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Peace is for pussies

Spring

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Nel 2012 Justin Benson e Aaron Moorhead furono notati da una certa frangia della critica per Resolution, film in cui lo stile e la scrittura sono la sostanza, in cui vengono sfondate ludicamente (con conseguenze anticlimatiche) le pareti fra lo spettatore e la pellicola stessa in una partita a scacchi metacinematografica in cui le pedine sono gli stereotipi dei film horror, partita che in The cabin the woods diventava essa stessa storia mentre in Resolution restava appigliata a uno schema a tesi e intellettualoide di cornice, appesantito da un autoironia che i registi devono aver trovato divertente mentre io perdevo progressivamente risoluzione sulla poltrona fino a diventare una macchia indefinita.

Il metacinema horror è nato e morto nel 1996 per quel che mi riguarda ed esprimendomi nel modo più assoluto da un punto di vista soggettivo non nutro particolare interesse per film horror che non riescano a toccare corde viscerali.

Certo, è sempre meno impegnativo di leggersi un saggio cinematografico, ma le autofellatio sono divertenti in teoria, e anche in pratica per chi riesce a farsele, ma ridicole da guardare.

Questa premessa egoriferita mi serve solo per essere onesto riguardo le opinioni su Spring e ritengo che in un commento al film consentire al lettore di discernere tra le affermazioni fondate/obiettive e le opinioni possa permettergli di pensare a te questo non piace, ma invece è proprio quello che cerco.

E pur partendo dal presupposto che qualsiasi recensione contenga particelle inevitabili delle preferenze o emotività del recensore, spesso il tono delle recensioni è quello di Mosè che annuncia qualche rivelazione trasformando un ragionamento critico in propaganda.

E la propaganda nel caso di Spring è fondamentale, a partire da un trailer che inganna e da recensioni positive il cui apice è raggiunto dall’uso di aggettivi come monumentale o perfezione sublime.

Spring, come Resolution, è un film con qualità obiettivamente riconoscibili ed elementi che soggettivamente possono essere alternativamente pesati come fastidiosi o come trascurabili nell’economia della narrazione.

Perché non scrivere succede questo e quest’altro, è assurdo, inconcepibile, ma non importa, ho preferito quel che sentiva la mia pancia agli allarmi che mi lanciava il cervello?

Non toglie nulla al film, è sincero e se sei una persona che ha dei limiti alla sospensione dell’incredulità e non apprezzi le storielle romantiche magari da Spring te ne tieni distante.

Avete presente quella manciata di momenti imbarazzanti tanto vituperati in Prometheus?

Spring  è una sequela di momenti simili che è riuscita a superare il limite di tollerabilità che ho avuto con Prometheus.

Eppure la critica non è stata impietosa, una critica che esauriti gli aggettivi più enfatici ha chiuso più di un occhio e certe recensioni rischiano di diventare un boomerang.

Intanto Spring non è un film horror, è un film romantico con spruzzate di horror (giovane scapestrato americano fugge in Italia e s’innamora di una ragazza con caratteristiche biologiche uniche).

L’atmosfera non è mai davvero angosciante e più la storia avanza più i registi compiono lo stesso gesto (errore?) compiuto con Resolution: dato che viene chiesto allo spettatore un grado di sospensione d’incredulità eccessivo, i due autori virano sull’ironia o il comico di grana grossa.

O meglio ancora: la buttano in vacca.

Può essere una cifra autoriale sfruttare la carta del coinvolgimento dello spettatore in una scherzosità narrativa, così come potrebbe essere incapacità di superare e risolvere impasse narrativi.

Alcuni recensori sottolineano i dialoghi profondi, ma se il vostro gold-standard per dialoghi profondi è Bergman in questo caso al massimo sono i tre famigerati film con Julie Delpy con cadute in territori Perugina (la destinazione non è importante…) ma, tornando al discorso di partenza, se è pane per i vostri denti, perché no?

Il problema che in pochi evidenziano o trascurano è che in Spring di profondo c’è solo il tema su cui è incentrato (la scelta fra una cerebrale ma esaltante immortalità e una mortalità rassicurante e piena d’affetto), ma il tema stesso è trattato in modo diabetico e basato solo su una certa chimica romantica tra i due attori protagonisti (ben lontana da quella mostrata in Honeymoon), sul fatto che i due sono persone con un vissuto complicato se non difficile, carini, simpatici, un po’ ingenui e insomma, chi non vorrebbe veder nascere una storia d’amore fra i due?

Per molti le schermaglie amorose, anche se non comuni per l’elemento dagoniano, sembrano essere stati sufficienti per giustificare la crescita di un sentimento fra due individui non solo poco conciliabili fra loro, ma almeno uno dei due irrealistico: proprio la protagonista.

Lo spettatore deve assimilare in breve tempo una copiosa serie di informazioni su Louise (Nadia Hilker) e deve arrivare ad accettare che una figura con un background simile sia in qualche modo inconsapevole, gioiosa, non fredda, non calcolatrice, pronta ad abbandonare una visione meramente deterministica dell’esistenza per abbandonarsi tra le braccia di un cucciolone umano della periferia americana (Evan, interpretato da Lou Taylor Pucci, nomen omen).

Dopo tutto quello che conosce sulla propria reale natura, dopo un periodo di tempo incalcolabile trascorso a reinventarsi, ad accumulare esperienze, arriva al punto di chiedersi dopo una settimana scarsa di frequentazione e sesso con un ragazzo del tutto anonimo: potrebbe persino valere la pena morire per costui?

Prendendo a calci Anne Rice.

(E non apro una lunga parentesi sulla contrapposizione fra aborto come atto egoistico e gravidanza come sacrificio d’amore, ma forse sono io).

Se non bastasse la zuccherinità del supremo potere dell’amore cieco, ci viene vomitata addosso una serie di spiegazioni scientifiche per eventi o azioni.

Al di là del cumulo di sciocchezze pronunciato, per cui chi si occupa di biologia e genetica e non conosce giusto il citato-tra-le-righe Haeckel deve prima lobotomizzarsi per non mettersi a urlare, quel che è irritante (punto di vista soggettivo) è la nolaniana supremazia della verbalizzazione sulla percezione e sull’immaginazione e se si ambisce a solleticare con le parole i nerd un minimo sindacale di precisione allontanerebbe il ridicolo involontario.

Tuttavia qualcuno potrebbe replicare che si tratta di nuovo di una sciarada con gli stereotipi di genere, che il ridicolo involontario è appositamente ricercato e di nuovo ci si può chiedere: come può essere monumentale un film analogo?

E da dove deriva la sicurezza che tutta questa autoironia, questo non prendersi apparentemente mai sul serio, non sia talvolta un facile modo di saltare gli ostacoli?

Perché il tasto scientifico viene premuto e ripremuto ancora, assume un ruolo ineludibile nello spiegare il bivio a cui si trova inchiodata la protagonista ma la verbosità divulgativa non suona mai né credibile né drammatica, solo giustificativa delle azioni dei personaggi e a un certo punto non risulta neanche più autoironica (uno scherzo è bello quando dura poco, non quando viene ripetuto più volte).

Una volta che un autore s’infila nel ginepraio delle spiegazioni implausibili ci resta invischiato e rischia di non sapere come uscirne.

Ma abbandonate le vostre riflessioni da contabile e prendetela con leggerezza, no?

La verbalizzazione, intesa anche come didascalicità (e niente può annientare il mistero come quest’ultima), si nota persino dalla scelta delle location, elemento peculiare di un film che vorrebbe appropriarsi di atmosfere antiche e amene per l’americano medio (anche se la mitologia dietro la natura di Louise è solo abbozzata), ma troppo familiari, per quanto ammalianti, per costituire un elemento perturbante agli occhi di noi italiani, da Conversano a Pompei passando per Polignano a mare, location che da sole si ergono come mitologiche scenografie, valorizzate turisticamente dalle riprese vertiginose con drone e GoPro, senza però mai assurgere a elementi minacciosi o fuori dal tempo, mentre l’elemento di bizzarria è relegato ai ripetuti flash di piccole creature striscianti e pericolose in mezzo a una natura in cui accadono miracoli di contaminazione genetica (alla faccia dei parallelismi simbolici insistiti e leggibili).

Allora perché ne scrivi?

Se siete arrivati a questo punto potreste chiedermelo.

Perché Benson e Moorhead, pur passando attraverso il passo falso Bonestorm per V/H/S: Viral, hanno talento da vendere, semplicemente il loro prodotto non è nelle mie corde e la loro scrittura è barocca, intricata, ma spesso pasticciata e resta in superficie.

La fotografia, di responsabilità dello stesso Benson, contribuisce all’atmosfera molto più di location o personaggi improbabili: la fuligginosità pastellosa dell’incipit americano, la luminosità abbagliante o calda della seconda parte, i chiaroscuri del terzo atto e le saturazioni surreali tinte di rosso e blu nei dialoghi in auto, che rendono l’ultimo viaggio una trasferta nell’inconscio, ipnotizzano lo spettatore come gli occhi eterocromatici di Louise, molto più di dialoghi via via più insopportabili e stupidi.

La visione del corpo nudo e mutante di Nadia Hilker non ha la stesso impatto di alcune delle scene di Possession, ma in qualche modo gioca in quelle lande di disperazione e perdita di controllo sul corpo (sebbene non mi risulti che i registi abbiano mai fatto riferimento al film di Zulawski e che una scienziata che blatera di cellule staminali provi la strada dell’occulto è quantomeno risibile, anche se si capisce l’esigenza di dare un croccantino agli assetati di sangue).

Montaggio e movimenti di camera spesso complessi, quanto mai sbavati, conferiscono stile ed eleganza ad una storia in cui il nucleo emotivo e pivotale è il momento in cui il protagonista guarda l’agricoltore che l’ha ospitato piangere su una foto della moglie deceduta e si convince che l’occasione per l’amore con la A maiuscola sia unica e non vada sprecata per paure irrazionali (per esempio di una ragazza con tentacoli assassini).

Nei comunicati stampa viene citato l’immancabile Lovecraft, ma anche la trilogia sull’amore di Linklater e se avessero fatto riferimento a quella nel trailer gli horrormaniaci come me (quindi non necessariamente come voi) ne avrebbero evitato la visione.

D’altra parte il target principale dei film di Linklater forse sarebbe stato alla larga da un film simile quindi deve essere sembrato più facile ingannare i primi (donna nuda e pericolosa, possibile mostro, sangue per le strade e i gorehound accorrono come criceti).

E così anche gli horror maniaci hanno il loro Twilight per cui possono non vergognarsi.

Se vi emoziona assistere al nascere di un amore e siete così inguaribili romantici da soprassedere agli elementi nerd-fallici fino a farvi scendere una lacrimuccia sulla dolcezza del finale è il film per voi.

Se guardando il Vesuvio vi tornerà alla mente quel che affermava Nietzsche ne La gaia scienza vi andranno in cortocircuito i lobi frontali e le cellule beta delle isole di Langerhans.

5 commenti su “Spring

  1. Il ritorno dei morti viventi…
    Stasera la leggo e poi ti bacchetto😛

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  2. Lenny Nero
    23/03/2015

    beh, prima guarda il film. Io spero passi il concetto che a ME certi film non piacciono. Oltretutto Spring è migliore di Resolution da un punto vista estetico, ma le bestemmie che ho tirato per lo script sono insuperate. Però ha una battuta bellissima. Cioè, il film a un certo punto diventa tenero-comico. Se il trailer fosse stato onesto non mi sarei irritato. Marito finito il film ha commentato tra lo stupore e la noia “Ma è un film d’amore!”. Cioè, via da me questi film, via via via.

    Liked by 1 persona

  3. Alessandra
    13/07/2016

    Però qualcuno mi potrebbe spiegare la fine. Io non ho capito che cosa è successo. Spiegatemi, per favore

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  4. Lenny Nero
    13/07/2016

    SPOILER PIÙ SOTTO

    Lei decide di portare avanti la gravidanza interrompendo così il suo ciclo eterno di rigenerazione cellulare. Diventa davvero mortale per amore. Che poi la relazione fra i due non sia plausibile è tutto un altro paio di maniche!

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  5. Alessandra
    13/07/2016

    Grazie mille ♥
    Almeno tutto ha un senso ora
    Grazie infinite

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Questa voce è stata pubblicata il 23/03/2015 da in Cinema, recensione con tag , , .

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