal genitore, un dato che potrebbe contribuire a spiegare l’esasperato affetto paterno o i sensi di colpa, ma ogni sfumatura psicologica la possiamo solo estrapolare, come se esistesse una storia non scritta che avrebbe meritato di esserlo rendendo Aux yeux des vivants un affresco umanamente drammatico e d’impareggiabile potenza.

Gross!

Tale potenza, invece, viene relegata a ciò che i due registi sanno allestire, ormai senza dubbio: la brutalità.

Anche nei più classici slasher non veniva concesso tempo alla caratterizzazione delle vittime, visto che gli autori si concentravano sull’atmosfera, il villain e le variazioni del suo modus operandi, ma in quest’ottica erano pienamente coerenti non ponendosi altri fini.

Il problema di Aux yeux des vivants è che interseca lo slasher col racconto di formazione, ma gli autori non s’impegnano a costruirlo rendendo così la pellicola squilibrata e carente nella sua prima parte.

Avrebbero potuto in alternativa concentrarsi sulla coppia padre e figlio, ma anche questo rapporto è sepolto tra i non-detti.

L’incapacità dei due autori è evidente anche dal fatto che superate le poche sequenze di gruppo i destini dei tre vengono seguiti separatamente senza più alcuna ricongiunzione, sottraendo forza alla componente avventurosa e di mistero e al legame emotivo, per cui perché impostare la trama seguendo un vicolo che in breve tempo diventa cieco?

Eppure sembrano voler scavare nell’animo dei tre ragazzi, descriverne i buchi neri nell’anima, ma è come se si accontentassero dei pochi dettagli (di grana grossa) che gettano in faccia allo spettatore.

Quando inizia la caccia da parte del villain, lo slasher duro e puro, difetti compresi (l’onniscienza dell’assalitore, la generica stupidità degli assaliti), i due registi esprimono il loro talento nel massacro (dello spettatore).

Intrappolate in un’atmosfera notturna claustrofobica, si intuisce presto che le vittime non hanno alcuna possibilità di sopravvivere e che nessuno sarà risparmiato, dai neonati ai genitori.

Maury e Baustillo assemblano una serie di sequenze in cui non solo gestiscono in modo ottimale il crescere della tensione e della quantità di sangue (nonostante alcune morti restino off-screen non farete in tempo a lamentarvene), ma coordinano una mattanza in apparenza caotica in cui ogni colpo viene sferrato in modo imprevedibile e quando fa più male, in cui gli eventi si accavallano non permettendo di pensare e togliendo le briglie al terrore.

La sequenza di massacro più lunga è quasi maestosa nella gestione dei tempi, una mattanza in cui dalla percezione di una minaccia antropomorfa le vittime precipitano nei risultati delle sue prime azioni, non hanno modo di reagire a una furia incontrollabile, e i tempi rallentano quando teatralmente si svolge l’ennesimo inatteso atto di ferocia e sadismo del villain e si compie la sua epifania fisica, in un confronto con uno dei padri di famiglia ricco di sfumature (omo)erotiche e deviate.

Tutta la seconda parte del film ci ricorda quando A l’intérieur ci tenne incollati sulla poltrona: la sensazione è quella di essere afferrati per la gola mentre ti prendono a pugni e intorno a te esplodono addomi e le facce vengono tranciate di netto.

Questo potrebbe bastare per confermare che Maury e Baustillo sono tra i migliori nello scrivere spartiti di morte, ma al termine di Aux yeux des vivants permane una sensazione di rammarico.

1, 2, 3…e ora qualcosa di completamente diverso

Questa trilogia di film con debiti verso la cinematografia americana ma con tonalità tipicamente europee (le deformità del villain sarebbero inconcepibili per un mondo essenzialmente puritano) da una parte consente di mettere a fuoco quali siano le armi migliori dei due registi, dall’altra ne conferma i punti deboli e il dubbio che la nostalgia e i ricordi dei film passati prevalgano sull’ambizione di iniettarli di vitalità portandoli lungo altre strade, non ripercorrendone gli errori e non pensando che a tratteggiarne la superficie (senza nemmeno ricostruirla: è sufficiente notare come nonostante gru e carrellate neppure il set cinematografico abbandonato sia adeguatamente sfruttato nel dipingere un’atmosfera o nel renderlo elemento scenico non solo di sfondo, un passo indietro rispetto a Livide) coincida davvero con un omaggio o, peggio ancora, con una storia.

Ipoteticamente edulcorata o eliminata l’orgia di sofferenza, Aux yeus des vivants sembrerebbe un’operazione post-moderna à la Rob Zombie, ormai priva di interesse.

Maury e Baustillo dovranno decidere se tornare alla semplificazione narrativa del primo film per un nuovo incubo da camera o rendere ancora più astratti e suggestivi i loro script abbandonando velleità narrative.

Per un remake di Inferno sarebbero le personalità ideali (e che Moloch mi perdoni se ho fornito un’idea).

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Questa voce è stata pubblicata il 03/11/2014 da in Cinema, recensione con tag , , , , .

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