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Peace is for pussies

Felt

feltRilassate digressioni introduttive

Per quel che riguarda il 2015 dopo Goodnight Mommy (di nuovo presentato al Festival di Venezia nella sezione Orizzonti, forse nel tentativo di reperire una distribuzione italiana, meritata non solo per l’intrinseca eccellenza del film, ma anche perché candidato al premio Oscar come miglior film straniero), non m’attendo di imbattermi in pellicole di duraturo rilievo, pur riponendo fiducia in una manciata di titoli intriganti passati in secondo piano rispetto alle agognate ferie.

Tuttavia, navigando nel mare magnum filmico, cioè tra le onde dei capolavori e la fanghiglia degli strapiombi, qualche titolo imperfetto ma stimolante, a seconda dei gusti, si trova sempre e quest’anno è osservabile un’aumentata produzione di film di genere spesso con un target preciso, o rapidamente dimenticabili, ma altrettanto spesso con spunti e prospettive originali e la sensazione speranzosa è che questo movimento percepito si coaguli in prodotti più efficaci e solidi (e che spazzino via found-footage/mockumentary che intossicano il mercato da troppo tempo).

Nel mio caso tra i film distribuiti di recente in forme digitali* ha attirato l’attenzione il chiacchierato Felt.

*(un giorno vi racconterò di quando ho acquistato il prescindibilissimo, ma come sempre critically acclaimed, Pieces of talent e m’ha telefonato un impiegato della mia banca chiedendomi che cosa mai avessi acquistato da un mercato estero, tra l’altro a pochi euro, richiedendo il collegamento del conto a Paypal, perché gli horror-maniaci amano l’horror perché hanno vite fantozziane e sarebbe stato più facile spiegare che avevo acquistato un porno thailandese con cefalopodi eccitati).

Consiglio spassionato pre-visione

Se vi collocate fra coloro che si ritengono particolarmente interessati/documentati sulla rape culture, sulla distorsione del gender study* o, più semplicemente, sulle relazioni fra i sessi, sfilatevi subito il coltello dalla bocca perché Felt pecca di eccesso di semplificazioni concettuali (lo potete già notare dal trailer ma la sua forza è di natura visiva e recitativa) e ogni volta che un’opera tocca argomenti a noi cari, o sui quali abbiamo costruito una competenza, le semplificazioni fanno scattare subito riflessi di fastidio.

E non dubito che chi si aspetta un manifesto femminista senza sfumature, contraddizioni o stereotipizzazioni, rigidamente impostato e ideologicamente à la page, potrebbe restare interdetto (a mio avviso sbagliando ma non sono un esperto).

*(etichettato, per distruggerne ogni spunto scardinante, come unicornica ideologia che poi fa il giro e viene abbracciata da estremisti opposti, ugualmente invasati, lasciando malconci donne e omosessuali che pagano le conseguenze di questa diatriba, solo dannosa e non proficua nel nostro paese immaturo e cattotalebano)

Se invece appartenete al gruppo di coloro che sviluppano bolle già al termine femminismo, che ritengono che la rape culture sia mitologica (sussistono inclusioni esagerate, ma suvvia, provate a leggere qualche articolo) o che le droghe da stupro siano un alibi per donne di scarsa moralità (sto parafrasando in modo elegante frasi di rara stupidità pronunciate da uno dei personaggi secondari proprio di Felt), il film potrebbe irritarvi, ma forse proprio voi siete il target giusto per ricevere qualche input su cui riflettere e, chissà, arrivare a domandarsi sto in qualche modo esercitando violenza sulle donne, sono in grado di sentirne la profondità o la sto sottovalutando?

Repulsione

In qualche critica ricorre un frettoloso paragone con Repulsion che, con tutto il rispetto per quella gemma di paranoia, non rende completa giustizia ai pregi di Felt.

Se la protagonista del primo è figura inesorabilmente perduta, e il percorso cui assistiamo è solo una discesa all’inferno, la protagonista di Felt invece, tra involuzioni ed esasperazioni e il rinchiudersi nel proprio immaginario artistico e nel travestitismo grottesco, tenta disperatamente di aggrapparsi a sprazzi di serenità, inaspettatamente donati dal belloccio e timido Kevin, dopo aver imparato a difendersi anche con troppi aculei dalle stupide cattiverie dei maschi medi che continua a incontrare.

Perché Amy nutre ancora speranza dopo essere stata quasi distrutta da un trauma.

Potremmo discutere (c’è una discussione dello stesso tenore in ogni articolo su Felt) della qualità e della quantità di questo trauma.

Potremmo lasciarci suggestionare dalla prima teoria di pupazzi trash-pop assemblati da Amy per dedurre facilmente che abbia subito uno stupro dopo essere stata drogata (e un dialogo demenziale con un ragazzo demenziale sulla non esistenza delle roofies sembra corroborare questa suggestione), ma più il film procede e più il ventaglio di possibilità, fisicamente gravi in modo variabile, diventa ampio.

In tempi di didascalismi necessari per un mondo di analfabeti funzionali la scelta di non rivelare l’esatta natura del trauma è una scelta così silenziosamente urlata da mantenere acceso il cervello perché la conclusione che si deve trarre da questa assenza è che Amy è una donna ferita ed è stata ferita in quanto donna (come spiegherà tra le lacrime nel prefinale).

Se ne dovrebbe anche dedurre che quel trauma è stato l’ultimo di una serie e quando la sopportazione lambisce il suo limite il vaso di Pandora costruito intorno alle emozioni positive si frantuma e ne fuoriesce solo dolore.

Con questa strategia di sottrazione nella costruzione del personaggio, Amy, in quanto larva trans-gender e trans-umana, che si aggira tra le sequoie di San Francisco improvvisando travestimenti minacciosi costruiti con materiale d’accatto addobbato con una protesi fallica, diventa simbolo di altre persone rispetto alla stessa Amy.

C’è in nuce l’ambizione, più o meno consapevole, di rendere Amy uno specchio distorto dell’inconscio femminile quando deturpato dalla violenza maschile, nonostante gli attori interpretino personaggi omonimi, a iniziare da Amy, interpretata dall’artista Amy Averson, e sembri in parte di assistere a un bislacco documentario autobiografico.

Il regista, Jason Banker, è noto proprio per alcuni suoi documentari (storie di vite distrutte e ricostruite), la telecamera a spalla impera e i dialoghi, a volte abbozzati e improvvisati, suonano sporchi, imprecisi, naturali, tanto da stridere con quel paio di enunciati iper-scritti che, per mio gusto, avrebbero potuto essere compensati dalle potenzialità visive dell’immaginario strampalato e inquietante di Amy Averson, basato sulla genitalizzazione di qualsiasi oggetto e materiale (un applauso di simpatia per il piatto ispirato a Goatse e al feto abortito di Hitler).

Jason Banker sembra non fidarsi abbastanza non solo del risibile budget con cui ha realizzato Felt ma anche del suo occhio fotografico, tanto spesso brillante quanto spesso insicuro, visti i movimenti di camera che traballano intorno a un’immagine che era già perfetta ai primi frame e avrebbe meritato qualche secondo in più di fissazione nelle retine.

Invece Banker non vuole o non sa compiacersi dell’impatto autosufficiente del soggetto Amy e si concentra sul lavorare ai fianchi il materiale visivo (ma intendiamoci, ai fini dell’atmosfera e del ritmo generale ha ragione lui e io torto) con una cura tale che Felt, pur essendo un film che illustra una catastrofe emotiva di proporzioni epocali, ma la cui trama sarebbe riducibile a due righe, avvinghia in una trance ipnotica e si fa sentire, al di là degli occhi e dei meri eventi e dei dialoghi, a livello più profondo.

Banker ha gestito pure fotografia ed editing e insieme ad alcune delle scelte di scrittura descritte se ne trae l’impressione complessiva di un progetto amato e sperimentale, forse amato e imperfetto proprio per questo, volto a rappresentare moti inconsci tramite strategie tecno-emotive.

Gli strumenti più evidenti (e più empatizzerete con Amy, più avvertirete come vengono toccate machiavellicamente certe corde) sono le scelte cromatiche e d’illuminazione, pur nella indie-povertà dei mezzi (e alcune sequenze mute in cui solo il corpo travestito di Amy è protagonista raccontano più di quanto potrebbero dialoghi chilometrici, una su tutte la sequenza più leggibile dell’esibizione di muscoli di feltro), e la selezione dei brani della colonna sonora che, quando non sono prettamente descrittivi ma sostenuti da vibrazioni industrial, diventano essi stessi protagonisti, surrogati dei pensieri rabbiosi e delle pulsazioni cardiache di Amy, tanto da rendere vivide scene di per sé di passaggio o imperscrutabili.

My life is a nightmare

Se le manipolazioni tecniche sono la chimica inorganica, gli attori sono la chimica organica che, se ben miscelata, entra in contatto con la tua.

Felt è quasi invisibilmente, ma efficacemente basato, su tanta chimica inorganica che è tenuta strutturalmente insieme da un’artista che è attrice amatoriale, dotata di una voce sgraziata e farfugliante, ma che solo tramite gli occhi esprime una gamma di gioie e sofferenze di terrificante naturalezza.

Non è possibile sapere quanto di autobiografico sia presente in Felt, ma Amy Everson non sembra mai solo recitare, sembra mettersi a nudo senza imbarazzi, nei suoi momenti di follia più estrema, nei suoi sguardi d’amore per Kenny/Kentucker Audley o nell’annuncio di una resa finale durante il quale il desiderio sofferto di riscatto violento è talmente palpabile che vorrei assicurarmi dell’incolumità di una certa parte del cast.

Se la gestualità, le lacrime, gli occhi di Amy Everson hanno fatto breccia in una persona difficilmente empatica come me, allora è quasi validato scientificamente che almeno di Felt quest’artista è il cuore pulsante e sanguinante, coadiuvato da comprimarie femminili che costituiscono un raro esempio di solidarietà femminile non coagulato da generica o specifica vendetta verso dei maschi.

Liquidare Amy come una folle o, peggio ancora, la solita donna moderna che odia gli uomini, magari pure a torto, sarebbe un atto manifesto di disumanizzazione o di sforzo di comprensione, sforzo che, provocatoriamente, viene richiesto da una parte di fronte a un trauma indefinito (ma non è quello che vi deve interessare, vi deve interessare solo che c’è un motivo legato alle sue relazioni che l’ha spinta con vigore verso l’alienazione artistica, qualunque esso sia, senza scandagliare o sindacare), dall’altra di fronte a un prevedibile olocausto (ma per un po’ si tifa romanticamente che sia eludibile) che appare razionalmente sproporzionato rispetto al movente, ma assolutamente giustificabile irrazionalmente.

E’ arduo girare intorno a dettagli fondamentali per non rivelare troppo degli eventi conclusivi che potrebbero avere come obiettivo porre a disagio i maschi spettatori che si ritroveranno a trasecolare durante una trans-vestizione prima della grandguignolesca messinscena di un femminicidio in cui i ruoli sono ribaltati.

Il mostro che ci ucciderà è spesso il mostro che abbiamo contribuito a creare.

La vittima è il mostro a cui abbiamo bruciato il cuore.

3 commenti su “Felt

  1. kasabake
    11/09/2015

    Ho letto davvero molto affascinato la tua digressione sul nuovo film di Jason Banker, di cui io ho maggiormente apprezzato il suo “Toad Road” del 2012.
    Ecco, il mio problema è proprio l’aspetto filmico della mise en scene e mi dispiace ammettere che malgrado la straordinaria analisi che hai fatto di “Felt” non riesco a non vederlo come l’ennesimo mumblecore un po’ malato di misandria ad effetto.
    Temo di essere purtroppo affetto da gusti eccessivamente mainstream, ma è proprio lo specifico filmico che mi impedisce di considerare “Felt” una perla e non un intelligentissimo esperimento.
    La cosa che più mi ha sbalordito è però lo spessore del tuo periodare, la tua potente parola scritta, che mi rende ogni volta più orgoglioso di leggerti.

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  2. Lenny Nero
    11/09/2015

    Intanto grazie. A volte la mia scrittura riflette come penso cioè a piani paralleli e non so mai se il messaggio arriva! Detto questo, gli elementi mumblecore ci sono tutti e, di solito, i film indie che si fregiano di essere indie li detesto e mi annoiano profondamente. Io non escludo che qualcuno possa detestarlo Felt, ne ho messo in evidenza in pregi ma ho sepolto sotto il tappeto di feltro fatto di pupazzi scuoiati i difetti più grossolani. Mi sono auto-sfidato a scrivere di un genere di film che di norma non mi aggrada perché in Felt c’è un elemento artistico e umano che fa la differenza e da cui mi sono ritrovato a essere colpito. E sono uno che si “emoziona” quando un film è gelido, non quando sbrodola sensazioni inconsce. Mi sono un po’ stupito di questa sensazione e ho cercato di analizzarla e credo che Amy Everson renda un film molto imperfetto, claudicante e a volte superficiale in qualche modo completo, come se sopperisse alle sue mancanze. Può anche essere che, rifuggendo di solito da film analoghi, la mia sia una reazione da bambino con in mano un gioco nuovo, e non penso di certo che sia un film riuscitissimo, ma io di questa Amy sentivo il desiderio di parlarne. Le recensioni positive sono molte, ma altre non lo sono e ne stroncano la seconda parte. Conosco persone che probabilmente schiumerebbero di noia. Io non mi sono mai annoiato anche perché c’è molto da guardare e sentire, Felt lavora su più fronti, magari a tentoni. Forse essendo io affetto da misandria mi ci sono ritrovato, può essere una lettura. Mandami la parcella per la seduta di analisi.😉

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  3. kasabake
    11/09/2015

    Ti faccio una confidenza (e questa sfacciataggine mi è permessa solo per via della succosità della tua graditissima risposta): quando ho letto il tuo articolo poer la prima volta, la mia autostima ha scricchiolato sotto i colpi della tua dialettica ed ho nel profondo dubitato, non della tua recensione e del tuo giudizio positivo, quanto piuttosto della mia capacità di cogliere ciò che tu avevi colto e quindi il timore di non essere in grado di cogliere temevo mi spingesse a disprezzare ciò che non riuscivo a comprendere.
    Vivo circondato da ossimori deambulanti (giornalisti sinceri, politici onesti, eterosessuali sicuri, omosessuali liberi, anime sante e artisti disinteressati) quindi tendo a dubitare di tutto e di tutti e questo vale molte sedute di analisi!
    Adoro leggerti.

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Questa voce è stata pubblicata il 10/09/2015 da in Cinema, recensione con tag , , .

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