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Peace is for pussies

Nina forever

ninaforeverBut basically you’re Florence Nightingale job-sharing with Linda Lovelace

Nina forever è uno di quei film che merita guardare più per le riflessioni e le ondivaghe emozioni che suscita che non per i meriti tecnici o artistici dei quali fa mostra ma al servizio delle prime.

Giusto per far spazio ai motivi per cui, comunque, ne consiglierei la visione (e una visione attenta e in ascolto), sgomberiamo il campo dalle possibili critiche.

Intanto Nina forever non è una horror-comedy comunemente e attualmente intesa: l’atmosfera funerea e sospesa fra realtà e dimensione mentale è appropriata e adatta a scene o scambi di battute che, se proprio dobbiamo, sono etichettabili come humour nero o, in modo più semplice, arguzia e cinismo. Non sono presenti momenti in cui le stilettate, sempre velate di amare consapevolezze, possano suscitare una risata aperta.

Inoltre singoli tratti del film funzionano come meccanismi a orologeria grazie al montaggio di cui sono responsabili gli stessi co-registi, i fratelli Ben e Chris Blaine, al primo lungometraggio dopo lunga gavetta, tanto attenti ai dettagli, alle inquadrature o ai singoli pezzi (magistrale e puntuale l’uso del montaggio alternato come strumento di costruzione narrativa/emotiva) ma un po’ meno meticolosi nel controllare che tutti gli elementi s’incastrino alla perfezione. Di conseguenza traspare una diseguaglianza di ritmo che rende il film altalenante, con improvvise ed evitabili frenate, accelerazioni per riportarlo sui giusti binari e almeno una o due scene che, da un punto di vista cronologico, sono collocate in segmenti in cui l’impatto emotivo risulta attenuato (e non meriterebbe esserlo), tardivo e fuori luogo, per quanto scene necessarie nel descrivere l’arco dell’evoluzione psicologica dei protagonisti.

Di questi tempi (l’età, la stanchezza, l’aver assorbito la frenesia come dato costitutivo biologico dalla vita quotidiana alle perenni connessioni 2.0) avverto in modo più frequente ed esacerbato la noia, per cui anche i momenti in cui un film deraglia e avrebbe giovato di qualche limatura per mantenere costante o crescente la tensione.

Tuttavia un bias inoculato dalla mente a causa della trama, che ricorda trame analoghe e recenti*, spinge ad aspettarsi un film macabro in modo ridanciano, quando invece Nina forever è come una casa degli specchi all’interno della quale ogni punto di vista genera una visione differente dei protagonisti. E di se stessi.

*e se non cito quei film è perché li ritengo privi d’interesse o d’influenza, mentre se cito un film, che un lettore magari non conosce, è perché so che nel 2016, in modo agevole e stimolato dalla curiosità, può reperire tutte le informazioni che gli mancano, ed è così che si espandono le proprie conoscenze cinematografiche, si fanno confronti, ci si crea un bagaglio critico e magari si conclude che il sottoscritto sbaglia prospettive, mentre se non fornisco stimoli o appigli relego il lettore alla passività e alla mia opinione. Come per altro sto facendo in quest’occasione).

I wanted scars, so she’d always be there

Intendiamoci, Nina forever s’impiglia con disinvoltura e sicumera nel più classico dei classici fra i connubi, cioè amore e morte, ma lo intreccia in modo originale e, spostando progressivamente il fuoco dalla seconda al primo, in uno scivolamento di senso che ribalta l’interpretazione della storia, abbandona lo spettatore sul ciglio di una strada deserta a porsi domande alle quali, magari, ha già dato una sua risposta, ma suscita sempre disagio ritrovarsi costretti a pensare ai più dolorosi vissuti personali (quando magari uno era felice perché tra qualche mese è in vendita il nuovo Doom).

Una lettura abbastanza comune di Nina forever è quella secondo cui sia un film sull’elaborazione del lutto, lettura veritiera ma parziale e sminuente (per quello c’è Film blu, il resto sarà sempre corollario).

Rob (Cian Barry), reduce da un tentativo di suicidio dopo la morte in un incidente dell’amata Nina (Fiona O’Shaughnessy), nell’umano tentativo di andare avanti frequenta Holly (Abigail Hardingham), collega in un supermercato della periferia inglese.

Rob è un PhD di matematica, ma preferisce seppellirsi in un magazzino e trascorrere ogni domenica in compagnia dei mancati suoceri, non tagliando quel nuovo cordone ombelicale rappresentato dai parenti altrui, mentre Holly studia da paramedico e soffre in modo palese di sindrome di Candy Candy.

Holly ha 19 anni, custodisce un’idea d’amore molto romantica e ottocentesca (l’ultimo partner la lascia in quanto too vanilla, mentre lui si considera un po’ dark per lei, che poi sappiamo tutti che cosa significa) e resta morbosamente affascinata dal tentato suicidio di Rob, da quell’amore passionale fino all’autodistruttivo che lei sembra pensare di non meritarsi ma a cui ambisce in modo così viscerale da avvicinarsi a Rob, sedurlo ma, soprattutto, assecondarlo.

Persino quando durante un rapporto sessuale con Rob una sanguinante Nina emerge dalle lenzuola del letto esibendo ferite e parole letali (godibili nel loro tono elaborato e pungente da saggezza acquisita nel post-mortem).

Imagine being fucked by someone that intense

Lo stigma del lutto che Rob si porta addosso, negli atteggiamenti, negli sguardi degli altri, è un fattore conturbante per Holly, avida, ma non sappiamo ancora fare la tara di quanto, di persone da salvare.

Il percorso di Rob è quello più intuibile, comprensibile e prevedibile, ma il semisconosciuto Cian Barry è abile nel trasmettere fragilità e resilienza, ricadute nel baratro e reattività e il suo personaggio spicca per solidità grazie anche al contraltare rappresentato dai genitori di Nina, persone che hanno perduto una figlia, cioè persona insostituibile e che ritengono tale anche da parte di Rob, osteggiando con rabbia la relazione con Holly (perché l’incomprensione da parte dei morti non è nulla in confronto a quella dei viventi). La storia di Rob è quella meno eccezionale, ma comunque ci ritroviamo sempre a vivere come eccezionale la possibilità di superare un lutto così traumatico. Sempre la solita storia, ma sempre una delle peggiori.

Più affascinante è la psiche di Holly la cui apparente passività per una buona mezz’ora m’ha indotto a odiare Rob con commenti degni dello spettatore di un reality (-se non sei pronto non usarla, stronzo, sessista, etc.-), ma a detestare pure lei perché se lo spettatore può stare al gioco in scena della ex-fidanzata che appare nuda, morta e sagace in mezzo ai due copulanti (e solo l’horror può restituire credibilità all’assurdo), ben più inaccettabile appare la reazione di Holly, ma a furia di scambi di battute e persino attenzioni sessuali con Nina un tarlo inizia a rodere la pellicola dall’interno.

Holly ha bisogno di Nina, di perpetuare quell’incarnazione a metà fra un tulpa e un golem dell’amore tragico, di paragonarsi e nichilizzarsi (qualcuno con termini moderni e giovani scriverebbe che Holly è l’apoteosi del paradigma del donnamerdismo), per mantenere vivo un dolore di cui si nutre psichicamente perché, finché Nina vivrà, Rob sarà ancora da salvare.

Altrimenti ci sarà qualcuno di nuovo da designare come destinatario di attenzioni benefiche?

Quello di Holly è il personaggio più complesso con cui rapportarsi, simbolo ora dell’annullamento sacrificale per amore, ora di una sindrome di Stoccolma di cui lei sospettiamo non sia la vittima.

E iniziano ad affollarsi le domande (stiamo assistendo davvero a una storia d’amore?) e lo stillicidio di risposte tramite le labbra gelide di Nina (e se avete visto Utopia sapete quanto la voce della urbanleggendaria Jessica Hyde possa essere irritante e insinuante ma dolce e perdonabile come quella di una bambina petulante).

These things will stay in his head  precisely because I am dead

Non voglio rivelare troppo a coloro che non l’hanno visto, e a questi consiglio: prestate attenzione ai dettagli, ai gesti piccoli ma folli o alle parole della sapiente dell’oltretomba, perché senza retorica, in modo quasi subliminale, costituiscono spunti per ripensare agli errori nelle relazioni affettive, anche genericamente intese, o per individuare quelle che considero le persone più deleterie e pericolose psicologicamente, cioè i vampiri di disgrazie.

E tra i due, l’ospite inaspettata Nina, minacciosa e mefitica, è la vera figura tragica, trascinata in un mondo che l’ha privata di tutto mentre nella morte, almeno, non c’è il bailamme emotivo di chi deve sopravvivere a se stesso (Rob, i genitori di Nina) o non sa come vivere con gli altri (Holly).

I fratelli Blaine hanno un talento, che spero non disperdano, che è quello, oltremodo difficoltoso, di usare il simbolismo e il grottesco per far girovagare la mente dello spettatore in diversi campi esistenziali e delineare dinamiche psicologiche a rischio di banalità ma, nel contempo, sfumature di rara complessità di gestione, in sede di sceneggiatura prima e sullo schermo poi, supportati da un cast che appare emotivamente coinvolto dal primo minuto, con un’empatia realistica e vissuta coi rispettivi personaggi.

E una volta che l’anima di Holly si mostra in tutte le sue spigolosità da disperazione affettiva, l’interpretazione di Abigail Hardingham emerge come una delle più impegnative viste negli ultimi tempi, senza che ci sia mai uno scadimento nel manierismo o nell’istrionismo.

Oh, sì, sono presenti scene di nudo e sesso moderatissamente esplicito: se vi avvicinate a Nina forever confidando che sia una versione digeribile e comica di Nekromantik, o anche solo per unire il piacere di tette e sangue, allontanatevene subito.

Il sottoscritto si è ritrovato a pensare (giusto per la durata del film) e la grazia di Nina forever, pur nella sua sporadica imperfezione che ne mina il tasso d’intrattenimento (qualche recensore lo considera noioso, quindi forse ho ancora qualche speranza di non essere irrecuperabile), risiede nell’abilità dei Blaine di accompagnarti per mano in luoghi della mente che di solito si preferisce non bazzicare.

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Questa voce è stata pubblicata il 15/02/2016 da in Cinema, recensione con tag , , , .

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