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Peace is for pussies

Headless

headlessposterPremessa

Nell’epoca in cui tutti, me compreso, esprimono con disinvoltura la propria opinione su qualsiasi argomento sono rimasto piacevolmente sorpreso nel sentirmi messo all’angolo da un film su cui avevo proiettato aspettative e pregiudizi precisi e che, per la natura della sua progettualità, pone i commenti ad alto rischio di fraintendimento o, al contrario, di sopravvalutazione, tanto da aver litigato nella mia mente a proposito di diversi elementi per riuscire a inquadrare nel modo più corretto possibile Headless, con tutto il grado di approssimatezza derivante dalla mia sensibilità personale e attuale (a 12 anni i miei occhi avrebbero brillato per l’orgoglio onanistico di aver visto uno di quei film così estremi che non vedi l’ora di descriverlo a un tuo parente prossimo per procurargli un infarto).

Nota a margine: se avete visto Found sapete che cosa vi può proporre Headless in termini di gore, se non l’avete visto, e siete in cerca di shock da perversione, chiedetevi se è il primo film del genere che affrontate e nel caso potete pure pensarci due volte.

The Roach Man’s return

Headless è una costola di Found, non che sia imprescindibile aver visto quest’ultimo, a parte il suo essere un piccolo capolavoro, ma è un dato da tenere a memoria per inquadrarlo ancor meglio creativamente.

Tra i produttori è presente proprio il regista di Found, Scott Schirmer, insieme a un branco di giovani aficionados realizzatori di Z-horror che si sono riaffidati a Kickstarter.

Il villain non è altro che il protagonista della videocassetta scoperta da Marty ed è di nuovo interpretato da un rabbioso Shane Beasley.

Lo script è di Nathan Erdel, amico degli scriteriati sopracitati, mentre la regia è affidata a Arthur Cullipher, già responsabile degli effetti speciali per Found e colpevole del realismo efferato che tanti problemi ha causato nelle sedi delle commissioni di censura.

Il valore di Found deriva da un intreccio di tematiche e problematiche (personali, sociali) e dal provocatorio parallelo tra violenza reale, derivata da un preciso background culturale sessista e razzista, e violenza cinematografica, che si rivela innocua e solo formalmente ispiratrice, un parallelo che, senza dubbio, è urlato tramite la spregiudicata insensatezza necrofila di quella videocassetta ritrovata.

Sull’idea di creare un intero film partendo da un inserto di 10 minuti presente in un altro film gravava il sospetto che si trattasse di mera operazione commerciale destinata a titillare i gorehound più accaniti (e tra i produttori esecutivi c’è pure Nick De Carlo, presente tra i ringraziamenti di un prodotto pornografico come American Guinea Pig: Bouquet of Guts and Gore, membro di una tipologia di film di cui vorrei discutere con gli ammiratori del genere, ma forse non voglio davvero conoscerli).

Flowers of flesh and blood

Quando ero un bambino vivevo l’horror come una sfida con me stesso e spesso ho guardato film solo con il proposito di subirne l’effetto shock.

Di visione in visione mi rendevo conto che alla fine ciò che rimaneva impresso nei miei circuiti cerebrali erano le sensazioni derivanti dall’adrenalina o dai vari neurotrasmettitori della paura e non i dettagli della violenza in sé che, quando privata di giustificazione e contesto (narrativi, morali o psicologici) appare (e sottolineo che è una mia impressione) come la proiezione di una fantasia macabra che può colpirti lo stomaco o stimolarti i genitali.

Non traendo piacere dal farmi sferrare pugni nello stomaco, che non siano metaforici e cerebrali (in questo senso sono un masochista di 10° Dan), e tantomeno eccitandomi di fronte a scene di smembramento, soprattutto se con vago contorno sessuale (e non sto giudicando i cultori della materia, ne registro solo l’esistenza e mai espressioni furono più appropriate di gorn o torture-porn) mi sono avvicinato a Headless incuriosito per l’ammirazione che mi aveva suscitato Found, ma timoroso che non fosse my cup of tea.

Non apro una discussione se non sia comunque una forma di piacere pornografico trarre una sorta di malevolo brivido testicolare dall’essere gettati nel panico o condotti in territori non quotidiani dell’animo umano (forse è, appunto, il polo opposto rispetto al cripto-sadismo) o se gli stessi film underground qualora includessero maschioni in pericolo, invece che donzelle destinate al macello, otterrebbero lo stesso apprezzamento, ma ne approfitto per affermare che no, Headless, per quanto discutibile, proprio come Found non è solo pornografia ma, pur seguendo stilemi tradizionali (la genesi di un serial-killer, la famiglia disfunzionale, necroincestomicidio), si colloca sui binari di Maniac di Lustig o di Angst (per le fonti di ispirazione, invece, fate il vostro gioco da horror-maniaci, anche se non so quanti, a iniziare da me, conoscano i riferimenti meno ovvi come The headless eyes del 1971).

Fuck my head!

La cornice grindhouse (il trailer dell’inesistente Wolf baby, le cigarette burns e tarantinate varie usate in modo molto parco solo come fiocco al pacco contenente le offerte letali) scompare presto dall’orizzonte critico perché le atmosfere sono il risultato della costruzione di una visione filtrata dalla mente dell’assassino (da qui il parallelo con Lustig), una visione rafforzata dal contrappunto tra le atmosfere disco della sala di pattinaggio (il mondo esterno ancora da invadere) e le atmosfere di ciò che già stato invaso ed esperito da una mente deviata che tutto distorce, e vira, verso tonalità macilente e sporche, di nuovo merito di Leya Taylor, o lattiginose come i liquidi che spurgano dagli occhi divorati, atmosfere rese ancora più ruvide dalle tracce sonore realizzate carpenterianamente dallo stesso Cullipher.

Come in Angst, invece, osserviamo l’assassino muoversi all’interno del suo mondo, ma dall’esterno.

Durante i flashback il punto di vista è quasi sempre quello della madre o della sorella abusive, punto di vista che fissa nella retina un’immagine-simbolo: quella di un bambino che cresce vessato, minacciato e umiliato per anni e anni, rinchiuso in una gabbia che non cresce con lui.

L’intento, oltre che classico da un punto di vista della costruzione psicologica, non è apologetico perché quella gabbia resterà nella vita dell’assassino, marchio e condanna, e nel disarmante finale assurge a simbolo di fallimento e frustrazione (espressi più volte in scene di urla incontrollate e piagnucolose dopo gli omicidi) che se da una parte stimolano umana pietà, dall’altra sottraggono fascino emulativo a una persona psicologicamente devastata, ancora vittima ma di se stesso.

E le vittime non suscitano mai fascino o piacere nell’identificazione.

Intriga, inoltre, la scelta di sovrapporre alcuni atti osceni a una loro rappresentazione onirica di cui è protagonista un’ipersessualizzata bambola priva di occhi, una figura ricorrente che magari non è stata usata con l’intento di sottolineare il sessismo di certi atti (o di certi spettatori), ma ottiene anche questo risultato come se non bastasse tutto il corteo di incapacità di accoppiamento con un altro corpo se non in modo improprio e post-mortem.

Potremmo persino accusare Headless di essere troppo didascalico nel costringere lo spettatore a confrontarsi (e riflettersi) con una violenza inaudita di cui vengono esacerbati gli aspetti psicologici e l’insondabile amarezza che li sottende, ma tale didascalicità è perdonabile nel momento in cui viene realizzata tramite l’uso del simbolico che s’incarna in luci stroboscopiche che diventano occhi appesi ai rami degli alberi o in un bambino con la testa a forma di teschio.

Skull boy, con i contrasti morbidi di luci e ombre che gli conferiscono la potenza ipnotica di un memento mori medievale, con il suo esprimersi a gesti e tic nervosi (un rapido battito di denti) che partono da un corpo fragile, possiede un impatto iconografico che surclassa quella del killer adulto e, nella sua semplicità, un’efficacia pittorica che raggiunge il suo apice nella trionfale postura dell’ultima inquadratura.

Without faces we are free?

La violenza di Headless è tale e indescrivibile (al pari e oltre quella del segmento di Found) che confonde, infastidisce, turba, sempre a un passo dal risultare ripetiva e meccanica come nella ritualità tipica dei serial killer, ma è l’amo a cui abbocca il gorehound che, mentre vorrebbe applaudire o sistemarsi una mezza erezione, si ritrova senza accorgersene ad annegare in un mare di afflizione mentre le frattaglie lo portano ancora più a fondo.

Il passaggio tipico di molti slasher americani per cui la genesi del villain parte da un trauma da vendicare e rende il villain una sorta di sopravvissuto/oltreuomo in Headless viene deviato, secondo lo schema meno frequente adottato da Lustig, verso l’autodistruzione e uno sguardo allo specchio più doloroso e sanguinolento di quello del remake proprio di Maniac, una presa di coscienza della propria morte interiore anche se il corpo attraverso gli omicidi ha cercato una rivalsa e un senso.

Sono presenti, e pensati, elementi sabotatori della figura dell’assassino: nel momento in cui viene reso troppo umano nella sua disumanità e tutte le sue debolezze da castrazione sono esposte non resta un nuovo energumeno massacratore di ragazzi per il nostro diletto, ma carne morta tra la carne morta.

Headless è uno di quei rari film per cui non esiste una parola di sicurezza nemmeno dopo molto tempo dalla visione, in cui il gesto di strapparsi la faccia davanti uno specchio ne racchiude anche l’intento e un invito allo spettatore.

Per gettare altra carne sul fuoco, qui trovate una disorientante intervista al regista.

4 commenti su “Headless

  1. Caino
    22/04/2015

    ok, venduto: me li procuro both e poi torno per i miei soliti insulti più o meno espliciti.
    engioi & tencs.

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  2. Lenny Nero
    22/04/2015

    Penso che Found e Headless siano due film sui quali davvero ci si potrebbe insultare. Meriti obiettivi da una parte, elementi che dipendono tanto dalla sensibilità e dal gusto personale dall’altra.

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  3. Aaron Boone
    23/04/2015

    Mi hai incuriosito, domani lo vedrò. Grazie per la segnalazione, leggendola mi hai fatto venire voglia di cazzo.

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  4. Lenny Nero
    23/04/2015

    dopo le scene di mutilazione genitale ti passerà per sempre, tranquillo.

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Questa voce è stata pubblicata il 20/04/2015 da in Cinema, recensione con tag , , , , , .

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