+LoveIsTheDevil+

Peace is for pussies

Gioventù infestata: Fatal frame / The silenced / The hive

Post leggero e spensierato (per il tono, non certo per il contenuto iper-drammatico dei film in oggetto) per consigliare film che inserirei nella categoria dei prescindibili, ma con qualche elemento intrigante, in termini di contenuto, stile o divertimento.

Tra due film è possibile pure tracciare un filo rosso che abbraccia ambientazione e tematiche, ed entrambi sono orientali, ma uno è una produzione giapponese, mentre l’altro sudcoreana, per cui, chi ne mastica anche solo un poco, sa che le differenze estetiche possono essere abissali (e se da una parte amo il cinema giapponese, soprattutto quando disinvoltamente psicotico, i sudcoreani in quanto a eleganza visiva mangiano in testa a chiunque pure se avessero le mani legate e anche quando le storie sono effimere finisco col ritrovarmi con gli occhi luccicanti).

Come mia abitudine preferisco non sintetizzare la trama dei film lasciando solo suggestioni che possano incuriosire (o commenti comprensibili a chi li abbia già visti).

Fatal frame

fatalframeUn istituto cattolico e femminile, curiosamente dedicato alla sventurata Ofelia e isolato nel bel mezzo della campagna giapponese.

Adolescenti sdradicate da famiglie e luoghi di origine e il loro sogno di trasferirsi a Tokyo per trovare la più completa ricompensa karmica ad anni di dolore e sacrifici.

L’adolescenza, tuttavia, è l’età non solo dei sogni sul lungo periodo, ma anche delle pulsioni sessuali ed è proprio tramite questo singolare canale emotivo che la fonte spirituale di una maledizione che grava sulle studentesse agisce per attirarle a sé, una dopo l’altra, fino a che non avrà ottenuto il suo scopo.

Fatal frame fa parte della costellazione di Project zero, noto anche da noi per i relativi videogiochi caratterizzati dall’utilizzo della camera obscura, obiettivo fotografico in grado di visualizzare i fantasmi.

Certo, inutile che vi dica che gli yūrei ben poco spartiscono con la nostra semplicistica rappresentazione dei fantasmi e che nel folklore giapponese, in una concezione per noi inquietante, spesso condividono pienamente il piano esistenziale dei viventi ma, ugualmente, non sempre le loro azioni e motivazioni arrecano benefici a chi ha ancora tutta la carne e le ossa.

Fatal frame, basato su un romanzo ispirato ai videogiochi, è accomunabile a questi ultimi solo per l’elemento fotografico (protagonista di una delle sequenze più emotivamente efficaci del film), un mero strumento machiavellico acchiappa-nerd, quando il film, nella sua amena complessità e volontà di miscelare elementi (di trama e culturali) obiettivamente non miscelabili offre comunque uno spettacolo complesso in grado di soddisfare chi ama le portate ricche.

O di risultare indigesto a chi ama il minimalismo e non apprezza troppo svolte spericolate da un territorio narrativo all’altro.

A me non è dispiaciuto che le mie prime impressioni sul film venissero poi disattese o di essere stato sorpreso da scelte con cui lo sceneggiatore e regista Mari Asato (già non molto noto frequentatore di zone J-ectoplasmiche) si è assunto la responsabilità di correre sul filo del grottesco.

Tuttavia, in un contesto di partenza già così scriteriato (istituto cattolico, in Giappone e dedicato ad Ofelia? Ma come ti viene in mente?) diventa accettabile passare da drammi esistenziali dall’esplicito connotato omosessuale a manifestazioni soprannaturali, da momenti di confessioni intime ad eventi dai connotati morbosi.

La risoluzione della ricerca della fonte della maledizione non è neanche l’elemento narrativo che mi ha convinto a proseguire nella visione del film (è mediamente originale e in fondo lo schema usato almeno da Dark water di Hideo Nakata in poi è abusato), se mai lo è stato il connubio fra un’atmosfera da giallo della bassa padana (magari involontario) e un universo credibile di solidarietà femminile, intergenerazionale, i cui aspetti saffici non sfiorano mai confini pornografici restando nei confini dell’amore romantico o con una deviazione pure verso moderati (alla giapponese, insomma) toni di denuncia sulla condizione omosessuale femminile, in un sub-plot analogo a quello del film V per Vendetta, ma con più crudezza, meno fiori, meno effetto flou, più morte e putrefazione.

La gamma di emozioni racchiuse in Fatal Frame è così varia e imprevedibile, al di là del canovaccio di fondo, che alla fine si può concludere di aver assistito a un grandissimo casino, ma che il regista ha saputo gestire con classe (e faccia tosta) riuscendo a non annoiare mai e anche ad emozionare.

Astenersi digiuni da J-horror, gorehound, docenti occidentali di sceneggiatura, amanti dei film francesi e appassionati dei videogame: il titolo è poco più di uno specchietto per allodole.

thesilencedThe silenced

Di nuovo un’istituto femminile per ragazze mediamente abbandonate dalle famiglie, ragazze in precarie condizioni di salute la cui istruzione dovrà renderle perfette cittadini giapponesi.

E’ il 1938, in Corea, allora ancora colonia Giapponese, proprio l’anno in cui fu vietato l’uso della lingua coreana.

Le studentesse, infatti, sono pure costrette a parlare giapponese e sono sottoposte a cure sperimentali dalle sfumature vampiresche, sulle quali non pongono domande visti gli effetti salutari, così come a una dura selezione interna, ufficialmente per una vita di successo a Tokyo.

The silenced (diretto e scritto da Hae-young Lee, ad oggi autore di un corto e regista per un film collettivo di animazione in cui una ragazza progressivamente diventa piccola come un ragno, disgrazia kafkiana che le consente di risolvere intrighi politici e drammi famigliari) inverte due situazioni peculiari di Fatal Frame: il trasferimento a Tokyo non sembra un riscatto, ma ha contorni così poco definiti che si intuisce subito che è un inganno, inoltre il contesto militare si riflette all’interno della scuola in cui non vige alcuna solidarietà femminile, dato che viene stimolata la concorrenza da ogni campo di studio fino alle attività sportive.

Non ci sono suore empatiche, l’unica relazione amicale femminile che s’instaura ha tratti di estrema solidarietà e affinità umane, ma non sentimentali, non esiste un esterno da esplorare: le protagoniste si aggirano in una prigione, seppur splendidamente arredata.

Siamo secoli luce lontani da quel togliersi dei macigni dalle scarpe sulla scia di Tun Fei Mu con lo sconvolgente Men behind the sun, ma il dente avvelenato col Giappone è ancora vitale e lascia morsi lungo tutto il film.

Inoltre l’impostazione critica antigiapponese è così evidente che non è difficile individuare l’identità dei villain dietro questo istituto in cui le studentesse obbediscono, la direttrice esegue, le ragazze scompaiono una ad una ed elementi apparentemente soprannaturali fanno via via più capolino.

Potremmo persino leggere The silenced come una moderna elegia delle donne oppresse da un certo tipo di cultura, il sogno di un riscatto e di una vendetta avvenuti in realtà solo 7 anni dopo, una sorta di fantasia storica à la Inglorious bastards, e, a freddo, la storia è degna di un episodio minore di X-files.

Quel che offre davvero The Silenced è un elegante palliativo per gli occhi feriti dall’incompetenza tecnica o dalle cam digitali, che non raggiunge gli apici siderali di Chan-wook Park ma offre una pletora di elementi con cui accecarsi, dagli arredamenti assemblati da un ingegnere cromatico ai costumi pittorici fino alle scenografie lignee illuminate in modo tale da trasformarle nelle pareti di una grande urna cineraria, ma di gran gusto, fino ad arrivare ai sotterranei in cui esplode il bianco asettico delle sperimentazioni scientifiche (in un contrasto visivo con la parte precedente del film che ricorda la cesura finale di Saint-Ange) passando per surreali magazzini abbandonati e allestiti come giardini in cui fiori dai colori pirotecnici sembrano animati.

The silenced è un film che mesmerizza con i movimenti di macchina o la sofisticata psichedelia cromatica, ma la cura estetica sovrasta, ingessa e raffredda le dinamiche umane e l’empatia per i personaggi, le cui emozioni sono fisicamente espresse in modo efficace dal cast, in particolare dalla protagonista Bo-yeong Park, ma i dialoghi latitano o servono solo a far procedere la trama nuda e cruda, e il sottobosco psicologico, nonostante le potenzialità, non emerge mai con forza, relegato a qualche sguardo, qualche gesto affettuoso ma, pur non amando eccessi retorici o di pathos, si percepisce solo sporadicamente a livello viscerale il vissuto doloroso delle ragazze, lo si intuisce, ma resta fermo giusto poco dietro ai lobi frontali.

E non si tratta di una scelta (restare nell’intimità solo sussurrata), ma di un effetto collaterale dello sbilanciamento dell’autore verso i momenti di moderato gore o le scene action e la loro resa visiva.

Almeno per i miei filtri personali è un film che si ferma alla superficie, e un po’ superficiale, in cui, nell’equazione generale l’elemento umano viene tirato via appena emerge, ma è un lodevole distillato di confezionamento ad alti livelli.

E sì, sono ancora di quelli che al bar dice bella fotografia e se la gode tutta.

The hive

thehiveSu The hive non sono molti i commenti proponibili e si rischia di sottolineare solo evidenti banalità.

Per cui qualsiasi recensione è riducibile a Memento ai tempi di The Walking dead se fosse il pilot di una produzione MTV.

La cornice estetica di The hive è così soverchiante e caratterizzante che altri elementi più interessanti passano in secondo piano.

Il protagonista si risveglia colpito da amnesia nella stanza di un campo estivo ricoperta di fluidi umani e appunta, scrivendo sulle pareti, frammenti di ricordi che scopre non essere del tutto suoi mentre un’infezione devasta progressivamente il suo fisichetto acchiappadonzelle.

Per chi non l’ha visto, senza rivelare dettagli, dato che la trama procede attraverso piani temporali e twist calati nelle retine dello spettatore a ritmo supersonico, e sono parte del divertimento, bisogna immaginare The hive come una serata in una discoteca addobbata da decine di monitor su cui scorrono pezzi dello stesso film ma non sincronizzati fra loro mentre i beat diventano sempre più incessanti e veloci.

Oppure potreste persino proiettarlo in una discoteca, soundtrack tamarra di Anthony B. Willis assolutamente inclusa, e sarebbe perfetto per una serata lisergica in cui indursi incubi post-apocalittici, dimenandosi mentre i protagonisti vomitano neri liquami e fracassano teste e possessioni virali con manifestazioni cliniche demoniache si alternano a flashback di infografiche su connessioni cerebrali collettive e globali (il social-network biologico è l’arma di distruzione di massa definitiva) e di esperimenti condotti da scienziati russi.

Potreste persino guardarlo ballando e comprensione della storia ed esperienza sensoriale stantuffante sarebbero comunque garantite, con momenti per un drink durante la sottotrama romantica per poi tornare in pista mentre la danza macabra ricomincia.

Make-up disgustoso e di ottima fattura halloweeniana, un uso delle luci e dei colori da class action da parte di associazioni di pazienti epilettici, un cast finto-teen inaspettatamente funzionale e spesso molto abile, forse perché divertito, subwoofer che prendono fuoco e un montaggio che nulla ha da invidiare a quello tanto amato da Michael Bay.

Eppure il caos avvolge, incuriosisce e soprattutto il montaggio al fulmicotone non solo è giustificato dalla cornice narrativa ma se si riesce a far concentrare qualche neurone, mentre tutti gli altri vengono storditi, piano piano emerge l’architettura narrativa, una sequela di spirali allineate che in apparenza complicano il cammino ma alla fine, nonostante le loro giravolte, conducono alla sua fine, accorciandosi progressivamente fino a lasciare spazio a un più lineare montaggio alternato tra due piani temporali, che non lascia ancora tirare il fiato ma tira le fila della narrazione.

Insomma, dietro quel montaggio orchestrato dall’esordiente regista David Yarovesky e gestito da ben due editor, c’è una progettualità complessa e, a conti fatti, senza fronzoli o difetti, sebbene la prima impressione sia appunto quella di Memento ai tempi di The Walking dead se fosse il pilot di una produzione MTV.

Magari è un caso fortuito, ma vista anche la potenza di alcuni frame (che usare i termini scene o sequenze sarebbe troppo generoso), la capacità di assaltare lo spettatore tenendolo stretto per la gola, la non totale disattenzione nella costruzione dei personaggi, imprescindibile se si vuole creare pathos ed empatia e non solo carne da macello, e l’evidente presenza di una testa pensante dietro questo bad trip, almeno nella (de)costruzione narrativa ma un po’ meno nella provocazione tematica, un’occasione alla prossima opera di Yarovesky la darò sicuramente.

Se non altro balleremo di nuovo su un horror.

9 commenti su “Gioventù infestata: Fatal frame / The silenced / The hive

  1. Aaron Boone
    15/10/2015

    Io una volta ho ballato su Zombi 3

    Mi piace

  2. Caino
    19/10/2015

    mi segno solo the hive, che per ragioni intreseche mi piglia.
    ti consiglio di stare alla larga da the green inferno, è quasi peggio di giovanardi.

    Mi piace

  3. Lenny Nero
    19/10/2015

    ho visto Knock Knock, il film più imbarazzante degli ultimi 2000 anni (solo Ulteriorità precedente ha trovato elementi interessanti ma per me non addetto ai lavori in campo psicologico è vera immondizia. Green(peace) inferno lo guarderei solo in versione non censurata. Già fa schifo e in più ha 20 minuti di tagli? Mah…).

    Mi piace

  4. Caino
    19/10/2015

    vabeh, anche tu a guardarti cane rivs… ah, ho beccato la versione censurata? per apocaltypto è mille volte meglio.
    ah, ti segnalo The Worlpack. niente gore, solo sevizia reale [è un documentario] e psicologica.

    Mi piace

  5. Caino
    19/10/2015

    WOLFPACK. quando scrivo a culo…

    Mi piace

  6. Lenny Nero
    19/10/2015

    Cane Rivs è veramente ululante. Beh, è la versione uscita al cinema. Può essere anche la solita mossa per vendere una versione uncut. La versione uncut di Hostel aveva solo qualche tetta moderatamente scoperta in più. Mi segno quello che segnali😉

    Mi piace

  7. kasabake
    26/10/2015

    Sto recuperando ora moltissimi post di blogger che seguo e stimo come te, Lenny e mi dispiace di essere stato lontano dai commenti: non ho aggiornato nemmeno il mio stesso blog da più di 2 settimane!
    Ho letto con avidità e cupidigia il tuo post, perché era anche la conferma di quei tuoi nuovi articoli che avevi definito come imminenti l’ultima volta che abbiamo chiacchierato assieme sullo spazio commenti.
    E’ sempre bello leggerti.

    Mi piace

  8. Lenny Nero
    26/10/2015

    Thanks! Purtroppo il periodo è complicato anche per me, motivo per cui ho fatto anche dei post concentrati, e non scrivo quanto vorrei o in relazione a tutti i film che vedo (almeno 5 volte tanto), ma se non lo si fa per lavoro meglio scrivere poco e con senno, non ce l’ha prescritto il medico. Anche se capisco la voglia di scrivere!

    Liked by 1 persona

  9. kasabake
    26/10/2015

    Hai centrato il problema, Lenny!

    Mi piace

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 15/10/2015 da in Cinema, recensione con tag , , .

Cookies

Informativa breve

Questo sito si serve dei cookie per fornire servizi e per effettuare analisi statistiche completamente anonime. Proseguendo con la navigazione si presta il consenso al loro utilizzo. Per un maggiore approfondimento: Privacy Policy

My Art Gallery

Follow +LoveIsTheDevil+ on WordPress.com

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: