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Peace is for pussies

Some kind of shit (Hellions / Let us prey / Last shift / Some kind of hate)

Il Moloch promozionale aveva promesso che avremmo assistito ad alcuni dei film horror più interessanti se non dell’anno almeno del mese.

Escluso Cooties per disinteresse al sottogenere (soffro di un problema non ben etichettabile per cui non riesco a divertirmi quando un film mi urla che vuol farmi divertire ma, per esempio, ho riso fragorosamente durante una scena di Interstellar mentre il pubblico si commuoveva e davvero pensavo fosse il momento di ridere) mi sono iniettato nelle retine tutti di fila Hellions, Last shift e Some kind of hate e potrei perfettamente descrivere il mio gradimento su una curva gaussiana.

Il post è volutamente cazzaro e tirato via come quelli di anni fa, per sfogarmi.

HellionsHellions è un filmettino che potrebbe conquistare le simpatie dei fanatici di Halloween incentrato su una minorenne che scopre di essere incinta ma lo spirito di Michele Bachmann la possiede e, mentre i campi decorati di zucche festive vengono sottoposti a un inguardabile viraggio retro-pink-cromatico calibrato da un principiante di Instagram, neanche di After effects, un gruppo di mostricciatoli mascherati la assalgono con l’intenzione di sventrarla e rapire il suo bambino, per scopi ineffabili.

Leggibile metafora dei conflitti interiori di una potenziale protagonista di un programma di Realtime, Hellions esaurisce ben presto la miscela della sua unica idea, per cui la sceneggiatura di Pascal Trottier accumula finali su finali, reali e sognati, per conferire spessore alla prevedibile ed esile narrazione.

Ritmo sostenuto, un po’ di gore, una ferita suturata con una pinzatrice, una corsa fiabesca tra zucche fatte esplodere coi mortaretti e un chissà quanto inconsapevole sottotesto in cui il pensiero di abortire viene accostato a un sacrificio umano ordito da entità ctonie.

Il dato più aberrante e terrificante?

E’ diretto da Bruce McDonald, lo stesso regista di Pontypool che, tornato a dedicarsi alle serie tv, e abbracciato uno script risibile, non fa del suo meglio per discostarsi da un immaginario canonico e pure sottotono.

Last shift è la versione minimale e meno sucata di Let us prey (notte letteralmente infernale presso una stazione di polizia con una timida strizzatina d’occhio a Distretto 13).

LUPLet us prey lo avevo atteso con una certa bavetta perché il taglio visivo ne anticipava i pregi: contrasti cromatici atti a far risaltare squarci, ferite e sangue, la plumbea atmosfera da fine di mondo.

Due dosi di massacro e altrettante di trombe dell’apocalisse e ci si può accontentare.

Il problema è che nella realizzazione di Let us prey, superata una fase di pre-produzione eccellente da manuale di gotico moderno, imbottigliato a forza nella periferia scozzese, il regista esordiente Brian O’ Malley o si è accorto che la sceneggiatura era più sottile di quella di Mad Max: Fury Road o ha cominciato a pensare che tutto quel setting claustrofobico fosse un preliminare così eccitante che sarebbe potuto durare anche mezz’ora di più.

Neanche in fase di montaggio sono stati sfrondati minuti da cui esonda un crescente autocompiacimento nell’annunciare che qualcosa di terribile accadrà, spettatore trema, e i pur professionali Liam Cunningham e Pollyanna McIntosh sono costretti a tergiversare con espressioni enigmatiche degne dei Forrester.

C’è un limite al cockteasing oltre al quale subentra il disinteresse e nonostante, grazie a un personaggio improbabile ed esagerato (ma sottolineo grazie), il gore alla fine esploda, e le lezioni di Carpenter siano state apprese alla perfezione, O’ Malley pecca di narcisismo per cui là dove la singola immagine gronda orrore della migliore fattura, la singola sequenza che la include diventa un invito ad ammirarlo (generando anche del ridicolo involontario).

Il tono tronfio per una trama inesistente (sembra un lungo prologo) non cessa fino agli ultimi minuti che aprono le porte a una prosecuzione in territori apocalittico-soprannaturali (e di nuovo con un chissà quanto inconsapevole sottotesto destrorso) che spero non vengano mai esplorati, per sopraggiunto pudore.

La fotografia di Piers McGrail (che mi ha fatto applaudire a scena aperta con The Canal) gioca il ruolo più importante, mentre le capacità tecniche di O’ Malley indubbiamente sono visibili (trascorre il tempo a mostrartele), ma i produttori avrebbero potuto lasciargli dei pizzini con su scritto anche meno.

LSTutto questo preambolo solo per far notare che se in Let us prey viene descritto il primo turno di notte di una giovane recluta, indovinate che accade in Last shift?

Esatto, la penna è sempre sul tavolo.

Forse non su quella di Anthony DiBlasi e del compare di sceneggiature Scott Poiley che riciclano un contesto non originale e spettri collettivi tipicamente yankee per torturare la sventurata Jessica (Juliana Harkavy), scontatamente figlia di poliziotto ucciso dai membri di una setta che si sono suicidati proprio in quella stazione di polizia.

Ma Jessica vuole onorare la memoria del padre e da recluta non può mica replicare che sono sadici a farle trascorrere la notte proprio lì (ma due schiaffi agli sceneggiatori avrebbe potuto darli) e così si trova immersa in una sarabanda di poltergeist e allucinazioni sempre più cruente dall’esito fatale.

DiBlasi, al suo quarto film, ha ormai dimostrato che il suo livello massimo di creatività e capacità tecnica è stato raggiunto, e ritengo che non potrà mai stupirci.

Il suo primo film, Dread, nonostante il budget risicato, conteneva punte estreme di crudeltà che salvavano la pellicola trasmettendo discrete dosi di raccapriccio.

I successivi film (Cassadaga, Missionary) hanno via via annacquato questo suo lato luciferino e DiBlasi ha voluto lucidare le sue immagini, studiare le inquadrature, le lenti, i movimenti di camera, mostrare i muscoli in Last Shift anche con un piano-sequenza durante una sparatoria o coordinando eccellentemente gli elementi ancillari come sonoro (un semi-protagonista) e montaggio (di sua stessa responsabilità) o la colonna sonora di Adam Barber, assistente per anni di alcuni dei più noti autori hollywoodiani di colonne sonore.

Last Shift riesce a intrattenere, a tratti persino diverte, si regge molto sulla cura immessa nella gestione degli elementi tecnici, ma tra alti e bassi pure Juliana Harkavy, quasi unica protagonista in scena, contribuisce al climax di tensione (anche se mostra discreti limiti recitativi approssimandosi al finale).

Tuttavia a DiBlasi la storia non interessava, essendo un pretesto astratto per far saltare i nervi allo spettatore suggestionandolo a livello irrazionale, ma a un certo punto la storia andava pur conclusa e la parabola paranoica non offre svolte che non fossero state previste già dopo i titoli di testa, soddisfacendo lo spettatore bisognoso di risoluzioni ma spezzando le gambe d’argilla del costrutto della paura.

E rendendo un film di per sé già fragile immediatamente dimenticabile.

La confezione è da artigiano (non d’artista), al contrario di quella di quella di Let us Prey, ma DiBlasi a quanto pare ha deciso di limitarsi a questo recinto lavorativo usa-e-getta con un minimo di stile.

skohA seguire mi sono inflitto uno dei più imbarazzanti e irritanti cumuli di errori di regia e scrittura che abbia visto negli ultimi mesi, Some kind of hate, destinato a piacere (ma temo a non soddisfare pienamente) a gorehound nostalgici.

Lasciati alle spalle gli strepiti ecco Moira, la Freddy Krueger del futuro*, compiamo un passo indietro verso i presupposti del film d’esordio di Adam Egypt Mortimer (il cui nome, almeno, ha un quid creativo) e trasgredirò la mia regola del sii magnanimo con gli esordienti.

*(l’iconografia di Moira funziona sulla carta, ma non è mai esaltata e incorniciata come merita, colpa anche di dialoghi da piagnisteo che la rendono solo isterica e per nulla incarnazione di un odio radicato che arrivi a trascendere le sue origini per trasmutarsi in puro e muto sadismo, e Freddy Krueger e affini ci salutano tantissimo)

Ragazzi problematici (violenti o vittime di bullismo) vengono relegati da genitori assenti o compiacenti presso la Mind’s eye academy, un centro riabilitativo collocato in una landa quasi desertica (in realtà si tratta di Santa Clarita, in California, che porta ancora tracce di terremoti e incendi. A parte la banale logistica produttiva, non emergono scelte simboliche).

Tra tecniche di hippie-counseling, e attività non meglio programmate, i ragazzi replicano le dinamiche alle quali erano già abituati nel mondo esterno (haters gonna hate, bullied will be bullied) inciampando nelle ire del fantasma di una ragazza vittima di bullismo e (forse) suicida proprio nel salvifico centro.

Some kind of hate accosta incidentalmente la tematica del bullismo giovanile su cui non vengono mai fatti accenni che non siano meno che stereotipati e superficiali ed è impostato secondo lo schema bipolare di Carrie ma asciugato di qualsiasi background suggestivo o che conferisca spessore ai protagonisti, i quali sono tutti interpretati da attori mediamente incapaci (a partire dal protagonista Ronen Rubinstein, nel ruolo di Lincoln, che avrei costretto a ri-recitare intere scene fino a cavare sangue persino dalle rape) e sopra-mediamente bellocci.

Lincoln, semplificando, è un metallaro introverso come tanti con un padre alcolizzato, ma è anche un ragazzone atletico che verrebbe deriso proprio perché si fa i cazzi suoi.

Ora, di solito i tipi così non chiedono di meglio che farsi i cazzi propri a distanza da fighetti odiosi, che di sicuro, dal canto loro, non li cercano, e se hanno pure quell’aspetto trombano come Bonobo tutte le emo del mondo.

Lincoln è così depresso e sfigato che arrivato presso l’Academy in poco tempo conquista le simpatie della più bella del rehab (personaggio che cambia personalità almeno 45 volte durante il film).

Perché non solo sono tutti piacenti, alcuni persino ben vestiti, e con più anni e muscoli e disinibizione sessuale di quanto dovrebbero avere i loro personaggi a quell’età (una dei quali è lì addirittura da anni a mantenersi pettinatissima), ma l’unica credibile è Moira, una Sadako patrona dei creep americani, conciata come Trent Reznor ai tempi di March of the Cameron’s BFF, interpretata da Sierra McCormick e il cui talento è infliggersi con lamette da rasoio ferite che si ripercuotono sul corpo delle sue vittime.

Un talento invidiabile, almeno per la seconda parte.

In sintesi, la tematica seria e attuale non è minimamente presente e serve solo come spunto per uno slasher anni ’80 e per allestire il campo da macello in cui Moira scorrazza lamentosa e fastidiosa, rispolverando la memoria dei migliori momenti di Mirtilla Malcontenta, e per la quale non si riesce a provare empatia o morbosa ammirazione neanche per un minuto.

Magari lo penso solo io, ma alla soglia dei 40 anni, dopo aver visto 15 anni di slasher, uno slasher non attualizzato (per esempio, Contracted, pur discutibile, è un approccio moderno), e con spunti che farebbero sbadigliare persino Jamie Lee Curtis, è l’ultimo tipo di sottogenere che vuoi vedere se vuoi restare sveglio (almeno che uno non sia un fanatico del macello duro e puro) soprattutto se da un punto di vista visivo ci si barcamena in territori sporadicamente sopra la sufficienza.

Se proprio vogliamo attribuire qualche qualità a Some kind of hate questa consiste solo nel gore, efficace se siete sensibili alla visione di rasoiate, ma le scene sono ripetitive, sempre annunciate (che era l’errore tra gli errori che disinnescava l’impatto del gore nel remake de La casa, che dopo Some kind of hate dovrò rivalutare ampiamente) e fatte progredire verso uno zenith comico durante una sequenza di camminata trionfale di Moira tra i cadaveri, di fatto piatta ed anemica, che auguro al regista non venga mai vista in Giappone o lo seppelliscono di risate e pacche sulle spalle.

Tralasciamo, infine, la mitologia (eufemisticamente) abbozzata di Moira, frutto di una pigrizia di scrittura che neanche l’omaggio agli anni ’80 può giustificare e che, come manuale recita, asfalta con poca grazia la strada per un sequel con una scena post-titoli di coda ambientata in un cesso.

Però è stata d’ispirazione per il titolo del post, quindi grazie.

Inoltre, cercando film correlati, ho scoperto di aver tralasciato colpevolmente Il canone del male di Miike, che penso sarà oggetto di uno dei miei prossimi post su film orientali, e che ha riequilibrato il mio karma-horror ed è un modello di film multistratificato che riesce ad unire il gore a tematiche complesse fondendo persino più generi filmici con uno stile e una padronanza tecnica commoventi, nonostante si tratti di un Miike-minore (ed è tutto dire).

Non si pretende che tutti siano dei fuori classe come Miike, ma se ogni tanto, sottolineo ogni tanto, gli autori delle rubriche, soprattutto americane, scrivessero, con un tono più verosimile, che un film è destinato a un certo target ed è destinato giusto a intrattenere, ché non tutti hanno la capacità di elevarsi al rango di autori e che (Jesus!) non possono pretendere che crediamo che vengano distribuiti 400 capolavori all’anno, ci indurrebbero ad abbassare le aspettative e il livello di negatività nel riscontro. E anche a risparmiare molto tempo.

Un commento su “Some kind of shit (Hellions / Let us prey / Last shift / Some kind of hate)

  1. kasabake
    23/09/2015

    Ogni tuo articolo è per me un tale piacere da leggere e da vedere, che me lo assaporo con la stessa cupidigia con cui affetto delicatamente una porzione di cheesecake, tagliandola in modo chirurgico con un coltello appena bagnato di acqua calda per creare un incisione perfetta.
    E’ un piacere (quello dolciario e della lettura dei tuoi pezzi) al limite dell’onanismo, da cui fortunatamente (?) riesco a sfuggire riequlibrando il tutto con la stessa distanza che opero quando affronto un saggio o un articolo di stampa estera (eh, si, un minimo di cattivo snobismo verso la stampa italica me lo concedo).
    Grandissimo, come sempre.

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Questa voce è stata pubblicata il 23/09/2015 da in Cinema, recensione con tag , , , .

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