+LoveIsTheDevil+

Peace is for pussies

Il canone del male (Aku No Kyoten / Lesson of the evil)

icdmBreivik, slasher e parole a caso

Il canone del male è stato distribuito a partire dal tardo 2012 (presentato per la prima volta al Festival del cinema di Roma), ma nonostante ciò gli autori di alcune recensioni hanno accusato Takashi Miike di superficialità perché tutti avevamo ancora negli occhi le immagini della strage compiuta da Anders Breivik.

Il 22 Luglio 2011.

La considerazione è pretestuosa e gli elementi che sembrano tracciare un filo rosso tra i costrutti mentali del protagonista de Il canone del male e quelli di Anders Breivik potrebbero persino essere casuali (il romanzo di Yusuke Kishi da cui è tratto il film risale al 2010, mentre il relativo manga al 2012 e, visto il finale del film, la prossima uscita di altri volumi e quanto Miike saccheggi dai manga*, quest’ultimo potrebbe essere il riferimento concreto) ma anche se non lo fossero non comprenderò mai come il rispetto per le vittime di una strage debba passare solo attraverso le strade della retorica autocelebrativa  e autocommiserativa, e non anche della satira riflessiva che turba e mette a disagio, invece che rassicurare (la rassicurazione è la morte di ogni riflessione).

*recuperate assolutamente As the Gods will. Punto.

Inoltre gli eventi di Utoya nulla spartiscono con gli avvenimenti narrati ne Il canone del male che, invece, condividono molto con la violenza nelle scuole americane che ciclicamente raggiunge picchi psicotici impressionanti.

Qualche giorno fa si è verificata un’altra strage in un college attuata per mano di uno studente.

Eppure dubito che in televisione trasmettano spesso repliche ispiranti crimini di Elephant di Gus Van Sant.

Se Il canone del male (o ancor peggio Elephant) venisse distribuito in questi giorni sarebbe sommerso da una slavina di critiche o tentativi di censura (sempre in nome del rispetto, perché sono i film che devono portare rispetto, ché i fucili in libera vendita al supermercato mica possono apprendere le buone maniere), censura attuata davvero in tempi recenti a danno di diverse serie tv (particolarmente surreali quella nei confronti di Hannibal dopo l’attentato alla maratona di Boston, un episodio mai trasmesso, o di Mr. Robot dopo l’omicidio in diretta in Virginia, il finale posticipato di una sola insensibile settimana).

E’ un atteggiamento oscurantista che sembra voler chiedere ai creativi di non inserire nelle loro opere riferimenti alla cronaca violenta (che tra un attentato all’altro mica ci sono sanguinose guerre in corso, e intanto non sono sul suolo yankee-europeo, quindi non esistono), quando la cronaca, soprattutto se viene reiterata, se simbolica della ruggine sugli ingranaggi delle istituzioni pubbliche su cui l’artista vorrebbe puntare una torcia, è ineludibile in una narrazione.

Se la violenza stessa diventa metafora, leggibile, non fraintendibile, satirizzata ma non ludizzata, di meccanismi educativi reali, l’illustrazione di una strage all’interno di una scuola non è il risultato di una fantasia perversa e, quindi, pornografia, che verrebbe percepita come più rispettosa e accettabile perché non rispecchia il vissuto di nessuno.

E’ una forma mentale che ritengo sia diffusa anche nel grande pubblico: vuole il trip, ma non rischiare un bad trip, e che il trip sia pure moderato, per cui è facile che riscontrino successo opere che offrano evasione che non smuova alcuna sensazione davvero profonda, non acceleri alcun battito cardiaco, non lasci nemmeno cicatrici, ma proprio neanche piccoli graffi.

Questa pulsione verso il coma farmacologico da opere audiovisive non spetta a me, che non ho strumenti adeguati, per contestualizzarla al giorno d’oggi.

Mi posso limitare ad affermare che se l’approccio a un film di Miike, o di registi dalla tempra analoga, è quello della polizia morale che durante la visione segna ogni sfondamento di cardini etici politicamente corretti (eppure Miike parteggia sempre per le vittime, non si dilunga in paternali, ma non ricordo un suo solo film tacciabile di ambiguità morale pur, paradossalmente, tra orge di violenza), di base dovresti occuparti non dei suoi film (è il regista vivente più prolifico dell’universo, non puoi non conoscere almeno una decina delle sue opere più note e quindi aver allacciato le cinture di sicurezza), forse neanche di film giapponesi, che non soffrono di morbidi standard occidentali*

*sono sempre stato affascinato dal contrasto tra una cultura fondata su regole e comportamenti inscalfibili, e spesso senza pietà, e una libertà di espressione nei film pressoché totale e che fa impallidire, anche se in questi anni i casi di censura o revisionismo storico si stanno moltiplicando per volontà del governo, ma non è questa la sede.

Potrei persino azzardare che questo film è complementare a Why don’t you play in hell? di Shion Sono (che con Tag potrebbe far esplodere il cervello dei sempre proni a valutare l’arte secondo un codice morale) in cui è presente un esilarante meta-duello con quelli che considera ladri culturali come Quentin Tarantino e Sono di mettere nel tritacarne gruppi di ragazzi senza veicolare particolari messaggi se ne sbatte l’anima (e dai tempi di Suicide club).

Tuttavia è proprio Il canone del male che su Wikipedia viene definito (e ridotto a) uno slasher.

(Inserite qui bestemmie a piacimento contro la religione che meno preferite).

Hedatari: tenere le distanze

Perché nello scarabocchiare premesse a un film giapponese tutti questi riferimenti a forme mentali, categorie filmiche o episodi di cronaca non asiatici?

Perché ne Il canone del male sussiste un peculiare e disorientante approccio all’ennesimo (ma ancora non anacronistico) film ambientato in una scuola giapponese, per la precisione in una scuola privata per l’élite che diventa il terreno fertile per un germe violento dai tratti proprio occidentali, come se ne fosse diventato l’inconsapevole approdo naturale.

E’ il dato che consente di porre il film sotto la prospettiva di una satira il cui mezzo per essere espressa è la violenza, ma che sottende un monito che erode progressivamente lo spazio per lo humour nero (nel caso qualcuno non avesse capito che i 40 minuti finali sono un modo per schiaffeggiarvi fino a togliervi il sorriso dalla faccia).

Se avete bisogno di monologhi didascalici, che ve lo leggano un film invece di sforzarvi di leggerlo, lasciate ogni speranza se poi i vostri neuroni vi portano alla memoria Breivik o gli slasher.

La prima parte del film non è semplicemente un lungo e magari inutile preliminare prima dell’apocalisse, non è pensabile che un regista come Miike sprechi più di un’ora di film, dedicando tutto il tempo necessario a contesto e protagonisti, come se quell’ora fosse il dialogo tra un idraulico e una casalinga nel video di un copula amatoriale.

In quella prima parte c’è tutto il film e l’orrore che esplode non può esserne morbosamente considerato il nucleo scotomizzando il pregresso.

La parte finale è la bomba che ti cade sulla testa dopo che avresti dovuto prestare attenzione alle sirene d’allarme.

Il ritmo della prima metà è oggettivamente lento solo se non si osserva, non si ascolta o non si sa che cosa notare.

Il terzo punto è forse quello più perdonabile ma di fatto superabile con un minimo bagaglio di film giapponesi sulle spalle (ma forse anche solo acuendo i sensi).

Il canone del male si dipana in una disamina visiva da manuale esasperato di prossemica giapponese.

Le regole delle distanze fisiche tra le persone o i diversi livelli d’altezza a cui sono posti e da cui parlano guidano persino le inquadrature di molteplici scene.

E’ un dato che un giapponese coglie inconsciamente, ma Miike si sforza con il suo obiettivo di dipingere una gerarchia scolastica, vero e proprio micro-riflesso sociale, di cui siano chiari per tutti i rapporti di forza, di rispetto e sottomissione fra insegnanti e dirigenti, fra insegnanti e genitori (la prima scena del padre arrogante che si permette di lamentarsi in modo scomposto per il mobbing online cui è sottoposta la figlia è una scacchiera sociologica e di censo) e in ultimo fra insegnanti e studenti.

Sono sfumature fondamentali per comprendere l’universo in cui si aggira come sedicente vendicatore e ribaltatore di ruoli l’affascinante professore d’inglese Seiji Hasumi, un gaijin culturale che ha vissuto più tra Regno Unito e Stati Uniti che in Giappone, ormai ultracorpo che è tornato in patria al momento giusto, adattandosi in modo perfetto a un mondo a lui consono nonostante potesse ormai sembrargli estraneo.

E’ un ambiente quello della scuola in cui si discute animatamente su nuovi metodi di controllo e supervisione sugli studenti, garantendo la regolarità degli esami, proteggendo gli studenti da se stessi e dallo sbandare da un percorso di studi che deve essere immacolato, salvo non proteggerli da ben altre insidie, provenienti sia dagli altri studenti sia dagli insegnanti.

Hasumi ha saputo muoversi fluidamente tra culture differenti, muoversi fluidamente nell’interzona fra la bolgia dei docenti e quella degli studenti è ancora più facile.

Lo si nota fin da subito quando Hasumi viola lo spazio personale degli studenti accarezzandoli vigorosamente sulla testa, un gesto che non implica un vero porsi sul loro piano, ma volontà di sottomettere e che va pesato come un gesto inappropriato e intrinsecamente violento.

In quel semplice gesto da professore giovanile e moderno sono implicite manipolazione, dominio e potenziale condanna a morte e gli studenti appaiono presto come pecore, chiuse in un recinto custodito da lupi, che potrebbero salvarsi solo restando solidali fra loro.

Ma non sono educati per farlo.

Mackie Messer ha un coltello / ma vedere non lo fa

Hasumi è speciale perché è bello e fisicamente allenato secondo standard da Men’s health, perché invece di denunciare un caso di ricatto e violenza sessuale da parte di un insegnante nei confronti di una studentessa diventa complice di quest’ultima usando adolescenziali mezzi 2.0 (e così ottiene credito anche per una subordinazione sessuale), perché offre ascolto e finge empatia, quell’ascolto misto a rispetto per la loro intelligenza di cui i giovani sembrano aver bisogno, ma i docenti lo capiscono troppo tardi (l’insegnante di fisica) o ne pagano le conseguenze (l’insegnante omosessuale).

Il problema è che Hasumi è l’incarnazione di un inganno e peggiore dei suoi colleghi più anziani: mentre questi sembrano ossessionati dal controllare, e non offrono modo di essere controllati o perseguibili a loro volta, Hasumi è ossessionato dal poter essere controllato e quindi giudicato.

Perché Hasumi, da giovane, ha compiuto un crimine orribile e l’ha fatta franca.

E la paranoia trova sempre una vittima da colpevolizzare ed eliminare, a volte ne trova decine.

Il suo immaginario costruito in Europa è intriso di letteratura tedesca e mitologia norrena (vive come un fuggitivo in una stamberga convinto che due corvi siano i messaggeri-spioni di Odino, Hugin e Muninn) e La ballata di Mackie Messer è il motivo che lo ossessiona come se L’opera da tre soldi narrasse o prevedesse la sua vita.

Non sempre lo script dello stesso Miike sfugge a una certa frammentarietà dei riferimenti, ma è il quadro d’insieme il collante che rende chiare dinamiche personali e interpersonali.

Una volta allestito il campo da battaglia, quest’ultima viene annunciata da una sequenza lisergica che narra il passato di Hasumi e l’intersecazione di diverse dimensioni spazio-temporali ormai ai giorni d’oggi non dovrebbe più stupire e disorientare nessuno.

Così Miike mette in scena una cesura visiva e di ritmo con la regia solida ma minimale della precedente parte, come quando ai primi alchimisti dopo aver mischiato zolfo e salnitro non restò che osservare se avessero fabbricato l’elisir di lunga vita o con la loro miscela avessero invece creato un nuovo strumento di morte.

E quando Hasumi, vestito come Dexter, entra in azione 40 minuti di ferocia e crudeltà implacabile riempiono lo schermo.

Un’interminabile sarabanda letale durante la quale i pochi elementi surreali (un occhio che si apre su un fucile di carne uscito da Videodrome) e baracconeschi servono solo ad amplificare l’ineluttabilità del destino degli studenti, ad esaltare la follia disinvolta con cui Hasumi mette in atto il meticoloso progetto di morte di cui ha calcolato ogni tassello, ma anche quando una crepa si fa strada nel suo piano saprà come fluidificarsi di nuovo e scivolare tra gli ostacoli verso l’impunibilità, come un novello Issei Sagawa, nonostante abbia lasciato dietro di sé decine di cadaveri.

L’ingresso dell’elemento soprannaturale, con l’incarnazione di Hugin e Muninn, è di nuovo metafora di quel monito/invito che Miike sembra voler rivolgere agli studenti: vigilate e solidarizzate solo fra voi, siete circondati da squali che vogliono educarvi come loro e vi state divorando a vicenda.

Al contrario di quel che più volte è accaduto nei college americani, la fonte di morte non è uno studente psicotico (c’è anche un accenno ad un’ondata di suicidi, eterodiretti da Hasumi, esito più probabile in Giappone che non alzarsi al mattino con il programma di uccidere tutti), il vero nemico è al di sopra, all’esterno e il contesto è tale che solo grazie alla sua posizione gerarchica persino un serial-killer palesemente fuori contesto culturale può trovare un’alcova nel sistema scolastico giapponese.

Se qualcuno dall’alto vi tende una mano, chiedetevi sempre: mi vuole aiutare o spingermi ancora più sotto?

Il tema l’abbiamo già visto affrontare in film noti pure da noi come Battle Royale o Confessions, ma Miike lo reinventa con il suo tocco ameno, fornendo un ulteriore esempio di estrema padronanza tecnica unita alla visionarietà di un disegnatore di manga.

L’approccio stilistico amorale non soffoca la presa di posizione politica (e chi conosce almeno i strachiacchierati Ichi the killer e Audition sa che è il suo modo).

Lasciate perdere Breivik, la cronaca americana o gli slasher: altro mondo, altro campionato di regia, altri canoni per la rappresentazione del male, nessuna apologia pornografica.

7 commenti su “Il canone del male (Aku No Kyoten / Lesson of the evil)

  1. kasabake
    06/10/2015

    Probabilmente tu sei perfettamente conscio della qualità dei tuoi scritti, perché un eccesso di modestia è colpevole ed ipocrita quanto un eccesso di superbia, ma forse si maschera dietro minore aggressività.
    Questo per dirti che grande fascino si sprigiona ogni volta nella lettura dei tuoi articoli, mai barbiturici o incalzanti, ma sempre avvolgenti.
    La tua prosa è alta ma, con un dizionario specialistico ma non esasperato, colto, ma non barocco e ti lasci comprender più delle opere che recensisci.
    La mia non è vera ammirazione o quanto meno non solo: è più invidia (brutto sentimento) per non essere in grado di raggiungere il tuo spessore (sostantivo che ti sembrerà banale ma è esattamente quanto percepisco dalle tue parole, che scavalcando sempre l’emotività si lasciano rileggere più volte e diventano, almeno per me, una sorta di saggio critico da consultare, come facevo da giovane studente con i libri di testo universitari.
    Lo ripeto, probabilmente ti sto annoiando, perché queste cose tu le sai bene, così come chi ti legge abitualmente con i quali conversi e penso che non ripeterò più questa solfa, tale da costringerti prima o poi a preferirmi lontano dal tuo blog, come quelle vecchie zie che ti circondano di complimenti per tutto quello che fai e che possiedi, dai vestiti, alla camera e persino al pane raffermo “che buono come il tuo non l’ha nessuno”!
    Invidia ed anche umiliazione, altro sentimento negativo , quanto meno il suo percepirsi implicito.
    Ogni volta poi che parli di cinema orientale, il mio cuore si riempie di splendide sensazioni perché il tuo sguardo non è stupidamente “altro” ma esattamente “quello”, riportando l’attenzione del lettore verso le frecce semantiche reali e non quelle immaginarie di chi la cultura del sol levante se la immagina soltanto senza comprenderla.
    Con tutto il cuore e con la massima sincerità, complimenti.
    Dalla prossima volta mi limiterò a dirti, bravo.

    Mi piace

  2. Lenny Nero
    06/10/2015

    Da una parte grazie mille soprattutto per i paragrafi finali: non è facile discettare di film orientali (e ci sono siti talmente competenti in materia che uno dovrebbe rinunciarci a priori), dall’altra sì, dai, non esagerare. Più che altro perché mi metti ansia da prestazione! In uno dei prossimi post vorrei scrivere di Jigoku, ma credo che prima dovrò rivederlo e studiare. Mi mancano troppi tasselli è appunto voglio evitare il rischio di adottare un’ottica culturale fuorviante. Poi in realtà uno dei miei scopi è dare input per stimolare i lettori ad approfondire, non ho la velleità di essere esaustivo. Non ne avrei il tempo ma neanche le competenze. Se già riesco a fare da divulgatore stimolatore sono già contento. Ho in lista una serie di film coreani e giapponesi che anticipano di un decennio mode di genere di adesso, e non è facile ricostruire i percorsi. Sono già contento se uno mi dice: oh, mi hai fatto venire voglia di vederlo questo film o rivederlo da un’angolazione più corretta (non ho messo i link, ma ci sono recensioni de Il canone del male che non avrei scritto neanche nel 2008 quando vomitavo 5 post a settimana senza pormi il dubbio: non è che non c’ho capito niente di film giapponesi?).

    Liked by 1 persona

  3. kasabake
    06/10/2015

    Ti assicuro che non ho esgerato nulla e questo mi spaventa ancora di più…
    Abbandonando comunque parole che potrebbero venire equivocate da te come adulazioni, sappi che ogni volta con me raggiungi l’obiettivo di farmi venire voglia di vedere qualche film, sempre che non sia già accaduto (spesso infatti tendo a leggere di cose che ho letto o che ho visto, così da confrontare mentalmente le mie osservazioni con le tue), ma nel caso del film di Takashi Miike, quello da te recensito era un film che avevo saltato, appositamente ed ora ho già ordinato online il Blu-Ray.
    Quindi, se il tuo obiettivo è davvero divulgare, con me lo raggiungi sempre… “oh, mi hai fatto venire voglia di vederlo questo film o rivederlo da un’angolazione più corretta“.
    Achievement completed.

    Liked by 1 persona

  4. Aaron Boone
    07/10/2015

    kasabake mi dispiace dirtelo ma purtroppo lenny nero è già fidanzato

    Liked by 1 persona

  5. kasabake
    07/10/2015

    Trovi che sia sttao troppo adulatorio?

    Mi piace

  6. Caino
    12/10/2015

    Beh, diciamo che [per me] non sempre Lenny è così ben leggibile. A volte lo trovo prolisso e poco incisivo, quasi perso nella lirica dei suoi articoli… Ma l’è un bravo figeau.
    Tuttavia, oltre questo scambio di pompini, parliamo del film. Cosa curiosa : l’ho visto senza preoccuparmi di sapere chi fosse il regista per scoprilo a fine visione. E Miike lo conoscevo già un bel po’.
    Personalmente ho fatto fatica a individuare e comprendere cosa non mi è piaciuto del film. E’ ben fatto. Molto ben raccontato e teso sin dall’inizio. Non ho patito la lentezza, anzi non l’ho proprio avvertita, proprio perchè nei film orientali, maggiormente i sud coreani, bisogna sapere dove, cosa e come guardare. E’ per me questa peculiarità la rappresentazione migliore di una storia: non sentire dialoghi inutili volti ad aiutare il pubblico, inquadrature “finte” per mostrare e sottolineare punti chiave a chi segue la storia. Potrei fare mille esempi a riguardo ed è uno dei motivi per cui ho sempre trovato i Soprano un capolavoro clamoroso. Niente è dedicato allo spettatore ma tutto è ridotto al minimo funzionale per raccontare una storia.
    Ma in questo film… tic tac… qualcosa non torna.
    Prima pecca, superficiale e stilistica, è la presenza di brevi raptus “occidentali”. Due su tutti: il suo amico americano che sbuca nei suoi pensieri o lo slow motion della freccia. Sono dettagli che spezzano in modo evidente il flusso delle immagini e il passo narritivo. Scoprendo, in seguito, che parlavamo di Miike ho fatto spallucce. Chi se non lui può farsi scappare un po’ di contaminazioni occidentali?
    Il secondo problema è che in un ambiente narrativo “asettico”, dove lo spettatore è un passante curioso e non un infante guidato da un regista che gli fa da balia nei vari step della trama, la storia di Hasumi è un puro costrutto intellettuale.
    E’ come usare i cheat code in Syndicate e avere la pistoletta Gauss dal primo livello.
    Ammetto di non aver pensato a Breivik ma a Columbine. E tutto sommato, quello che trovo veramente spaventoso, è la genesi del massacro. Non i preparativi, che rimangono affascinanti, ma il fatto che siamo di fronte all’apice di un delirio. La parte spaventosa è il tremore di una personalità disturbata.
    Hasumi è in totale delirio da sempre. Frigido come un manichino. Così bravo a imitare l’umanità ma totalmente inumano, a tratti irreale.
    E’ proprio alla fine, quando si parla di “iniziare il secondo gioco”, che questo diventa palese. Accennare al “gioco”, al concetto di sfida, è, per il primo esempio in tutta la pellicola di un vero messaggio diretto allo spettatore.
    Ed eccoci lì, tanto spettatori quanto la ragazzina superstite, tramortiti da tanta violenza immotivata mentre Miike parla d’altro e sghignazza ammanettato.

    Mi piace

  7. Lenny Nero
    12/10/2015

    insomma, un pompino coi denti😉 Ottime considerazioni, generali e particolari. È comunque nel post precedente lo avevo definito un Miike minore, non tutto è compiuto e solido e Miike è un genio nella direzione, non nella scrittura (se non ricordo male questo è uno dei rarissimi casi di cui si sia occupato dello script).

    Mi piace

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 05/10/2015 da in Cinema, recensione con tag , , , .

Cookies

Informativa breve

Questo sito si serve dei cookie per fornire servizi e per effettuare analisi statistiche completamente anonime. Proseguendo con la navigazione si presta il consenso al loro utilizzo. Per un maggiore approfondimento: Privacy Policy

My Art Gallery

Follow +LoveIsTheDevil+ on WordPress.com

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: