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Peace is for pussies

Southbound/Mexico Barbaro

southbound.jpgDi nuovo consiglio, senza peccare di picchi di entusiasmo che sarebbero ingiustificabili, un paio di antologie horror che, tra alti inaspettati e bassi insiti a priori in questo tipo di progetti, possono offrire molto sia a livello di mero intrattenimento morboso, deprivato in modo per me piacevole quasi di qualsiasi sfumatura umoristica che non sia tendente al nero, sia a livello artistico.

Inoltre queste due antologie sono differenti da qualsiasi punto di vista le si osservi pertanto possono soddisfare gusti diversi o essere adottate come curiosa combo per una serata horror in vista della quale non sappiate esattamente che sottogenere guardare. E allora li guardate tutti, tanto è variegata l’offerta.

Regret and remorse, amends and atonement. Well, that’s life, right? This next one is for you. For all you lost souls racing down that long road to redemption and all you sinners running from your past but heading straight into that pit of darkness up ahead.

Southbound è prodotto da alcuni degli stessi responsabili delle antologie della serie V/H/S che, per mio gusto, reputo fallimentare e non conosco aggettivo adeguato per rendere il concetto di prescindibile elevato all’ennesima potenza.

Tuttavia per il loro conciliabolo malefico i registi-autori si sono coordinati nel processo creativo ideando una cornice solida per cinque episodi, che compongono una storia unica a struttura pentacolare e che prevede il sovrapporsi o la sostituzione progressiva dei protagonisti nelle vicende intermedie.

La struttura narrativa non frammentata permette a Southbound di giovarsi di una fluidità che non concede all’attenzione di assopirsi pur lasciando anche brevi intervalli alla voce ispirata, sgradevole e melliflua nello stesso tempo, di Larry Fessenden che s’intromette a commentare le azioni dei personaggi in modo lirico, nei panni di voce radiofonica per una Radio Maria per elettori repubblicani, e aggiunge alla somma degli ingredienti ansiogeni scartavetrate vocali e messaggi che anticipano tragedia (nonché la morale del film, a dire il vero piuttosto pedissequa, tra logica protestante e retribuzione karmiche, ma almeno in questo caso le persone conquistano la salvezza o ricevono un biglietto per l’inferno in base a colpe più gravi e comprensibili dell’aver mostrato le tette al proprio compagno di college).

*e non sono un fan di Fessenden, che dalla sua ha il pregio naturale di sembrare la versione di strada di Jack Torrance, ma contro ha il fatto di essere stato sfruttato come prezzemolino a scopo fan-service in vere e proprie ciofeche, tanto che per quel che mi riguarda ho iniziato a rivalutarlo dopo aver visto, o meglio, vissuto giocando la struttura diabolica alla base di Until dawn, una delle esperienze più intense tra i videogiochi horror

L’attitudine di Southbound d’immergere lo spettatore in un universo ben definito (anche se con qualche smagliatura grande come le fratture nel terreno da cui emergono demoni dalle fattezze a metà tra un memento mori e un alieno) è il suo punto di forza in termini di coinvolgimento.

Ogni episodio potrebbe essere escisso dall’insieme ed essere comunque narrativamente autosufficiente, ma è maggiore l’effetto di viaggio collettivo verso un potenziale baratro osservando personaggi che confluiscono tra vari episodi o luoghi in comune caratterizzati, con un effetto subliminale e straniante, da oggetti (insegne o persino riviste) che mostrano parole che tracciano fisicamente emozioni e briciole di Pollicino.

Anche da un punto di vista tecnico-artistico il film si presenta coeso e su alti livelli, nonostante si alternino ben quattro direttori della fotografia, di cui un paio (Alexandre Naufel e Andre Shulkind) già coinvolti anche in produzioni hollywoodiane ben lontane dall’indie.

Tra i registi l’unico noto è David Bruckner, autore di The signal, comunque tutti sono stati in passato coinvolti a vario titolo nella serie V/H/S, per Roxanne Benjamin si tratta pure del suo esordio alla regia (e il suo è l’anello più debole e sgraziato della catena), mentre i Radio Silence aprono e chiudono la danza macabra, ma all’attivo hanno solo un episodio appunto per il primo V/H/S.

E sono loro a prendere lo spettatore e a scaraventarlo sulle strade del deserto californiano: due fuggitivi in auto imbrattati di sangue, forse loro, forse altrui, inseguiti da creature demoniache che aleggiano in attesa del momento più appropriato per punirli in modo devastante e ripugnante in base alle loro scelte, mercenari prestati a un servizio soprannaturale di condanna o redenzione.

La tessitura fra un ambiente spoglio e arido, crudi dettagli fisici e un elemento soprannaturale genera un contrasto visivo che stabilisce il tono fin dall’inizio e da quel punto in poi all’amalgama non si poteva che aggiungere sfumature diverse e altre zone e insidie alla struttura di questo dungeons&demons.

Spicca l’episodio diretto da Bruckner, in parte per l’orchestrazione perfetta del ritmo e degli elementi tecnici, atti a creare una situazione via via più assurda e inquietante, in parte per conferire una sferzata al film con una successione di colpi bassi raccapriccianti che rischiano persino di allontanare lo spettatore dall’atmosfera generale: sulfurea, polverosa, soffocante.

Nel complesso Southbound si presenta come una raccolta di favole nere in cui l’inquietudine deriva dalla precoce consapevolezza che i personaggi siano ignari di essere i candidati a una condanna a morte e l’ansia deriva dal chiedersi se avranno l’occasione di compiere la scelta giusta perché la pena capitale si fermi dietro l’angolo.

Inoltre l’elemento sorpresa, le deviazioni improvvise per un breve viaggio nei topoi di vari sottogeneri (dai luoghi interdimensionali popolati di mutaforma all’home-invasion al revenge-movie) e l’incombenza di una mannaia cosmica, in un luogo che all’apparenza sembra da secoli non d’interesse per interventi divini, si condensano in una cifra stilistica se non originale, personale, e non mi stupirei se a questo primo Southbound si aggiungessero altri crocevia negli anni. Dopo tutto we’re all on the same endless highway, the one with no name, no exits.

Solo una nota, per me, negativa: la colonna sonora dei The gifted, spesso fuori tono, con quel fastidioso copiare da invece di ripartire da, tipico di non poche recenti produzioni horror, e quella fastidiosa nostalgia che inizia a diventare conformismo a passo dell’oca e permea sempre più produzioni.

mexicobarbaroDi tutt’altri tenore e spessore Mexico Barbaro, antalogia priva di coesione narrativa e molto più simile a operazioni come The ABC’s of the death, priva di qualunque sottotesto moralista che in Southbound si fa pure testo, con almeno metà degli otto episodi con evidenti carenze tecnico-artistiche, ma non sapendo come sia avvenuto il processo produttivo non è facile dedurre se si tratti di carenze registiche o solo di budget diversamente distribuito fra gli autori, perché invece almeno un paio di episodi presentano qualità cinematografiche, visive o di scrittura, anche notevoli.

A leggere la pletora di nomi tra i produttori si nota che i registi c’hanno messo del loro sotto ogni punto di vista, quindi anche scrittura e soldi, ed è anche possibile che qualcuno sia stato costretto a ripiegare su soluzioni più facili e sporche.

In quanto alla presenza di fili rossi, Mexico Barbaro si presenta agli spettatori con un episodio (Tzompantli – Laurette Flores) che ne esplicita gli intenti più che le tematiche, cioè l’offrire una visione del Messico tra l’apologetico e l’autocritico in cui il passato più crudele convive col presente più violento, offrendo l’immagine di un paese che ha cambiato i costumi ma non le usanze più turpi.

E così le decapitazioni rituali si riflettono in sacrifici collettivi messi in scena dal cartello della droga, sbattendoci presto contro gli occhi l’oscena esposizione di teste mozzate.

La convivenza fra passato e presente diventa anche incontro/scontro con i miti locali, entità sempre minacciose che non si peritano neanche di assumere nuove forme.

In realtà l’avvalersi del folklore messicano spesso è più uno spunto visivo che narrativo, pretestuoso e superficiale, come a far colore e a caratterizzarsi, ma una volta indossata orgogliosamente la spilletta con su scritto sono Messicano poi i registi mostrano interesse marcato per le storie che vogliono raccontare, come se l’elemento della tradizione fosse quasi (auto)imposto, ma sentito come fastidioso e costrittivo, forse perché è lecito pensare che sia uno specchietto commerciale per allodole per farsi strada tra le antologie degli States, dato anche che i nomi dei registi al di fuori di certe frontiere non sono molto noti.

E così in Drena (di Aaron Soto) appare un Alux, che richiede ginecologici tributi di sangue minacciando estirpazioni per via anale dell’anima (letteralmente, nell’episodio nei fatti più simbolico e vacuo in cui l’acquisizione della consapevolezza della morte e le curiosità incestuose di un’adolescente, nonostante le parole dello spirito, non conducono il frammento verso scene a cui avrei comunque evitato di assistere), o conosciamo entità femminili a metà fra le Cihuatateo e la Llorona  (Jaral de berrios – Edgar Nito, che partendo da una leggenda legata proprio alla location omonima compete nel suo coordinamento di sound-design, inquadrature  claustrofobiche o movimenti di camera adrenalinici con un qualsiasi Woman in black, introducendo anche cunnilingus e sangue, elementi che i puritani inglesi non oserebbero mai neanche ipotizzare) ma, per esempio, è sovrapposta ad un’attualità atroce (commercio clandestino di organi, violenza inenarrabile sui bambini) la leggenda del Coco, paragonabile al più moderno boogeyman e di derivazione coloniale, non autoctona (Lo que importa es lo de adentro – Lex Ortega), mentre la violenza più efferata contro le donne viene celata in luoghi simil-Vietnam agli occhi di turiste occidentali che ne fotografano gli aspetti folkloristici creati ad hoc (Munecas, di Jorge Michel Grau, regista di Somos lo que hay, già oggetto del remake We are what we are di Jim Mickle). L’episodio più elaborato da un punto di vista visivo e narrativo (Siete veces siete – Ulises Guzman), anche se una prece per la CGI, sviluppa le origini di una storia muta di necromanzia a fini di vendetta articolandola in modo progressivo tramite flashback via via più brevi fino a diventare piccoli quadri viventi, dalle tonalità cineree e anticate, che con poche informazioni incastrano i dettagli di una famiglia distrutta da un compagno di criminalità traditore. Non sono presenti neanche riferimenti precisi al culto dei morti come nell’episodio finale (Dia de los muertos – Gigi Saul Guerrero) in cui, immancabile, l’iconografia della Santa Muerte veste un massacro da rivalsa femminile (e per quanto soffra di una fascinazione intensa per qualunque variazione iconografica della Santa Muerte, l’episodio in sé non è altro che il fracassone equivalente del chiudere con fuochi d’artificio fatti di urla e sgozzamenti, ben lontano dall’umorismo grottesco e dagli eccessi del Rodriguez di Dal tramonto all’alba, che pur sembra il modello).

Nel complesso,  tuttavia, anche là dove la povertà di mezzi o idee è prevalente, sarebbe ingiusto negare a tutti i registi, avendo escluso a priori la possibilità di un progetto coeso, di non essersi impegnati a creare comunque oggetti peculiari, privi di autocensura (anzi, c’è una ricerca dello shock value piuttosto persistente fino alla gratuità) e che compensano le carenze con un piglio libero e bizzarro (con un ridicolo passaggio pure in territori Troma, La cosa mas preciada – Isaac Ezban, che potrebbe farvi rivalutare come opera poetica la zoofilia de La bestia di Walerian Borowczyk).

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Questa voce è stata pubblicata il 28/02/2016 da in Cinema, recensione con tag , .

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