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Peace is for pussies

The Babadook

tbThe Babadook è il thriller psicologico più chiaccherato e acclamato dell’anno, anche se la macchina promozionale lo svende da mesi come un horror soprannaturale sulla scia di The conjuring.

Non uso la definizione di thriller psicologico per puntiglio, ma perché, sebbene incompleta e non renda appieno le diverse sfumature del film, è meno fuorviante di qualsiasi paragone con i film di James Wan con i quali non condivide due elementi: la forma e il background cinematografico in cui The babadook pesca a piene mani.

Inoltre è la dicitura esatta presente anche sul sito ufficiale che non nega un altro dato peculiare del film: l’essere estremamente derivativo (….in the tradition of Polanski’s classic domestic horrors…).

In questo caso la referenzialità non è a priori un elemento negativo (sembreremmo uno di quegli stolti ignoranti che si scaglia contro gli scienziati che appaiono arroganti solo perché hanno studiato e, banalmente, sanno cose).

C’è un intento manifesto di collocarsi nella storia dell’horror da parte della regista e sceneggiatrice Jennifer Kent che osa senza pudore meta-citare in alcune sequenze decenni di iconografia dell’incubo, da Mélies a Mario Bava, da Kubrick fino a De Palma, dai manifesti di Howard Thurston fino ad ampie spruzzate di Lynch.

Tuttavia è proprio il mettere le carte in tavola, l’esporre il proprio immaginario con affetto e rielaborarlo che mette in risalto gli elementi singolari intorno a cui si coagula la personalità di The babadook.

Questa deriva da due scelte fondamentali.

The more you deny the stronger I get

La prima è quella di espandere il tema della conflittualità interiore di una madre, già presente nel corto Monster.

Il marito di Amelia (Essie Davis) muore in un incidente automobilistico proprio mentre la sta accompagnando in ospedale per dare alla luce Samuel (Noah Wiseman).

Nell’arco di 7 anni Samuel non ha mai festeggiato il suo compleanno che coincide con la morte del padre.

Il lutto non è mai stato davvero elaborato e la sua non risoluzione cova e genera nella coppia madre-figlio una situazione psicologica che può sfociare in una follia a due.

Amelia ha l’abitudine di leggere a Samuel una favola prima di addormentarsi, un’abitudine confortante e alienante che racchiude i due in una bolla pronta a esplodere per lasciare entrare il dolore che non è stato affrontato.

Samuel scopre un libro pop-up, inspiegabilmente apparso in casa, in cui rime agghiaccianti accompagnano figure spaventose (realizzate da Alexander Juhask, con un occhio a Edward Gorey e l’altro al Dottor Caligari).

Protagonista minaccioso dell’opera è un boogeyman che tramite quelle pagine sembra voler comunicare con Amelia, lasciandole presagire un futuro di disperazione e morte.

Samuel, già paradigma di bambino affetto da ADHD, bisognoso in modo urlato di attenzioni e propenso a credere all’esistenza di mostri dai quali difendere la madre (nel tentativo di compensare la mancanza di una figura maschile protettiva), resta suggestionato dal libro e crede che il Babadook sia un’entità reale.

E’ il momento della frattura interna alla coppia e alla loro psiche, della rottura di un vaso ormai colmo di sofferenza e compressione emotiva i cui frammenti causeranno ferite.

Non è la prima volta che assistiamo sul grande schermo al dramma paranoico di una donna tinteggiato di elementi sovrannaturali (da The innocents fino al già citato Polanski), ma è anche vero che gli esempi sono numericamente inferiori rispetto a quanto si pensi e che anche se le ragioni dell’esaurimento nervoso (o della possessione?) sono legate alla perdita del compagno, le figure maschili in The babadook sono assenti e non compaiono agenti fallici, salvifici o di supporto.

La lotta contro l’uomo-nero ricade inevitabilmente su Amelia e solo lei potrà sconfiggerlo o soccombere ai suoi macabri presagi e richieste.

Let me in

La seconda scelta operata da Jennifer Kent per conferire a The babadook ulteriore unicità si manifesta col lavoro raffinato condotto sull’architettura visiva.

L’eleganza della composizione formale delle immagini o dei movimenti di camera non cede mai il passo, nemmeno nei momenti a più alta tensione, a shaky-cam o alla ricerca di un montaggio che possa far scivolare il film verso facili cheap-thrills.

La regista coordina con controllo assoluto tutti gli elementi che contribuiscono alla costruzione di un’atmosfera kafkiana.

La fotografia di Redek Ladczuk compie un’operazione inversa a quella presente in Rabbits di David Lynch: mentre in quest’ultimo prevalgono il contrasto e la saturazione, in The Babadook prevale la desaturazione.

E non sono tanto le cromie (infusioni di grigi, blu e rosa interrotti da forti contrapposizioni fra bianco e nero) a pennellare l’aspetto del film, ma, insieme al minimalismo surreale di alcuni ambienti e allo studio delle inquadrature, un ipnotico effetto di sbalzo delle figure.

The Babadook assume esso stesso le sembianze di un enorme libro pop-up, come una Diablerie moderna, e le apparizioni dell’oscura creatura s’integrano perfettamente con ogni elemento ambientale e reale.

Se delle probabili fonti d’ispirazione per il design del mostro ho già scritto, per l’animazione delle sue comparse non posso fare a meno di sottolineare come si riesca a renderle anche più efficaci: in alcune occasioni il Babadook si presenta come un enorme silhouette nera di tradizione tedesca, presente ma scarsamente visibile come le apparizioni di uno xenomorfo, in altre la sua figura viene resa liquida e catramosa con una miscellanea di tecniche tradizionali, dal cut-out alla stop-motion.

Prevalgono inquadrature statiche sulle accelerazioni e il montaggio di Simon Njoo è secco e cronometrato per manipolare le nostre pulsazioni cardiache, già messe alla prova da un design sonoro preciso e pulito negli effetti che si stagliano su uno sfondo costituito più da vibrazioni e distorsioni che da una classica colonna sonora.

Oltre a queste due scelte (tematica e formale) l’anima di The babadook risiede nell’elemento umano e nella performance estenuante di Essie Davis.

You start to change when I get in

L’evoluzione psicologica del personaggio di Amelia non sorprende, così come non sorprendeva quella di Jack Torrance.

Quel che resta imprevedibile sono i suoi effetti e quel che lascia stupefatto è la versatilità magistrale di Essie Davis nel rappresentare lo scivolamento di una donna da uno stato di estrema solitudine e rancore represso a uno stato di psicosi, fino a diventare una madre schizogenica (…good boy…come potrebbe pronunciarlo Norma Bates).

Alcune critiche hanno sottolineato come siano presenti un paio di personaggi che scompaiono presto nel dimenticatoio, ma questi personaggi devono scomparire.

La regressione di Amelia dopo l’apparizione del Babadook include da manuale il rinchiudersi in se stessa, l’allontanamento di ogni supporto umano (la rigida sorella o il collega innamorato, anche se in effetti suona come uno spreco il cameo del Daniel Henshall di Snowtown), l’affondare nel proprio inconscio cercando un modo per riemergere e salvare se stessa e il figlio.

Jennifer Kent ha infarcito la sceneggiatura di citazioni o passaggi obbligati, ma non vi si sofferma inutilmente sottraendo prezioso minutaggio a un climax che cresce lentamente, ma non deve rallentare.

Quando il contesto psicotico esplode, Essie Davis si mette in gioco a tutto tondo.

Non vengono neanche sfiorate le esagerazioni di Jennifer Carpenter per The exorcism of Emily Rose, ma la partitura recitativa è costellata da modulazioni della voce e urla isteriche, deformazioni del volto, alterazioni delle movenze, violenza verbale.

Il campionario di Jack Torrance viene virato al femminile e, non dimenticando il tema delle conflittualità in un rapporto madre-figlio, Jennifer Kent (forse con un pizzico di ironia) allestisce una scena che Wan avrebbe resa fracassona, e che sembra preludere a un rito liberatorio, trasformandola in uno scambio innocente e spontaneo di affetto col figlio, che ambisce solo a farsi amare dalla madre in lotta contro il demone che l’affligge e vuole allontanarla da lui.

Una nota anche sul piccola Noah Wiseman, dotato naturalmente di una facies ai limiti della normalità, credibile nelle sue esternazioni senza filtri così come negli immaturi e capricciosi strepiti che renderebbero comprensibile un infanticidio.

It’s not rubbish, it’s real

The Babadook non appartiene al mio sottogenere horror preferito e su tutta la visione è gravato il timore pregiudizievole di assistere a una scimmiottatura australiana di The conjuring.

Invece ci troviamo di fronte a un primo lungometraggio che denota una padronanza sia in termini di scrittura sia tecnica di alto livello, mi spingerei a definirlo sofisticato.

Inoltre l’avvalersi dell’elemento sovrannaturale non solo come elemento fantastico, e quindi rassicurante, ma anche come possibile espressione dell’inconscio (facendo altalenare i pesi sulla bilancia verso territori tragici più affini al mio gusto personale e più spaventosi, perché realistici e connotati da un’inesorabilità che non si evita con un esorcismo) riesce a far sposare in The Babadook intrattenimento e dramma, arricchendo la superficie del primo con l’emotività e non facendolo scadere nell’essere solo uno scary-movie.

La confezione fuori-categoria è un pregio che fa sorridere gli occhi anche qualora non foste particolarmente empatici col dramma in corso.

Non mancano comunque crudezze e sangue e persino un’inaspettata quanto stilizzata scena gore, dosati con parsimonia per dar più respiro alla scena-clou e maggior peso all’intensità onirica e raffinata del confronto conclusivo.

I potenziali elementi di debolezza (la referenzialità) vengono rimacinati e rivoltati in elementi di forza e le scene finali del film sono rari esempi di bellezza formale che incornicia una situazione perturbante, la costruzione di un ponte fra psiche e materia di cui solo il cinema può rendere in modo compiuto la simbolicità.

E ritengo che l’interpretazione di Essie Davis rimarrà la più memorabile della carriera dell’attrice, ma spero di rivederla in molte altre pellicole perché il suo talento avrebbe potuto da solo sopperire a eventuali pecche di The Babadook.

Oh, certo, avrei preferito una conclusione differente, più cinica, un colpo al cuore sul modello di The innocents o di The canal (più in linea con le mie corde e che, inserendosi in filoni analoghi, presenta più di un’assonanza compresa una scena di rigetto/parto di ombra junghiana), ma non sarebbe stato chiuso un cerchio di impeccabile logica.

E, riprendendo il concetto poco prima esposto, di quanti film possiamo affermare che non vi siano pecche?

4 commenti su “The Babadook

  1. pilloledicinema
    24/11/2014

    Concordo con quanto hai scritto. Al posto degli spaventi che ti fanno saltare sulla poltrona, The Babadook regala un’angoscia nerissima e viscosa che fa fatica ad andarsene. Per me è uno dei migliori film di quest’anno.

    Mi è piaciuto tutto di questo film. La fusione fra elemento psicopatologico e sovrannaturale, il libro, il mostro, la vecchia che vive accanto a loro, la mamma, il figlio, i suoni, le scene in casa, quelle in auto. Finale compreso.

    Niente a che vedere con la robaccia che spesso spacciano per terrificante e che invece al di là di qualche spavento non lasciano dentro praticamente nulla.

    Unico appunto alla rece: il link che hai messo è di qualità mediocre, ma soprattutto non è quello integrale. Ti consiglio questo dall’account vimeo della stessa Kent (o almeno sembra così): http://vimeo.com/39042148

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  2. Francesca
    20/04/2015

    …sicuramente non è il luogo migliore per palesarmi, ma questo credo sia stato ciò che ho letto per prima cosa nel tuo blog e… ti ho assegnato questa nomination… spero che ti faccia piacere🙂

    Francesca

    https://tersiteblog.wordpress.com/2015/04/20/boomstick-awards/

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  3. Lenny Nero
    20/04/2015

    Premio meraviglioso!😀 Grazie!

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  4. Francesca
    20/04/2015

    Grazie a te… scrivi davvero un bel blog e mi fa piacere consigliarlo, anche se nel mio piccolo🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 03/11/2014 da in Cinema, recensione con tag , , , .

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