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Peace is for pussies

Deep dark

deepdarkHermann Haig (Sean McGrath) è un personaggio attuale perché potrebbe essere uno qualunque dei vostri conoscenti che nutre velleità artistiche ma è privo in modo assoluto di talento.

Per la precisione Hermann crede di essere un artista fin da bambino e vive con frustrazione il fatto che le sue installazioni libere non vengano prese sul serio, fatto inevitabile perché non derivano dalla ricerca contemporanea di formalismi geometrici, ma sembrano opere di Munari nelle mani di un designer di giocattoli infantili all’ultimo stadio dell’alcolismo.

E quando l’arte contemporanea non è à la page (che non significa di duratura qualità) o non è espressione di un concetto semplice, forte e individuale scade in modo rapido nel ridicolo involontario (posto che io ho lo stesso approccio di Alberto Sordi ne Le vacanze intelligenti all’arte contemporanea fatta di installazioni e sculture ).

Deep dark esordisce come una satira su personaggi analoghi, con toni da commedia in mezzo ai quali Sean McGrath si destreggia a suo completo agio, raggiungendo in pochi minuti picchi esilaranti in cui all’ennesimo atto folle di Hermann per farsi notare o che scandisce la sua vita si sovrappongono scritte che sbeffeggiano le altisonanti delle didascalie sotto le opere d’arte.

Ma invece no, non sono corretto: compiamo un passo indietro.

Deep dark esordisce con un incubo.

Quello che scopriremo essere lo zio artista di Hermann (un gaudente dalle fattezze di Picasso folgorato dall’ispirazione e dalla fortuna dopo essersi chiuso in una stanza misteriosa, come lui stesso narrerà tra un cocktail e l’altro servito dalla sua amante-schiava), sogna di sanguinare, di sanguinare sempre più copiosamente dal suo ombelico perché qualcosa spinge per uscire.

Ecco, Deep dark è un prodotto alchemico in cui l’atmosfera non è univoca, ma neanche bipolare.

E’ il frutto di quella rara e riuscita commistione di sfumature che evita sia le cadute di tensione sia lo scivolare verso toni ridanciani autocompiaciuti, con un risultato in ultimo amaro e non del tutto artificioso.

Questo piccolo prodigio è merito sia dello script e della direzione di Michael Medaglia sia del lavoro di editing che per almeno metà del film, quella metà necessaria per inglobarti in una storia assurda, sembra svolto con un metronomo impiantato in testa, tanto che le scene si intrecciano con una fluidità che potrebbe essere trascritta su uno spartito.

Quest’eleganza intrinseca, sporcata dal cinismo nel dipingere la vacuità del mondo dei wannabe-artist e dei loro talent-scout (non priva di semplificazione e stereotipi, tra istrionismi e narcisismi), coinvolge e seduce fino a farci accettare l’elemento impossibile che è il nucleo della storia: Hermann si chiude due settimane nella stanza prodigiosa dello zio convinto che l’ispirazione arriverà, perché lui è un artista, e quindi deve arrivare.

E la gloria arriverà, tramite un buco nella parete da cui si diffonde una suadente voce femminile (Denise Poirier, la voce di Aeon Flux) che narra a Hermann di aver aiutato innumerevoli artisti e in cambio del suo aiuto non chiede la sua anima, solo un po’ di affetto, compagnia, un bacio.

In effetti la Musa del foro sembra pretendere poco, è un’entità intrappolata nella parete, può essere facilmente abbandonata e tradita, e sembra soffrire per questa condizione, ma è anche pronta a ferire le donne che dimostrano interesse per Hermann così come a dare tutta se stessa per questa nuova persona che allevia la sua solitudine, fino a ricompensare quel poco e riluttante affetto dato da Hermann con grumi di materiale vischioso che racchiudono sfere organiche non meglio caratterizzabili.

Quei piccoli gioielli biologici rendono stabili e particolari le opere di Hermann e la gallerista locale Devora Klein trova un nuovo artista da lanciare sul mercato durante una serata in cui gli acquirenti sono più alterati degli artisti stessi.

Deep dark nel suo complesso diventa un falò delle vanità, una galleria della capricciosità umana intesa come velleitarismo, non accettazione dei propri limiti, sentirsi speciali anche a discapito della possibilità di relazioni affettive, non senza il rischio di fornire il fianco a facili parodie tollerabili in quanto non verbali (la scena in cui Hermann siede sulla panchina a fianco di quella su cui è seduto, vestito esattamente come lui, un pittore fallito che ha deciso di mozzarsi le dita e costruirsi una famiglia).

Ma la capricciosità è anche quella del budello nella parete, dotato di poteri soprannnaturali svelati poco a poco, ma anche di esigenze erotiche insoddisfatte o così imbarazzanti da poter esser comunicate solo tramite bigliettini spinti fuori dall’orifizio.

Il contesto assume in tempi rapidi contorni ridicoli quanto raccapriccianti in cui il cinismo dello script che prevede umani esecrabili ed inumani le cui azioni, per quanto violente, sono più comprensibilmente disperate, viene stemperato e arricchito dalla soundtrack, a volte malinconica e ipnotica, di Keith Schreiner così come dalle scelte di Francisco Bulgarelli che passa dai toni quasi documentaristici della prima parte alle scelte della seconda, tra cromie cupe e luci morbide che odorano di incubo e di storia d’amore destinata alla tragedia.

Non tutti i colpi di scena sono imprevedibili (un po’ meno prevedibile la loro esecuzione soprattutto quando il gore entra in campo a gamba tesa), non sempre il cast è convincente, con l’esclusione di Sean McGrath, tuttavia Deep dark è un’opera prima a budget non pervenuto realizzata da emeriti sconosciuti che si muove con dimestichezza non proprio da esordienti da una cornice da film d’essai a una satira senza limiti da film della Troma.

Michael Medaglia prende anche molto sul serio il suo prodotto e non esita a chiuderlo con un finale tanto simbolico, quanto fin troppo leggibile, che vuole essere elegiaco e iconico (che nella sua assurdità ho trovato quasi commovente).

Ma il valore di Deep dark si fonda anche su questa sarabanda di toni e stimoli, ora un pugno allo stomaco, ora un dito conficcato nei lobi frontali, ora una carezza all’amigdala per farci accettare il surreale.

Sono necessarie anche molta arroganza e sicumera per allestire una sfida simile, per palati forti da una parte ma fuori dai trend attuali del genere horror, con il rischio di ottenere la stessa considerazione inizialmente ottenuta da Hermann.

Michael Medaglia sembra il pavone che usa come simbolo finale, ma un pavone dotato di consapevolezza e autoironia e per ora lo inserisco nella mia lista personale di registi dei quali seguire gli espettorati di celluloide anche se non escludo che dopo questo exploit possa aver già esaurito la sua ispirazione.

E scommetto un euro che per molti Deep dark diventerà un cult, da altri sarà considerato un’immane stronzata derivativa (Cronenberg, etc.) che sputa nel piatto da cui mangia.

Un commento su “Deep dark

  1. Caino
    04/12/2015

    io ho trovato questo film un po’ approssimativo.
    l’ho patito come un’occasione persa.
    la morbosità del rapporto è didascalica, non viene sviluppata e questo mi ha viziato la visione. forse per colpa di quello che mi aspettavo, ovvero una escalation degna di un boxing helena. non so.
    … e alla fine la cosa che apprezzato maggiormente è stato proprio questo retrogusto cronenberghiano, queste allusioni educate e rispettose che non definirei derivative ma quasi “accedemiche”.

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Questa voce è stata pubblicata il 15/11/2015 da in Flussi di incoscienza.

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