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Peace is for pussies

Tusk

TuskUna regola che seguo da tempo è quella di non scrivere a proposito di film che non siano stati di mio gradimento cercando di limitare il numero dei post e di dedicarli solo a quelle pellicole che, pur con i loro eventuali difetti, meritano una visione.

Nel caso di Tusk compio un’eccezione notevole perché da una parte mi ha irritato, dall’altra la prima metà del film riesce a intrigare prima che Kevin Smith, come il suo personaggio, si faccia prendere dal panico e non sappia più che pesci pigliare.

Pertanto più che una recensione quello sottostante è un commento a margine, visceralmente personale (sono certo che molti, più teneri di cuore o che non amano essere picchiati dai film, non concorderanno col mio punto di vista), concentrato sulla seconda parte e il finale, di conseguenza comprensibile solo per chi abbia visto Tusk e da evitare per gli altri.

Ho impiegato diversi giorni per metabolizzare la visione di Tusk e non per il ricercato ed esibito shock-value, ma a causa del sottofinale che rovina non tanto l’impostazione stessa del film, ma la sua interpretazione dato che viene messa in atto una delle scelte che più mi delude da parte di un regista: il predominio della verbalizzazione sulla visualizzazione quando non necessario.

Il motivo è semplice: tratta gli spettatori come idioti e scade nella retorica.

Il tono altalenante fra il comico (raramente riuscito) e il grottesco (il video del ragazzo che si amputa la gamba con una spada, la trasformazione del protagonista in Mr. Tusk) sembra derivare dalla balbuzie psicologica di un autore che non osa fino in fondo, intimorito dalle sue stesse esagerazioni.

La storia di Tusk, pur con tutte le variazioni e deviazioni possibili, e persino necessarie, per sviluppare la psicologia dei personaggi, nei suoi contorni più esterni avrebbe dovuto assumere una struttura piramidale in cui dal contesto si arriva alla prevedibile conclusione, moralista (ma non per questo discutibile) già in partenza.

Invece la struttura del film assomiglia a quella di una clessidra con uno strettissimo collo di bottiglia rappresentato dal cameo di Johnny Depp.

Il problema è che non è un cameo, che un attore così famoso e istrionico comunque puoi tagliarlo se ripete le stesse frasi più volte e Smith è anche responsabile del montaggio, quindi la colpa di quella lunga, stolta e tediosa digressione, durante la quale pure il responsabile della fotografia deve essersi messo in pausa, che demolisce il clima orrorifico a cui il film era approdato, è interamente sua.

E poi che cosa  te ne fai di un Depp che scimmiotta l’ispettore Clouseau quando hai tra le mani quella potente, terrificante arma umana che è Michael Parks che getta sulla pellicola un’oscurità malsana evidentemente non gestibile da Smith?

Quello che segue è un misto tra l’imbarazzo da eiaculazione precoce e il panico da preservativo rotto.

Messi sul vassoio temi come il cinismo a tutti i costi degli spettatori e degli autori verso i fenomeni virali della rete o il fascino dell’affabulazione rispetto alla cialtroneria di una risata o una battuta, in tempi in cui i racconti vengono letti solo se di 140 caratteri, dopo averci fatto accapponare la pelle con la rivelazione che chiunque non sia ignaro della trama del film si aspetta, Smith compie un gargantuesco passo indietro, come se avesse percepito di essere sprofondato in territori mentali troppo cupi, in zone in cui il body-horror prende il sopravvento sugli aspetti satirici e da cui non c’è ritorno se non compiendo una brusca frenata seguita da un virata altrettanto brusca.

Il regista, dopo aver temuto di non averci fatto ridere abbastanza, dopo che lui stesso ha riso come un gradasso nel podcast con Scott Mosier (ascoltabile durante i titoli di coda, ma tutto il film è disseminato di inutili wink-wink ai suoi ascoltatori), invece di permettere alla storia di parlarci, di spiegarsi da sé, di indurre in noi una riflessione (per quanto banale), introduce un flashback in cui la morale ci viene dettata, con un tono patetico fino ad allora assente che rende il finale una specie di excusatio non petita e, di conseguenza, uno schiaffo allo spettatore più attento che non avvertiva il bisogno né di sentirsi impartire lezioni né di ricevere pure una ripetizione.

Le sue contraddizioni, le sue ipocrisie, Smith avrebbe potuto risolverle col suo analista anche se associare il podcast incriminato al film può essere interpretato sia come atto di scusa in cui si china il capo sia come prova che Smith ha sbagliato la commistione dei toni compiendo delle deviazioni claudicanti e incerte.

A Takashi Miike per esprimere certi concetti sulla violenza e sulle conseguenze di un rapporto ludico o amorale con essa fu sufficiente una sola inquadratura di pochi secondi al termine di Ichi the killer, uno dei film più controversi e discussi mai realizzati.

Ma comprendo che sarebbe come paragonare Kubrick a Nolan.

Godetevi Tusk fino a che compare Johnny Depp, perché fino a quel punto è un riuscito veleno di satira e horror che fa gorgogliare il sangue in attesa di una catarsi disperata.

Ciò che viene dopo è così superficiale, di grana grossa, fuori tono e pedissequo che è come se non esistesse.

Pensate all’effetto più dirompente del finale se non ci fosse stato quel flashback, se l’intera sequenza fosse muta e si concludesse solo con l’inquadratura sulle lacrime.

Troppo amaro e brutale, Smith?

Condivido il disappunto con Ulteriorità Precedente.

Un commento su “Tusk

  1. Caino
    04/06/2015

    Questo film mi ha ricordato gli anni ’80 per il fattore “immedesimazione”.
    Non sono in grado, anzi forse non ho proprio interesse, di stabilire se è un valore oggettivo o legato ai miei primi momenti di cinefilo in erba, ma l’immedesimazione per tanti anni è stato il perno su cui vertevano i film migliori.
    Era la manipolazione di questo perno, il vero e proprio atto di strapazzarlo, che rendeva le cose interessanti nonostante trame stupide e attori mediocri.
    Non è importante che un film sia realistico per poterti immedisimare nel protagonista o nella storia.
    Se dovessi dare un avviso alla visione ti direi “Guarda, stai per essere trollato da Kevin Smith che ti farà vedere un misto tra Boxing Helena e La Mosca. E non ti piacerà.”
    Il film? No, no, magari il film ti piacerà anche. Visivamente curato, sufficientemente misterioso, la tensione va bene, fotografia molto carina, ecc.ecc.
    Non ti piacerà farti infastire.
    Per fare una analogia: Kevin Smith ti farà divertire, e ti farà da spalla, nel prendere per il culo un handicappato.
    Già, perchè se sostanzialmente l’autocommiserazione del protagonista è ridicola e degna delle migliori prese per il culo al tempo stesso ne ho proverai pena e paura.
    Pena perchè sarai conscio che quanto accade è poco più di una metafora e paura perchè, come in ogni film degli anni ’80, per tutta la durata del film ho pensato “mmm ma se mi succede, che fine faccio? non vorrei proprio mi accadesse… e se accadesse? m’ammazzo? sopporto? mi trovo un bel pezzo di f[i]ca monaca?”

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Questa voce è stata pubblicata il 08/12/2014 da in Cinema con tag , , .

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