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Peace is for pussies

Goodnight mommy

gmThe more I see, the less I want to know

Goodnight mommy è il riflesso in uno specchio malefico di The Babadook, ne è complementare e contraltare, da qualsiasi punto di vista, come se da emisferi opposti Jennifer Kent e i due coregisti Veronika Franz e Severin Fiala (sotto la produzione e parentela di Ulrich Seidl) avessero osservato uno stesso nucleo tematico (l’elaborazione del lutto e dell’abbandono, il rapporto madre e figlio di fronte a un evento tragico) sotto luci differenti.

Il concetto di (conflitto di) prospettiva e di visione è già incluso nel titolo originale (Io vedo…) ed è proprio l’ostinazione nel vedere, fino all’interpretazione paranoica dell’immagine che paradossalmente rende ciechi, il motore di un disastro famigliare tra i più dolorosi visti negli ultimi anni.

L’immagine che i due gemelli protagonisti, Elias e Lukas, si ostinano a vedere è quella della madre idealizzata, presente ed affettuosa, che non corrisponde alla sua nuova versione, reduce da un massivo intervento di chirurgia plastica, bendata, angosciante e prevaricatrice.

L’immagine che la madre, presentatrice televisiva, si ostina a vedere, e a voler trasmettere, è quella di una donna perfetta che vive in un casa perfetta con una famiglia perfetta, scotomizzando una realtà che è l’esatto opposto, tanto che durante il gioco del Chi sono? non riesce (si rifiuta?) a riconoscersi nella descrizione fatta dai figli.

Eppure la casa sembra essere stata inconsciamente arredata per rivelarle e ricordarle la verità, tramite gigantografie di ritratti femminili sfocati (dei quali non si scorgono i lineamenti, come ombre sulle pareti di una caverna o spettri della mente) o bambole-surrogato di se stessa che, di ritorno dall’ospedale e ossessionata dalla convalescenza, manifesta, sia nei movimenti sia nella forma mentale, un agire robotico reso con una disinvoltura violenta da Susanne Wuest, che conosce così bene il suo corpo da sapere come disporre ogni singola ossa nella posa più manichea e manichineggiante, sfoderando intanto sotto le fasciature occhi intrisi di sangue in concorrenza con quelli di Caronte.

Love is clockworks and cold steel

Le fondamenta di Goodnight mommy sono strutturate su asimmetrie ubiquitarie.

Elias e Lukas incarnano in modo stereotipato il concetto di estroverso e introverso e mentre uno è il polo dell’affetto, del gioco e del dubbio morale l’altro è il vermilinguo sussurratore di azioni rancorose, vendicative, da tribunale del popolo.

Le canottiere dai colori incastonati nelle trame cromatiche degli ambienti consentono di distinguerli, ma i già scarsi dettagli che li definiscono come individui inizieranno a mescolarsi.

L’altra asimmetria è tra i desideri dei protagonisti: la madre vuole rimuovere eventi del passato (un incidente, un divorzio) e rinnovarsi, mentre i figli rivogliono indietro un contesto che non accettano come dissolto.

Il volto diventa il corrispettivo fisico dell’identità personale e non c’è forse atto più brutale e profondo nei propri riguardi che nel modificarsi i connotati per percepirsi come altra persona.

Cambiare il volto nel caso della madre implica abbandonare la vecchia sé ma i bambini lo percepiscono come una perdita di punti di riferimento, come un atto di rifiuto anche nei loro confronti, come un’assenza materna e quindi un ulteriore lutto fonte di rabbia incontenibile.

Le basi del conflitto fra aspirazioni personali, razionalità e istinto feroce (e per buona parte del film vi chiederete perché il risultato sia quello di un teatro della crudeltà in cui tutti i protagonisti sembrano comportarsi in modo irrazionale) si materializzano anche nell’asimmetria dei luoghi: da una parte una natura incontaminata e dai colori estivi, che tuttavia cela anfratti, grotte-cimitero e tombe abbandonate, un mostro affascinante da cui la famiglia è protetta dall’altra parte da una casa iperstilizzata e dai colori neutri che assume i connotati di una casa-laboratorio, di una serra pinteriana in cui la temperatura diventerà troppo calda, perché il vero mostro è già dentro la casa, non è generato dal caos naturale ma da un ordine artificiale, architettonico e sociale.

La casa è un’entità neurale condivisa in cui ad ogni porta che viene chiusa o aperta coercitivamente si genera un conflitto fra i protagonisti, un’invasione di campo non gradita ed esacerbante quando il problema di fondo è invece l’assenza di empatia e contatto umano.

L’asimmetria è infatti presente anche tra la psicologia infantile, elastica e predisposta alla fantasia e alle mitologie, e quella regimentata di una persona matura, e su di essa si fonda il dramma dell’incapacità di comunicazione e comprensione fra la madre e i figli.

Il film esordisce con un’esibizione canora dei Trapp family singers, scena di cui si coglie il tagliente sarcasmo solo a posteriori: la famiglia tradizionale, idealizzata come un bastione sereno e impenetrabile per la felicità dei suoi componenti, può nascondere crepe incolmabili che ne faranno crollare le mura.

A questa tragedia, che a qualcuno potrebbe risvegliare ricordi di The other di R. Mulligan ed echi visivi di Les yeux san visage di G. Franju (e non cito Haneke non a caso), l’energia è infusa dalla decisione narrativa di porre lo spettatore dalla prospettiva dei bambini, quindi dal lato di chi non comprende la visione adulta di vicende famigliari che inquadreremo in modo compiuto solo negli ultimi minuti.

Il crescente senso di angoscia (guidato con mano leggera dalla soundtrack minimale di Olga Neuwirth, perfetta per l’atmosfera da incubo lucido della prima metà e inevitabilmente assente durante i silenzi terminali, così carichi di tensione emotiva da essere frastornanti) deriva dalla dissonanza tra le dinamiche attese fra madre e figli al ritorno di una madre appena operata e il precoce clima di battaglia interna per l’acquisizione di potere e controllo.

Non capiremo subito le sfumature di questo comportamento reciproco, disperato e autodistruttivo, da manuale di cannibalismo intrafamigliare.

Non afferreremo, se non gradualmente, i contorni dell’aporia dei protagonisti che invece di risollevarsi si accartocciano su se stessi, ma proprio questo senso di smarrimento, di coordinate ondivaghe, nutre il climax di un film lento e ipnotico all’apparenza ma le cui dinamiche psicologiche che sottendono quell’apparenza sono in subbuglio e traspirano attraverso squarci di violenza e allucinazioni che scandiscono i passaggi tra i diversi atti.

Goodnight mommy è  paragonabile al barattolo di vetro in cui i gemelli custodiscono enorme blatte: in superficie lucido e brillante, granuloso guardandolo da vicino, come i 35 mm chirurgicamente impressi dal direttore della fotografia Martin Gschlacht, ma al suo interno brulicante di creature ctonie.

E quando le creature raggiungono i bordi per uscire non è più possibile controllarle, e dalla geometrica e rigida composizione delle immagini passiamo a sequenze in cui fa capolino la telecamera a mano  (senza mai prendere il sopravvento com’è logico in un film sulla mania di controllo su un’esistenza fuori controllo) e il tono generale vira in modo pesante verso il crudo realismo e atti di violenza goffi quanto estremi che faranno urlare i più sensibili ma mai quanto la disperazione sconfinata che è l’ultimo lascito del film.

It’s always funny until someone gets hurt

Siccome della cinematografia austriaca molti conoscono solo i film di Haneke che, sia ben acclarato, venero come un semidio e considero un genio per lo meno nel campo della costruzione narrativa, proprio il nome di Haneke ricorre nelle recensioni e nelle interviste alle registe che con pazienza respingono al mittente il paragone.

E con ragione.

Haneke ha un approccio paternalista e didattico, da severo professore quale è, non lascia quasi mai margini d’interpretazione, i suoi film propongono tesi, non ipotesi o dubbi, ed è magnifico il modo in cui le illustra, ma a parte la freddezza estetica e qualche assonanza con Il nastro bianco Goodnight mommy è l’anti-Funny games.

Non c’è traccia di riflessione perbenista nella messa in scena della violenza, esplicita e minuziosa e che ad alcuni recensori è parsa gratuita quando invece ogni atto include un suo preciso significato nel gioco dei ruoli fra madre e figli (il sigillare e il desigillare la bocca dopo aver deciso che contro ogni evidenza c’è una bugia da processare), non ci si tira indietro di fronte alla possibilità dell’effetto shock (i danni di Damien Hirst sull’inconscio collettivo) e soprattutto mentre i film di Haneke sono rigidamente concettuali Goodnight mommy è un film viscerale che irrita sempre più duramente i nervi occludendo ogni scappatoia redentrice ed evitando intellettualismi nel descrivere la parabola di un fallimento totale nelle relazioni umane, senza che venga presa una posizione netta e giudicante nei confronti dei personaggi (vittime e carnefici alla pari), priva di sfumature e possibilità di discussione.

Goodnight mommy riesce a trascinare in una dimensione onirica lo spettatore, che ne viene sedotto e avvolto, offrendo poco per volta i pezzi di un puzzle da ricomporre ma quando iniziano ad arrivare i pugni, via via più serrati, instilla nella nostra parte razionale spunti di riflessione sulle debolezze insite in ogni famiglia.

Se dopo un film come Gone girl magari la comunicazione all’interno di qualche coppia è migliorata (o si è dissipata), dopo Goodnight mommy forse qualche genitore rifletterà sul suo rapporto con i figli.

Sempre che non sia troppo tardi per meritarsi un (giusto?) processo fino a prova contraria.

La madre è dio agli occhi di un figlio e il tradimento di un dio è il più imperdonabile.

8 commenti su “Goodnight mommy

  1. Caino
    09/09/2015

    huè zeneize, mi sei sparito? che stai a guardà? Guardati “The Nightmare”, son curioso. Ciaps

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  2. Lenny Nero
    09/09/2015

    Ciao! Ma no, mi sono preso un po’ di ferie arretrate e sono tornato solo lunedì. Ho visto diversi film ma nessuno di cui avessi davvero voglia di scrivere. Ora devo concludere la mia to-see list e c’è anche The nightmare (ma mi sto disintossicando da mock e dintorni, confido che questo regista ne abbia fatto un uso intelligente/suggestivo).

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  3. Caino
    09/09/2015

    Il regista, che ha fatto anche Room 237, è un gran furbacchione. Ma poi commenterò se ne scriverai senza parlare di cose che ora non hai ancora visto.
    Niente, vado a recuperare questo Goodnight Mommy… è che come Kinodontas non c’ho molta voglia di roba non-ita e non-eng.
    A presto🙂

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  4. Lenny Nero
    09/09/2015

    l’ho rivisto qualche giorno fa. L’Austria l’ha candidato come suo film per l’Oscar (per quel che vale) e per me è un capolavoro perché è quel tipo di cinema della crudeltà che un po’ ti devasta un po’ soddisfa la tua parte sadico-adolescenziale. Quest’anno potrei anche non scrivere più perché non vedo davvero che possa uscire di meglio secondo i miei gusti personalissimi (sono sicuro che molti odieranno il ritmo, la cui percezione dipende molto da corde personali, io ero tesissimo la prima volta…oppure il minimalismo dei dialoghi, che io in tempi di sorkinismi apprezzo molto. Il film doveva essere muto nelle intenzioni originali!).

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  5. Caino
    09/09/2015

    Non l’ho visto. Dopo i primi 5 minuti ho capito che era un film da non sprecare ed ho interrotto la visione sperando di riprenderla con una versione in una lingua che comprendo. Ma dopo New kids turbo mi toccherà ripetere l’esperienza.
    Non essendo un appassionato di horror alla fine mi interessa qualsiasi cosa a patto che sia raccontata bene.

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  6. Lenny Nero
    09/09/2015

    non è precisamente un horror, anche se ha sequenze da film horror. Per me è una tragedia greca. (Ci sono i sub eng).

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  7. Caino
    21/09/2015

    Visto.
    E’ notevole. Raramente si vedeno opere con questo livello di autoconsapevolezza narrativa. Non ci sono sbavature, non c’è critica costruttiva che si possa fare. O lo decostruisci, contestando scelte fondamentali, o lo accetti.
    E’ un film affascinate e tragico, raccontato veramente con maestria.
    Grazie della segnalazione.

    Liked by 1 persona

  8. Lenny Nero
    21/09/2015

    Veramente contento ti sia piaciuto. Per me è questo uno dei migliori film del 2015, altro che It follows. Che comunque spicca come un luminoso sole di fronte a quelli che hanno spacciato come i film da vedere a Settembre cioè Hellions, Last shift e Some kind of hate, che mi sono sparato di fila. Che porcate o semi-tali. Per fortuna ho una serie di film orientali da recuperare (e The nightmare) o dovrei meditare di darmi ai film di Bollywood.

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Questa voce è stata pubblicata il 16/07/2015 da in Cinema, recensione con tag , , .

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