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Peace is for pussies

German angst

germanangstSono felice d’inaugurare la dozzina di post per quest’anno con qualche commento su un film horror tedesco.

Per vari motivi.

Intanto, sebbene la Germania sia quell’intrigante paese dalle cui viscere sono nati Il dottor Mabuse, poco prima del consolidamento del nazionalsocialismo, ma anche Violent Shit, poco prima della caduta del muro di Berlino, e non oso immaginare che succederà a un paio di anni di distanza da German angst, se chiedete a qualsiasi horrormaniaco esempi di horror tedesco saprà citarvi qualche film etichettato come estremo e, i più raffinati ed esibizionisti ricercatori, qualche altro film ancora più estremo.

Dato anche curioso, perché la censura tedesca è sempre stata ferocissima con i film horror, almeno fino a che uno dei tizi che cito sotto sbaragliò carte giudiziarie e coronarie.

Per primo ammetto una sconfinata ignoranza in materia limitandomi a conoscere o il passato dell’horror teutonico, compreso quello austriaco (amo i film muti in generali e l’espressionismo tedesco in particolare), o quella manciata di nomi che più o meno tutti i cultori del genere conoscono.

Di sicuro m’è sfuggito qualche passaggio, qualche pellicola l’ho recuperata a distanza di diversi lustri, ma dagli articoli sull’horror tedesco emergono sempre i nomi di Andreas Schnaas, Olaf Ittenbach e soprattutto Jörg Buttgereit e basta aprire la pagina di Wikipedia su Buttgereit per individuare già un primo affronto da punire: noto soprattutto per Nekromantik.

Non ho tempo o capacità per dedicarmi alla causa, ma Jörg Buttgereit ha tentato di dimostrare al mondo col successivo Der todesking di poter essere il poeta per eccellenza del macabro e del dolore (sette modi/motivi per suicidarsi, uno per ogni giorno della settimana), oltre che un super-emo ante litteram, ma per tutti è il regista di Nekromantik.

D’altro canto si è scavato la fossa da solo dirigendo Nekromantik 2 che nel suo ambire ad essere la satira politica più feroce sulla Germania e i suoi fantasmi storici (-indossa il giubbotto antiproiettile e lo paragona al pasoliniano Salò-) è stato rapidamente fatto sparire dalle sale con un colpo di mano della censura a cui Goebbels avrebbe applaudito.

Questa slavina di parole solo per scrivere che un altro dei motivi per cui sono felice di aver visto German Angst è che ho reincontrato Buttgereit (gli altri motivi sono riconducibili a se vedo un altro imbarazzante omaggio agli anni ’80 – ‘90, per esempio Bastard o The inhabitants, m’impicco al tubo della doccia. C’ero negli anni ’80-’90, li ho vissuti, basta, crescete o miei coetanei: non è possibile che siate rimasti mentalmente bloccati all’epoca delle prime eiaculazioni).

Il merito è di tal Michal Kosakowski che con la sua casa di produzione ha chiamato a sé pure Andreas Marschall che prima si fa notare col lisergico ed esoterico Tears of Kali (film doloroso per la mente e il corpo), poi con Masks da una parte compie un passo indietro facendosi prendere dalla nostalgia per Suspiria, dall’altra carbura la parte finale del film con tutte le sue doti di editor, mentre intorno esplodono le tinte filologiche  di Sven Jakob-Engelmann, che alle cromie di Tovoli aggiunge un ingrediente più cospicuo di marciume e oscurità, e di nuovo fa tremare le percezioni dello spettatore.

Proprio Sven Jakob-Engelmann è uno dei principali punti fissi del team tecnico-artistico e German angst è un’ottima occasione per dimostrare il suo talento versatile che di questi tempi dovrebbe ormai emergere al pari di quello di Manuel Dacosse.

Mentre Buttgereit è un cantore triste e decadente, Marschall è il camionista di Duel se fosse sotto LSD e avesse pure addobbato il suo camion sotto LSD.

E la vittima inconsapevole siete voi.

In mezzo, a tirarli per la giacchetta, Kosakowski.

E su lui tornerò prima delle conclusioni, cioè sul mio modo d’interpretare l’operazione che non mi sembra concordare con alcune letture critiche (per cui probabilmente sbaglio, ma intanto resterò convinto del contrario).

Final Girl (scritto e diretto da J. Buttgereit)

Primo episodio, il più breve dei tre.

Dettagli macroscopici di una cavia domestica, di una ragazza, poi della cavia, poi della ragazza.

Epiteli, peli, pupille, unghie malcurate, zampe perdute, la descrizione da parte della voce fuori campo della ragazza di un intervento chirurgico veterinario.

Due minuti ed è già stata attuata la riduzione della persona alla sua carne e alla sua biologia.

Una carrellata sulla rappresentazione in un disegno infantile di una famiglia che cambia in una fotografia in cui restano un padre e una figlia mentre la madre scompare e la copertina della rivista Final Girl in cui una ragazzetta paffuta si punta alla testa una pistola giocattolo.

Altri quindici secondi e Buttgereit ci ha già raccontato, con la semplicità del genio e impaginandolo con eleganza e geometria, uno status psicologico personale e un’intera storia familiare intrisa di morte e sensi di colpa, incorniciati da lenti basculanti che rendono ineffabili i confini della visione reale e da movimenti di camera lenti o inquadrature fisse, montati dallo stesso Kosakowski dopo aver impostato il metronomo a 60 battiti al minuto.

Dettagli di un appartamento di periferia trascurato e invaso dalle stoviglie sporche, una tranquilla colazione, un uomo imbavagliato e legato al letto e un trinciapollo per castrarlo.

Mutilazioni e sangue non mancano, esibiti con pacato eccesso di dettagli, tuttavia l’elemento ipnotizzante non è l’attesa per una decapitazione tramite coltello elettrico, ispirato da un fatto di cronaca narrato da una trasmissione radiofonica, ma la decostruzione visiva di una storia che tiene un piede nella realtà e un piede nelle fantasie di morte, alternando le riprese di base con segmenti in 16 mm trafitti dalle pulsazioni distorte ideate dal Frank Behnke di Lola corre.

Make a wish (scritto M. Kosakowski e Goran Mimica e diretto da M. Kosakowski)

L’aggressione di un gruppo di bulli neonazisti ai danni di una coppia di sordomuti di origine polacca s’interseca con un agguato nazista in un vilaggio polacco il cui esito fu cambiato da un medaglione magico.

Che potrebbe essere solo un oggetto leggendario inventato per sperare e spiegare l’inspiegabile.

Di Kosakowski devo recuperare quanto prima Zero Killed, documentario in cui alcune persone di diversa estrazione sociale raccontano le loro fantasie omicide e le mettono in scena nei panni degli assassini e poi delle vittime.

L’idea di fondo è ripresa in questo episodio, il meno artistoide dei tre, ma il più concitato e furioso nella rappresentazione degli atti violenti (unico episodio durante il quale mi sono voltato nonostante negli altri due si raggiungano vette elevate di efferatezza).

E’ l’episodio più politico e didascalico, ma il taglio da racconto morale è talmente dichiarato che lo si accetta nella sua coerenza, e in cui l’orrore è rappresentato da una paura che va ben oltre il subire la violenza più gratuita e dolorosa: il timore, da vittima, di trasformarsi nel proprio aggressore.

Il monologo nel prefinale del neonazista metterà a dura prova la vostra capacità di mantenervi gandhiani, qualora ne siate dotati.

Alraune (scritto e diretto da Andreas Marschall)

Marschall è indubbiamente un cinefilo enciclopedico e in quanto tale può peccare di nostalgia e ricordi, ma quando la prima non sovrasta la creatività può essere fonte di adattamento moderno e reinvenzione (ché in questi anni di fotocopie di mille riassunti ne abbiamo subite anche troppe).

E così parte da Alraune, film del 1918 diretto da Mihály Kertész, ovverossia Michael Curtiz (Casablanca), storia di un ibrido biologico fra una donna e una mandragora, per espanderlo in un racconto di amore gotico moderno, avvalendosi di effetti pratici, vecchie lenti e luoghi berlinesi che suscitano più brividi di un qualsiasi digitalizzato Crimson peak.

Si tratta di un’ora così completa, densa e stratificata sotto ogni punto di vista (tecnico, tematico, strutturale) che posta al fondo dell’antologia fa sembrare Final girl un preliminare pallido, artsy e minimale seguito da un amplesso convulso e un orgasmo di 60 minuti.

La trama, imbastita su società segrete, amplessi con mutaforma e laceranti apparizioni che rendono confortanti le visioni necroerotiche di Giger e i mostri di Lovecraft in mano ad un altro appena una tacca sotto l’essere un artista sarebbe diventata la base per un film della Troma.

In mano a Marschall diventa come uno strumento di piacere incandescente che si desidera per soddisfarsi, ma che ci si brucia a toccare.

Perché mentre il protagonista si addentra nella sua Traumnovelle raccontando amene vicende erotiche proprio a una compagna esterrefatta, quanto dolorosamente comprensiva e fin dall’inizio vittima designata, Marschall ci accompagna attraverso i territori del tradimento erotico e sentimentale autoindulgente, della potenza dell’immaginazione, dei paralleli tra lussuria, vampirismo sessuale e tossicodipendenza.

Nonostante l’impetuosità testosteronica di alcune sequenze, emerge la ricerca di una struttura narrativa che tenga alte tensione ed attenzione e intrighi con i suoi misteri la nostra parte razionale, mentre gli occhi vengono feriti da genitali dentati, cocaina da tagliare su morbide cosce sanguinanti, vetri laceranti, deflagrazioni fisiche.

Live or the easy way. Make your choice.

Antologia da recuperare, lontana dal gusto visivo e tematico dell’horror anglosassone e proprio per questo da assaporare perché l’horror europeo non ha ancora alzato la testa come ci ha fatto sperare anni fa.

E’ anche una tipologia di horror che non solo si avvale di valori artistici e tecnici che non dovremmo dimenticarci di esigere più spesso, e che ci inducono a studiare, riscoprire, rispolverare, pensare, ma che s’intreccia fortemente con elementi più attinenti al dramma.

Si tratta di un tipo di cinematografia di cui io, e non credo solo io, ho sempre più spesso bisogno perché mi appaga quasi sessualmente durante una visione cinematografica il depositarsi tra le mie sinapsi del processo creativo di un regista, cogliere il suo sguardo, le sue scelte, immaginare i suoi lobi frontali che modellano e rielaborano schemi.

Ho bisogno più di un nuovo Bergman a cui piaccia pure il sangue, come già fece lo stesso Bergman almeno in Sussurri e grida, che non di un altro found-footage a sfondo soprannaturale diretto, si fa per dire, dal primo inetto a cui hanno regalato una handycam.

Ho bisogno di storie e personaggi che espongano le corde più intimi, sensibili e dolorose dell’animo e degli organi umani.

German angst non è opera perfetta, già solo per la sua natura antologica non è una struttura compiuta nella sua unicità, quando invece lo sono i singoli elementi, anche se tuttavia un filo rosso che attraversa le opere dei tre diversi registi è identificabile ed è già manifesto nella scelta della parola angst.

I tre corti esaltano la libertà più importante di tutte, spesso schiacciata proprio dalla nostra volontà: la libertà di scegliere tra il perdersi e il piacere dell’abbandonarsi o il ricostruirsi e vivere.

Oh sì, in ultimo è un’antologia morale, persino non condivisibile, ma evita di fornirvi senza sforzo frasette da citare su Twitter o espressioni altisonanti e salottiere.

Invece di farvi la morale o di porsi in contrasto o sopra o a confronto con altro tipo di cinematografia (quel compito spetta a noi scribacchini, per questo loro sono artisti) i registi, consci di avere tanto da esprimere da non perdere tempo a rivaleggiare col panorama circostante, in modo autistico e autarchico, vi offrono cibo per la mente.

E scusate i tre ragazzacci se vi si conficcherà in gola un pezzo di vetro.

Sito ufficiale: http://www.german-angst.com/index.html

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Questa voce è stata pubblicata il 12/01/2016 da in Cinema, recensione con tag , , , .

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