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Peace is for pussies

Alléluia

ALLELUIA-AFF 120x160.inddQuand on est amoureux c’est merveilleux

Quale occasione un nuovo film di Fabrice Du Welz per parlare d’amore o, per la precisione, di come sia rappresentato l’amore al cinema.

Ricollegandomi alla premessa del post precedente, appartengo a quel gruppo di persone che non nutre interesse nella rappresentazione fiabesca di una relazione romantica, perché nella mia testa appare fasulla come una propaganda sessista o un modo di abbellire voglie genitali di cui la letteratura italiana è colma di esempi da secoli.

E’ una rappresentazione che spesso espelle gli elementi carnali e viscerali, i contrasti, i dissidi, gli alti e i bassi, la biochimica e i feromoni citati in una secca risposta proprio dalla protagonista di Spring.

Eppure ritenere che l’amore sia solo biochimica e feromoni, o uno motore riproduttivo, nulla sottrae all’amore, alle sensazioni, al senso di confusione o stupore che suscita.

Sarebbe come affermare che eliminato dio dall’equazione etica o esistenziale non resta alcunché, ma dissipate le cornici e le cornicette, lo schema virtuale, ideologico o poetico, le sensazioni innescate da un sentimento amoroso sussistono comunque.

Posso avere un’etica anche senza dio? Certo.

Posso sperimentare e godere dell’amore pur consapevole dei moti molecolari di cui è intessuto?

Certo, non li si può fermare.

E a chi non sono graditi tutti quei neurotrasmettitori che lubrificano le sinapsi?

E soprattutto possono essere incontrollabili, ingestibili, proprio come gli istinti riproduttivi o di ricerca del piacere.

Prendete questo caotico insieme di elementi, aggiungeteci euforia, gelosia, desiderio carnale e senso narcisistico di (onni)potenza e di completezza derivato dall’essere in coppia e vi avvicinerete all’amore folle, selvaggio, criminale.

Du Welz, seguendo i principi base, quasi da manuale, del realismo magico racconta di nuovo proprio una storia d’amore, ma focalizzata su quegli aspetti del desiderio d’amore che lo rendono oltraggioso, terrificante e pericoloso (per sé, per gli altri).

In Vinyan e Calvaire il motore scatenante di psicosi individuali o collettive era l’assenza dell’oggetto d’amore, mentre in Alléluia è quasi immaginabile che il protagonista in fuga di Calvaire (di nuovo Laurent Lucas e che di nuovo recita per ammaliare le donne, questa volta volontariamente) trovi karmicamente la sua Gloria (Lola Duenas), di cui Bartel considerava Marc la reincarnazione, una moglie oggetto di amore assoluto tanto da diventare indispensabile per la propria esistenza, fino a ingannare la mente.

Ora si chiama Michel, vende scarpe (in realtà è solo un feticista), invoca gli elementali per avere successo nei suoi atti di seduzione, ha una cicatrice sulla testa che gli causa forti cefalee e il rapporto coercitivo-incestuoso con sua madre gli ha lasciato una cicatrice più profonda.

Gloria lavora all’obitorio, pulisce i cadaveri, ha alle spalle un matrimonio fallito e vive in un limbo mortifero senza riuscire a trarre gioia nemmeno dalla piccola figlia.

Gloria è disposta a essere una nuova figura materna, protettiva e possessiva, pur di continuare a farsi inebriare da Michel.

Un sentimento che nasce da gravi aporie e sulle relazioni nate da aporie già un noto filosofo lanciava grida d’allarme.

Honeymoon Killers

La parte standard della recensione prevede il dover ricordare che Alléluia si basa su una storia vera, e non è un’invenzione.

Fabrice Du Welz, Vincent Tavier e Romain Protat si sono appropriati delle vicende del 1947 che portarono alla sedia elettrica Martha Beck e Raymond Fernandez, vicende che hanno ispirato Lonely heart bandits (George Blair, 1950), The honeymoon killers (Leonard Kastle, 1969), Lonely hearts (Andrew Lane, 1991), Profundo carmesi (Arturo Ripstein, 1996), e chi sa se Peter Jackson nel 1994 con Heavenly creatures non decise di rappresentare una versione saffica e allucinata proprio di certe dinamiche psicologiche.

Questi dati non sono rilevanti se non per completezza filologica.

Alléluia non è un remake, ma una rielaborazione come una di quelle effettuate da William Shakespeare, in cui il nucleo narrativo resta identico, ma l’adattamento è pienamente opera dell’autore.

Il fantasma della realtà

Tanto più vale per Du Welz per cui la parola autore sconfina anche nel campo di control freak tanto da riuscire a spingere il direttore della fotografia Manu Dacosse ad allontanarsi dalle lucide smaltature dei film di Cattet e Forzani e forzarlo in riprese in super16 con severe regole d’illuminazione (in)naturalistica, lasciandolo giocare con i toni cromatici in rare occasioni di narrazione puramente visiva.

Gli interni sono fortemente contrastati e illuminati da fonti di luce esterne.

Le figure dei protagonisti sono talvolta ridotte a silhouette oscure o frammentate in dettagli anatomici, deformati fino a diventare mostruosi.

E’ il concetto artistico attraverso cui Du Welz sbalza i suoi protagonisti e ce ne restituisce l’interiorità sepolta.

Dialoghi e interazioni avvengono spesso tra occhi, bocche, lingue, denti, dita, inquadrature ravvicinate che contribuiscono ad acuire il senso di irrealtà e angoscia che pervade e incrementa durante tutto il film fino alle sequenze finali, ambientate in una frontiera di catarsi mentale ormai disconnessa da qualunque appiglio visivo alla realtà.

La pellicola è sgranata, materica, sfilacciata, in un contrasto all’inizio destabilizzante, ma infine ben riuscito, fra la ricerca di naturalismo e l’innesto di elementi grotteschi e assurdi (con una coraggiosa disinvoltura nella direzione di una scena sconcertante in cui la rottura della quarta parete si accompagna a un numero musicale che non sfigurerebbe in un film di Ozon, se non fosse per la presenza di un cadavere e di una sega, una rappresentazione della follia amorosa così intrisa di differenti toni e sensazioni che tra qualche anno la riconosceremo come geniale).

La camera a spalla la fa da padrona eppure potreste affermare il contrario.

La pellicola richiede maggior rigore nella messa in scena e non si ha mai l’impressione di un tentennamento o di una casualità nelle riprese, fluide e mai improvvisate, anche quando temporalmente lunghe o complesse, integrate in modo millimetrico con la variegata colonna sonora di Vincent Cahay che appone sonorità adrenaliniche e primitive su un rituale notturno di fuoco e nudità epilettiche, seguendo in modo preciso i movimenti dei protagonisti quasi avesse dovuto musicare una coreografia, intreccia archi e tastiere o rimodula con sonorità elettroniche il brano cantato da Lara Persain che sui titoli di coda espande la sensazione di inesorabilità e terrore panico.

Humphrey Lucas e Katharine Duenas

Amore folle, che consente di fuggire da una quotidianità insoddisfacente e precaria, amore a qualunque costo, un amore che sta a quello comunemente inteso come il terrorismo sta alla religione cui fa riferimento, un amore che talora appare coercitivo o risolutore di nevrosi.

E’ pur sempre amore?

Ed è differente dall’amore dei vecchi film, da quello fra Humphrey Bogart e Katharine Hepburn in The african queen, fatto di dolci schermaglie da scimmiottare per fantasticare di star vivendo proprio quel tipo di amore, felice e ridanciano.

Un’illusione derivata dal cinema (ed è proprio in una sala cinematografica che se ne celebra l’acme e il funerale), un modello cui ambire che ha influenzato l’inconscio collettivo di intere generazioni, eppure transitorio, minato costantemente proprio dal desiderio dell’amore perfetto (ciclicamente Gloria raggiunge un livello di saturazione ai compromessi ed esplode in crisi isteriche per riprendere il ruolo dominante che disperatamente vorrebbe gestire) o da passioni e pulsioni dei partner (la gelosia per Gloria, gli appetiti fetish in contrappunto con un possibile desiderio di familiarità serena per Michel).

Di questi contrasti Alléluia è ricco, quasi esondante, grazie a una direzione a tratti rabbiosa ma sempre controllata, minuziosa nel raccontare illustrando o facendo esperire sensorialmente invece che verbalizzando (ma da Du Welz è esattamente quel che ci si attendeva), incentrata più sui personaggi e i loro corpi (e quindi le loro menti)  che su una rigida composizione formale come accadeva in Vynian, lasciando i due coprotagonisti liberi di conferire al film un preponderante elemento di vitalità, per quanto disturbata e ossessiva.

Il ghigno e gli sguardi da satiro di Laurent Lucas o le urla di Lola Duenas non assomigliano per nulla alle risate accorate di Bogart e Hepburn, sono in parte espressioni di rivalsa e aggressività che li trasfigurano, ma mostrano tutta l’energia distruttiva che l’amore può portarsi dietro, quel lato ancestrale e difficilmente controllabile che affascina perché da innamorati percepiamo questo subbuglio chimico, pronto a esplodere quando messo in pericolo.

L’amore disordinato e corrotto fra Gloria e Michel è il soddisfacimento della preghiera più alta e ambiziosa che si possa rivolgere al proprio dio.

(Vi segnalo, anche se tradotta in inglese, quest’intervista schietta e disincantata a Du Welz: http://www.electricsheepmagazine.co.uk/features/2014/12/20/alleluia-interview-with-fabrice-du-welz/)

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Questa voce è stata pubblicata il 01/04/2015 da in Cinema, recensione con tag , .

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