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Peace is for pussies

The world of Kanako (Kawaki)

twokAvrei potuto stilare una lista di film di Natale, o consigliarvi anch’io recenti film horror ambientati a Natale che sembrano del secolo scorso, cioè degli anni ‘80, ma il Natale mi disgusta e annoia, come qualunque evento che emani un fetore anche solo vago di religione, tanto che per le mie corde il miglior film a tema è e sarà sempre Mum&Dad di Steven Sheil.

Pertanto, a chi non l’avesse già visto, consiglio un film in cui la vigilia di Natale è centrale perché è il momento in cui la psiche di un padre sbanda in modo definitivo verso la ricerca del disastro e un mio lato adolescenziale (in un periodo storico in cui un gruppo rumoroso di finti quaccheri nostrani ha riportato in auge il valore della famiglia) gode sempre nel vedere la calata di una famiglia in un tritacarne di stordente ferocia.

Quando un’opera artistica narra vicende basate sui rapporti genitori-figli è inevitabile, irrimediabilmente freudiano e istintivo, specchiarsi.

Il vissuto personale di ognuno di noi influenza sempre quali sfumature di un film cogliamo con maggior potenza o quanto riusciamo a entrare in sintonia con le dinamiche psicologiche dei personaggi (anche e soprattutto quando autodistruttive).

Ciò non significa che dobbiate avere avuto un rapporto conflittuale con vostra madre per cogliere tutte le sfumature di dolore dipinte in Goodnight mommy, per portare un esempio recente, sostengo solo che se la riflessione nei protagonisti si avvicina all’identificazione l’esperienza emotiva sarà diversa, e più profonda.

Molto più difficile (ve lo auguro) questo processo d’identificazione personale/famigliare di fronte a un film come The world of Kanako e proprio per questo l’impatto delle assurdità o delle atrocità rappresentate procura un senso di sconforto nichilistico che non arreca con sé la catarsi, ma lascia solo una ferita inaspettata in uno spettatore abbandonato al suo sgomento, anche se magari è uno abituato a vedere film con maniaci che sodomizzano cadaveri di animali, o tratti da un libro di Inga Lindstrom.

The world of Kanako è un manifesto accusatorio contro una genitorialità fallimentare ma, in ultimo, disperatamente familistico, come se la famiglia fosse da una parte la fonte da cui zampillano le creature maligne o intimamente danneggiate che sono i figli, ma d’altra parte fosse tanto guasta quanto insostituibile.

Anche se il regista Tetsuya Nakashima e Akio Fukamachi, autore del racconto ispiratore, osservano, puntano il dito, satireggiano, ma né intravedono né offrono soluzioni.

Pertanto è un vicolo cieco quello in cui si getta a capofitto Akikazu Fujishima, ex-poliziotto messo a riposo dopo anni di violenze sulla moglie e, seguendo il consiglio che a Natale si può dare di più, aver tentato di uccidere a mani nude in pubblico, durante le ultime ore di shopping, il nuovo compagno della moglie (non prima di esser piombato con la sua vettura contro quella delle sue vittime).

“An era is only confused by a confused mind”

Nella mia prospettiva The World of Kanako è un film schizofrenico, ma in modo consapevole.

Il montaggio iniziale alternato e bombardante sulla stessa bocca ferina e sputacchiante che urla prima Ti amo e poi Ti ammazzo sintetizza in modo preciso i sentimenti conflittuali vissuti dai protagonisti, nonché la scelta stilistica di mettere in atto una serie di agguati sensoriali allo spettatore lasciandolo senza fiato per almeno 90 minuti su 120.

Sarà proprio l’ex-moglie di Akikazu a chiedergli aiuto per rintracciare la figlia Kanako, scomparsa da alcuni giorni (e ne pagherà le peggiori conseguenze per la rinnovata fiducia riposta in un uomo disgustoso e irredimibile che incidentalmente è il padre di sua figlia) mentre Akikazu scoprirà chi sia davvero sua figlia Kanako, al di là della superficiale immagine che se n’era formato insieme alla moglie (due ciechi così ciechi che quasi non ci si crede), una sirena depravata verso cui prova istintivo amore, ma anche desideri sempre più punitivi mano a mano che la sua ricerca e il disvelamento delle sue gesta lo portano a riflettersi e annegarsi nella propria merda interiore.

E un genitore di merda non può accettare che la propria figlia sia il Male che si fa manipolazione e violenza, soprattutto se la figlia gli ricorda tanto se stesso.

Dopo Confessions, Nakashima ritorna a descrivere senza compassione una gioventù immorale e criminale, distanziandosi in questo da suoi noti colleghi connazionali, con toni apparentemente meno cupi e tragici: mentre i titoli d’antan ricordano i film di Seijun Suzuki (no, non ricordano certi film di Tarantino, è Tarantino che copia da), il bianco invade e acceca spesso le scene, brevi sequenze animate tratteggiano il mondo colorato in cui un ragazzo bullizzato vorrebbe nascondersi, cromie acide e veloci sovrimpressioni da spot pubblicitario riassumono serate tossiche in discoteche j-pop, e il montaggio millimetrico e barocco di Yoshiyuki Koike, sotto la direzione necessariamente militare di Nakashima, stimola i nervi ottici fino al sovraccarico portando alla fusione pure i lobi frontali che devono rielaborare, senza distrarsi, molteplici linee narrative poste su piani temporali differenti e complicate da un percezione onirica della realtà da parte di alcuni protagonisti.

E mentre Akikazu affonda nel guano perverso di cui sua figlia si nutre, non ci viene risparmiato alcun dettaglio, per quanto efferato o per quanto osceno, in parte per conferire un volume incredibile agli atti di malvagità compiuti, in parte per far risaltare la furia di Akikazu con un paio di sequenze d’azione, ricche di gratuiti dettagli gore, a cui non sopravviverebbe nessuno che non sia carburato ad adrenalina.

I primi tre quarti del film sono uno tsunami di stimoli ed emozioni, di volti sofferenti fissati in fotografie porno o in selfie lisergici, di violenza variegata e inguardabile o corpi frantumati, di falsi ricordi, di scambi secchi e acidi di battute o di sguardi e aggressioni fra genitori in apnea come i loro figli, ma ormai alla deriva e lontanissimi gli uni dagli altri.

Nana Komatsu è l’incantatrice del male nei panni di Kanako, ma è il padre Akikazu colui che trascina e fa precipitare gli eventi, interpretato da Koji Yakusho che, chi lo conosce, ammira e ricorda fin dai tempi di Cure di Kiyoshi Kurosawa, ma mi sbilancio nell’affermare che questo è il suo ruolo della vita e che l’effetto valanga del film è merito anche del suo tragico e incontenibile carisma.

E nella parte finale, nel post-tsunami, quando si osservano le macerie e si fa l’inventario di morti e disastri, il ritmo rallenta fino all’inverosimile seguendo la linea narrativa conclusiva per dare spazio a ulteriore dolore, a uno struggimento a due, che si svolge nella vacuità di un paesaggio innevato e senza contorni, che non fa riprendere fiato ma è come un mano che inizia a premere sulla gola, in cui il bianco della neve, colore che in diverse culture orientali ha un valore polivalente e complesso, comunque legato alla purificazione anche nel lutto, viene usato come sfondo cromatico non più per il rosso del sangue, già scorso a fiumi, ma per un ultimo grido d’odio che chiude in modo preciso la cornice intorno a un quadro infernale in cui l’annientamento fisico e mentale del prossimo sembra l’unica modalità d’interazione.

The world of Kanako è un film che non ricerca giustificazioni e neanche colpe o colpevoli unici, non tratteggia contesti sociologici o ambientali.

Il regista si limita a dipingere con la maggiore severità e tutti i colori immaginabili un giardino giapponese delle delizie, si pone al di sopra di una battle royale intra e intergenerazionale e la osserva come un Leviatano rabbioso ma, come il suo protagonista, impotente.

E con questo film sarete pronti ad affrontare il Natale con un sempre utile carico di nichilismo.

Per chi interessato, un lungo approfondimento qui.

2 commenti su “The world of Kanako (Kawaki)

  1. psichetechne
    21/12/2015

    Bellissima, bellissima recensione. Come, a questo punto, non vedere il film? Buon Natale (come dire?)🙂

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  2. Lenny Nero
    21/12/2015

    che il Krampus sia con te!

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 21/12/2015 da in Cinema, recensione con tag , .

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