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Peace is for pussies

Rigor mortis (Geung si)

rmAvrei potuto scrivere una lunga premessa per spiegare per quale motivo non abbia pubblicato un post nell’arco di due mesi, ma mi sono censurato riflettendo sul fatto che non esistono folli che si siano posti la stessa domanda e che comunque non devo spiegazioni a nessuno, in fondo non ho mai mantenuto una periodicità regolare.

Tuttavia l’anno scorso avevo raggiunto l’intento di individuare una dozzina di film su cui valesse la pena (anche in termini di mero divertimento personale) aggiungere qualche commento, inerente o a latere, e mi ero proposto un intento simile per quest’anno.

Il 2015 è ancora lungo, posso ancora raggiungere il mio obiettivo, e si prospetta come un anno interessante per i film di genere, ma (ed è l’unico riferimento personale che possa servire a corrobare il mio discorso) un contesto lavorativo in fastidioso fermento che ha esacerbato le mie congenite insofferenze e idiosincrasie mi ha portato da una parte a divorare film come se non ci fosse un domani, dall’altra a espellerli tutti inesorabilmente da ogni orizzonte blogghereccio, il corrispettivo di una vera e propria sindrome bulimica.

Mi sono fermato a riflettere se a forza di guardare troppo non fossi diventato cieco (e lascio un saluto a Wenders), invece ho concluso che a forza di guardare troppo ho visto quanto molti film fossero tutti inesorabilmente identici, con le loro piccole variazioni di gusto, ma di base lo stesso piatto.

Per cui non è che non abbia scritto niente perché non ho più guardato niente, ma perché non ho visto niente su cui m’interessasse blaterare o ci tenessi a segnalare (caso mai qualcuno fosse più distratto di me) e l’insofferenza di cui sopra mi ha spinto a non sprecare su certe pellicole ulteriore tempo.

Perché non dedicare spazio alla nuova reazionaria ondata di licantropi (Wer, Late phases, When animals dream), all’ennesimo mockumentary (The atticus institute), agli anni ’90 bombati di CGI (Fear clinic), al suicidio artistico di Balaguero (REC 4), al primo horror-thriller bulgaro (Roseville), a fastidiose vette, chissà quanto inconsapevoli, di hipsterismo (Starry eyes, The Guest), al foot-fetish omofilico (Phobia) o a quell’altra decina di filmacci di cui ho pure rimosso il titolo?

Perché ho acquisito maggiore considerazione del mio tempo libero, sempre più scarso, e di quello di chi decide di dedicarmi un po’ di tempo.

Dato che sono privo dell’ironia di alcuni noti blog, e a lamentarmi di questo o quell’altro film ormai sembrerei solo uno dei vecchi dei Muppets, preferisco consigliare un’opera che (secondo i miei parametri personali) è da vedere, magari un’opera di cui non s’è discusso molto, che spiegare perché il tal film non sia stato di mio gradimento.

Da questo potete anche dedurre che già solo i titoli citati in precedenza per me sono prescindibili (aggettivo da interpretare con una valenza estremamente eufemistica) e se vi sono piaciuti è affar vostro.

D’altra parte ho i miei punti deboli per cui, dato che al momento non ho in mente un film che mi faccia sudare dalla voglia di scriverne, vi consiglio almeno Rigor mortis che ha colpito uno dei miei due punti deboli: uno sono i testicoli, l’altro il mio occhio.

Avevo già adocchiato qualche immagine intrigante di Rigor mortis sulle pagine di Mad Movies e negli articoli su The Babadook veniva timidamente citato come il vincitore ex-aequo del premio speciale della Giuria al Gérardmer Film Festival 2014, premio che per lo meno suscitava il sospetto si trattasse di film in grado di gareggiare sul piano visivo con uno dei migliori esempi di progettazione artistica degli ultimi mesi.

Rigor mortis svetta da quel punto di vista sopra vagonate di film e i suoi parziali fallimenti derivano dalla mancanza di solidità narrativa pur all’interno di un’unica cornice tematica (il lutto o la perdita in varie sue forme), fallimenti non sempre arginabili in un film corale.

L’impressione è che Rigor Mortis sia il risultato dei compromessi di Juno Mak fra l’istanza di recupero e omaggio (del folklore cinese e di Mr. Vampire fin dal titolo originale Geung si fino a parte del cast) e quella di mettere in mostra i propri talenti in un’opera prima da regista.

In precedenza Juno Mak era stato attore secondario nello spettacolare cult Dream Home e attore protagonista e autore della storia di Revenge: a love story (apologo sulla vendetta con morale standard, ma reso meno banale dalla particolare architettura dei piani temporali e da momenti di ferocia drammatica), ma delle sue doti registiche non si sapeva nulla essendosi dedicato negli ultimi anni alla carriera di cantante o di stilista.

Sostenuto da Takashi Shimizu in qualità di produttore (che, escludendo gli anni più recenti della sua carriera, è uno dei pilastri del J-horror), Juno Mak sfodera in un eccesso di voglia di fare una tonnellata di idee visive per ognuna delle sottotrame che dovrebbero essere convogliate verso un’unica risoluzione finale (incerta e aperta a diverse interpretazioni) con il risultato di rendere Rigor Mortis frammentario, una versione compressa di un’ipotetica miniserie televisiva di quattro puntate, in cui deviazioni e sterzate e incursioni verticali sarebbero più accettabili.

In realtà è un’illusione ottica dovuta alla durata del film che costringe a mescolare troppo materiale narrativo trattato con intenzioni creative spesso disomogenee (palette cromatiche, ritmo, inquadrature).

D’altra parte tutto il film potrebbe essere interpretato come un’illusione ottica e, anche se per gli amanti del minimalismo suppongo sia indigeribile, l’assalto sensoriale e le abissali escursioni termiche e ritmiche sono proprio quel che rendono Rigor Mortis un oggetto unico e non solo un estetizzato sguardo al passato, per quanto disorientante e a tratti dispersivo.

La storia di un attore in disgrazia (personale e professionale) che diventa ricettacolo degli spiriti di due gemelle mentre tenta di suicidarsi, e si trova coinvolto in una lotta fra storici cacciatori di vampiri e necromanti che si sfidano a colpi di arti marziali e magia, passa subito in secondo piano rispetto all’ordalia di effetti visivi, dagli effetti speciali, che tentano di non ripercorrere idee classiche (scordatevi, per esempio, capelli neri animati di vita propria, ma vasi sanguigni che vorticano e s’intrecciano), ai contrasti fra scene oniriche verniciate di colori cinerei su cui spicca il rosso del sangue o fra i più tenui colori pastello degli ambienti e degli avventori di un ristorante condominiale a cui vengono conferiti tratti da interzona, attraverso le prospettive ottiche irreali, i costumi o il trucco (fino all’esagerazione di un bambino albino addobbato come J. T. Leroy).

Rigor Mortis è pure quasi privo di humour, un tratto ricorrente nei film di hopping vampires, e innesta sulla storia principale vicende drammatiche e senza redenzione fino all’atto centrale di necromanzia che è come il palo fisso e tetro di una giostra intorno a cui ruotano tutti i personaggi, lo sfondo nero su cui si agitano i pesci di un acquario prossimi a essere divorati, e che viene articolato su scene in cui le luci illuminano carni umane sbiadite, ambienti lignei e polverosi, che costituiscono un feretro incubatore di non-morte, e maschere rituali i cui eleganti elementi geometrici nascondono i dettagli raccapriccianti di un cadavere sfigurato.

La cupezza e il dolore di quelle scene capovolge ogni volta la dinamicità e il colore delle scene di lotta magica o delle epifanie di entità demoniache creando disappunto più nello spettatore che gode della sottile ironia dei racconti del cacciatore di vampiri o degli aspetti fantastici che in quello che sente che nelle improvvise deviazioni verso toni oscuri si nasconde una minaccia che non potrà essere combattuta a suon di risate e ciotole di riso.

Nella seconda parte del film Juno Mak prende infatti definitivamente distacco dai canoni del genere di riferimento e con una scena clou di sacrificio infantile getta tutto il film nel caos più gelido per poi riscaldarlo con esplosioni pirotecniche.

La miscellanea potente, ipercinetica, sanguinosa e dai toni epici di antichi sortilegi a base di elementi naturali, creature implacabili, torsione di arti umani, rottura evidente di ogni intercapedine fra mondi dei vivi e dei morti (già fragilissime) nonché di ogni legge della fisica non arricchisce l’emotività del sottotesto drammatico che resta schiacciato dalla versione soprannaturale e lisergica degli scontri di The Raid fino a che l’astrattismo visivo prende il sopravvento totale in una metaforica caduta all’Inferno.

Questo aspetto può compromettere il coinvolgimento dello spettatore, più aizzato dalla camera frenetica e fluida o dagli effetti sonori ambientali o dalle panoramiche da vertigine che non dai drammi personali (tanto che il finale, che scompiglia le carte sul tavolo, per quanto elegante sembra posticcio perché per il regista ha maggior valore la ricerca di un effetto shock o la resa efficace degli atti violenti più che sottolinearne l’impatto emotivo, così come al background famigliare del protagonista dedica le scene più brevi e svogliate salvo poi ricordarsene in corner), ma (e torno al discorso dei miei punti deboli) di fronte a immagini di tale coreografica bellezza e a un’audacia visiva e pittorica che si può ritrovare solo in alcuni anime (o nei vostri migliori incubi) non riesco a restare impassibile.

Un commento su “Rigor mortis (Geung si)

  1. Photography in things
    15/03/2015

    “un contesto lavorativo in fastidioso fermento che ha esacerbato le mie congenite insofferenze e idiosincrasie mi ha portato da una parte a divorare film come se non ci fosse un domani, dall’altra a espellerli tutti inesorabilmente da ogni orizzonte blogghereccio, il corrispettivo di una vera e propria sindrome bulimica.” – Inutile dire quanto mi rispecchi in questo tuo cautissimo slancio biografico – guarderò al più presto il film.

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Questa voce è stata pubblicata il 15/02/2015 da in Cinema, recensione con tag , , .

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