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Due piccoli thriller per non dormire: The gift / The visit

thegiftIn questo periodo non ho molto tempo né per scrivere (per la gioia di chi detesta i miei post più prolissi) né per leggere (provateci voi ad avere una vita con una Playstation 4 e un trasloco in corso) e quel poco lo dedico a una manciata di riviste memorizzate su Flipboard, quindi non so se qualcuno abbia già liquidato The gift come la versione ripulita e puritana di Bed time (Mientras duermes), ma, poste analogie troppo marcate per poter escludere un plagio, anche di intere svolte narrative, e che la cinica melodrammaticità di Bed time si colloca a distanze siderali, un thriller elegante come The Gift ha intrattenuto e fatto rabbrividire pure me che da un film amo ricevere pugni in faccia, quindi, per quel che vale statisticamente parlando, raggiunge i suoi intenti.

Sono dieci giorni che ho in bozza qualche riga su questo film e se ho mantenuto la voglia di scriverne allora significa che a livello di malessere interiore qualche traccia riesce a lasciarla.

Non sono presenti gore, violenza fisica eccessiva e nemmeno un sola stilla di sangue.

La tensione, tuttavia, è avvertibile a livello fisico per tutta la durata di The gift e, soprattutto, visibile sul volto della protagonista, già dal prologo da film svedese.

E a mio modo di vedere il personaggio-specchio centrale in questa storia di vendetta consumata a freddo è Robyn (Rebecca Hall), moglie di uno yuppie moderno.

Fin dai primi minuti, quando Robyn e il marito Simon (un greve ed efficacemente odioso Jason Bateman) scelgono la casa dal design nordico in cui si trasferiranno, Rebecca Hall lascia trasparire espressioni di dubbio ed è proprio il non-detto, ciò che scorre come una serpe fra le sinapsi, l’elemento che turba in The gift, nonché il medium della vendetta che costituisce il nucleo della storia narrata.

Ed è l’eccezionale performance degli attori (nonché la loro direzione) la forza ultima di questa pellicola.

Nemesi di Simon è Gordo the weirdo (Joel Edgerton, ipnotico e ansiogeno), suo ex-compagno di scuola dai cui discorsi emergono il passato di torti e abusi e il presente mentale borderline, ma solo col tempo si diradano le nebbie e si definisce chi davvero ha giocato e gioca il ruolo della nemesi.

E’ un peccato, e toglie carburante alla graticola emotiva, conoscere anche solo minima parte dello sviluppo degli eventi prima della visione del film e, al contempo, non fatevi ingannare dal trailer.

The gift si colloca in una lunga tradizione di thriller psicologici, molto di moda a Hollywood negli anni ’90 (ve li ricordate i seminali Uno sconosciuto alla porta e Inserzione pericolosa?), e che ogni tanto ricompaiono ricolorati con le sfumature più recenti degli home-invasion (un esempio intrigante che, al contrario di The gift, diventa soporifero sul lungo periodo nella ricerca continua e compiaciuta di shock e urla è In their skin), tornati in grande auge dopo The strangers.

Dall’altra parte le atmosfere asfissianti che si ispessiscono lentamente fino a diventare irrespirabili ricordano alcune delle migliori intuizioni di McEwan, da Cortesie per gli ospiti a Sabato (sempre con le dovute differenze prima che mi aggrediate sotto casa).

The gift gioca sullo stesso biliardo di altri una partita con regole proprie e non le tradisce fino all’ultimo minuto non cedendo neanche alla possibilità di uno showdown grandguignolesco e restando coerente alla figura di un vendicatore i cui mezzi non sono che psicologici, una messinscena del Manuale dello stalker dell’anno nei suoi gesti più eclatanti ma più ammirevole e affascinante quando genera effetti devastanti sulle dinamiche di coppia usando il veleno dei piccoli gesti o delle insinuazioni.

E proprio come Gordo è un burattinaio apparentemente goffo ma che da dietro le quinte controlla ogni elemento di scena, Edgerton, anche sceneggiatore e regista, non si esibisce in virtuosismi visivi, preferisce una costruzione minimale delle scene, ma nella precisione della direzione degli attori e della scrittura o nel coordinamento di colonna sonora e montaggio.

Non sono molti gli elementi originali all’interno di una trama in cui non sono neanche reperibili elementi legati a un’epoca precisa (potrebbe svolgersi ai giorni nostri così come ai tempi di Patrick Bateman), ma il pregio di The gift è nel farti sentire scena dopo scena la pressione di una mano invisibile sul collo e nel creare un’elettricità malevola che potrebbe preludere a qualunque svolta tragica.

Inoltre i dialoghi che puntellano lo svelamento di scheletri nell’armadio, e il precipitare di una coppia nella paranoia e nel disgusto reciproco, sporadicamente detengono ritmo e qualità teatrali.

Se per una sera volete prendervi una pausa dalle cinquanta sfumature di necrofilia dell’horror medio e non avete intenzione di riguardare Bed time (in fondo è un genere di film che raramente si torna a visitare una volta che i segreti sono scoperti), questo thriller da camera borghese potrebbe cogliervi impreparati.

Certo, poi non ditemi che non vi ho avvisato che lo stile traspare da ogni elemento, ma che originalità e colpi molto bassi sono presenti nel cugino iberico.

thevisitThe visit è il tentativo di Shyamalan di risalire la china cavalcando fuori tempo massimo la moda sciagurata dei found-footage ma Shyamalan (regista non privo di talento tecnico, e con buone intuizioni visive, ma spesso incapace a livello di scrittura e autore di almeno un paio di vere e proprie monnezze involontariamente comiche, ispiratrici dei vari Scary Movie) bara, e bara pesantemente, perché le riprese in diretta da parte di una ragazzetta e del fratellino della loro visita a nonni fino ad allora mai incontrati sono spesso statiche, funzionali alla narrazione o all’angoscia, incentrate su assoli attoriali divertenti quanto terrificanti (Deanna Dunagan potrebbe quasi gareggiare con Jill Larson e chi è appassionato di serie tv sa quanto Peter McRobbie sia stato negli ultimi anni un eccellente e sardonico caratterista) o gestite in modo fin troppo professionale anche nei momenti di panico concitato tanto che, soprattutto nel riuscito finale, ci scordiamo che la camera è gestita dalla vittima di turno (e non parliamo di cambi di lenti così sfrontati, ma necessari, da far pensare che o Shyamalan si è dimenticato in diverse occasioni come simulare un certo tipo di riprese, per di più da parte di un’adolescente semi-inesperta, o che se ne sia semplicemente lavato le mani per modulare l’impatto delle scene e detesto ormai così profondamente i found-footage che approvo comunque).

Ora, un problema dei film di Shyamalan è che nei primi dieci minuti hai già compreso quale sarà il twist narrativo, in pratica una cifra stilistica, e The visit non è immune da questo difetto e il colpo di scena del prefinale non è affascinante ma almeno giustifica l’atmosfera nosocomiale e consente lo svolgersi di episodi e dialoghi surreali in cui il confine tra il weirdo e il creepy diventa sottilissimo.

Inoltre sono rimasto stupito dal fatto che (nonostante i mefitici titoli di coda) Shyamalan cerchi di traumatizzare lo spettatore con dettagli disgustosi, irrobustiti da una cospicua dose di violenza per mantenere alta la tensione, e un paio di scene sono inaspettatamente (da parte sua) senza scrupoli, tra pannoloni sporchi di sangue schiacchiati in faccia e specchi usati in modo improprio, scene tanto più efferate quanto più l’atmosfera vira verso l’assurdo e la situazione diventa disperata ed imprevedibile.

In questo caso i personaggi-specchio sono i due giovani protagonisti, vittime loro malgrado di conflitti irrisolti tra adulti e ispiratori a quella mentecatta della madre di riflessioni sui rimorsi del passato e le prospettive del futuro, ma la parte lacrima-movie di qualsiasi film mi fa spegnere il cervello quindi, dal mio punto di vista, se avevate perso ogni fiducia in Shyamalan (se mai l’avete riposta) The visit gli consente più di tutto di mettere in atto le sue doti, che rendono digeribile l’inevitabile povera qualità delle riprese, e non ambendo a generare stupore, ambizione che va a braccetto spesso con torpore e ridicolo involontario, mette a fuoco gli elementi perturbanti e riesce a far montare l’adrenalina in più di un’occasione.

E l’adrenalina rispetto alla lacrima è sempre cosa buona e giusta.

Si tratta di un film minore, ma girato in modo lucido, concentrato, meno slabbrato del solito, forse merito della costrizione nei mezzi di ripresa che spinge un regista che non punta solo all’incasso facile a compensare con l’attenzione verso tutti gli altri elementi (scrittura, montaggio, inquadrature e facciamocene una ragione se Vittorio Storaro non era l’addetto alla fotografia).

Detto tra parentesi e sottovoce, non aspettandomi niente da tempo da Shyamalan, mi sono divertito pure con Wayward Pines e il finale burtoniano tanto criticato non mi è dispiaciuto affatto.

Anche perché nel 2015 dovremmo aver capito che Shyamalan gioca nei pesi medi, non nel campionato dei pesi massimi, e se non è distratto dalla sua stessa nomea qualche colpo può ancora affondarlo.

P.S. Ho visto diversi altri film in questo periodo, ma in particolare non so davvero dove scrivere questo semplice invito: togliete la telecamera a Eli Roth perché Knock Knock e The green inferno sono due dei film più imbarazzanti in generale, per lui e per noi, di tutta la storia del cinema.

6 commenti su “Due piccoli thriller per non dormire: The gift / The visit

  1. psichetechne
    07/11/2015

    Grazie delle dritte. Shyamalan, poi, sicuramente lo vedo🙂 A presto🙂

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  2. spino1970
    10/11/2015

    Recupererò🙂

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  3. psichetechne
    11/11/2015

    Visto e recensito Shyamalan, che mi è piaciuto. A presto.

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  4. Lenny Nero
    11/11/2015

    Letta già ieri la tua recensione che ho apprezzato molto per costruzione e contenuti. In questo periodo non riesco a scrivere recensioni un po’ più strutturate, e fa piacere leggerne di ben costruite. Senti, ma Goodnight mommy? Dato il tuo particolare approccio ai film penso che potrebbe intrigarti molto e forse ne tireresti fuori puntualizzazioni interessanti.

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  5. Caino
    16/11/2015

    Visto The Gift, noto con piacere che anche tu hai nominato gli anni 90. Effettivamente è un film tipico dei triller tra fine 80 inizio 90 e tutto sommato molto piacevole.
    Scemelan lo guardo appena si trova senza l’austroungarico sovraimpresso.

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  6. Lenny Nero
    16/11/2015

    Mi sembra inevitabile per un film come The gift fare le giuste collocazioni “storiche” e se uno non ha mai visto certi film magari coglie i suggerimenti per recuperarli e capire che The gift non nasce dal nulla e che il pregio non è l’originalità ma tutto il resto (che insomma, mi pare già un bel complimento!). Il riferimento a Bed time invece mi sembrava doveroso perché…chi l’ha visto sa perché! Magari è una coincidenza, ma per me è un plagio.

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Questa voce è stata pubblicata il 03/11/2015 da in Cinema, recensione con tag , , , .

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