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Over your dead body (Kuime)

oydbEating woman è la grossolana traduzione del titolo originale di Over your dead body ma per quest’occasione la scelta verbale di natura commerciale sottolinea involontariamente il sarcasmo di stampo femminista che conferisce la sfumatura peculiare di questo adattamento di uno dei più noti e antichi (1825) drammi kabuki, nonché già adattato per il grande schermo giapponese qualche decina di volte.

Yotsuya Kaidan è una storia tradizionale in Giappone, ma nonostante ciò di anno in anno qualcuno la rimette in scena, un po’ come dalle nostre parti si riallestiscono le opere o i classici teatrali.

Il paradosso è che, al prezzo di una maggiore attenzione richiesta all’ignaro spettatore occidentale, non conoscere affatto gli snodi principali di questa storia di vendetta soprannaturale rende molto più intrigante e sorprendente la visione di uno dei film di Miike più freddi, stilizzati, eleganti e privi di un’oncia di humour (o almeno io non l’ho percepito tanto al termine del film avevo la temperatura corporea e i lobi frontali ormai collassati).

Per un Giapponese posso ipotizzare che assistere a un film simile corrisponda, appunto, all’andare a teatro a rivedere un’opera di cui cambiano scenografie e costumi, ma restano la storia, i grandi temi e le laceranti emozioni (lo immagino, perché potrei resistere 15 minuti alla visione di un’opera lirica, cioè, gli stereotipi di Philadelphia sono ridicoli stereotipi, ok?) con in aggiunta quel quid che può essere stato conferito da Miike, quindi con il brivido all’attesa di vedere come una storia così violenta possa essere plasmata dal maestro che è riuscito a farsi censurare pure dai The masters of horror a causa di Imprint.

Per un occidentale Over your dead body rischia di generare un sovraccarico di informazioni, emozioni e stimoli estetici difficili da metabolizzare tutt’insieme durante una prima visione, tali e tanti da rimanerne schiacciato se non allontanato.

Eppure ne vale la pena e se non l’avete ancora visto e non conoscete la storia di Oiwa e Iemon tanto meglio e fatevi ammaliare.

Miike finge di omaggiare il teatro kabuki nelle prime scene usandone alcuni degli elementi scenografici caratteristici ma nell’arco di pochi minuti, complice la sceneggiatrice Kikumi Yamagishi, che ritrova a distanza di anni da The happiness of the Katakuris, fa salire attori e spettatori su meccanismi girevoli e a incastro per dare inizio a una danza visiva in cui realtà e messa in scena teatrale non solo si rispecchiano, ma sono copresenti nello spazio e nel tempo.

Un leggero passo più in là del banale l’arte che riflette la vita e viceversa perché, come lo spettatore avrà il piacere e orrore di scoprire, le scene di recitazione, ambientate nel passato, potrebbero essere considerate come tasselli narrativi del presente.

E mentre i dialoghi si affollano e succedono, precisi e taglienti senza una parola che sia di troppo, accompagnati da movimenti circolari di camera o carrellate laterali dietro gli scranni degli attori che assistono alla scena*, e coadiuvati da un montaggio che rende fluidi e incessanti i primi 45 minuti, gli occhi vengono ipnotizzati soprattutto dall’opulenza estetica.

*metacinema, metateatro, tanto sofisticato e da manuale, ma non sono quegli elementi per cui emetto gridolini da critico americano medio, tipo oh-mio-dio-un-piano-sequenza!, tecno-atletismo attuato con la consueta e innata disinvoltura mai compiaciuta e fine a se stessa, se no Miike avrebbe già vinto 40 premi Oscar per la miglior regia, mentre a noi ci toccano quelli che farebbero proiettare i loro film in un tempio

Ora, posto che Miike sa imbastire qualunque tipo di contenuto in qualunque tipo di ambiente orchestrando lo staff in modo minuzioso (prima di Over your dead body qualcuno tra i suoi ammiratori potrebbe aver visto Yakuza apocalypse: niente di più differente e meno elegante secondo i canoni da sala d’essai occidentale, tedioso per i miei gusti ma perfetto e spettacolare nel suo genere), era almeno dai tempi di Gozu o Audition che non mi soffermavo così tanto ad ammirare un’immagine costruita da Miike.

Dal minimalismo dei primi dialoghi si passa gradualmente a gabbie fittizie, in cui gli attori che interpretano i personaggi in disgrazia (un ronin, la moglie e il piccolissimo figlio) si muovono di fronte a pareti dalle texture ricchissime e lampade disposte in modo programmatico, entrando poi nelle scenografie ampie e prive di contorni, illusoriamente infinite, degli ambienti di una ricca famiglia che ha un patto di sangue da proporre al ronin, ambienti immersi in un buio da catacomba e illuminati dai colori di altre lampade e stendardi che ripetono in modo ossessivo e oppressivo il simbolo del millepiedi (simbolo di vittoria per i samurai, ma anche creatura che fa del timore che incute il suo potere).

La prima parte del film è come un caleidoscopio che prima gira lentamente e poi aumenta la sua vorticosità fino a obnubilare lo spettatore che ormai catturato dal legno decorato e dalle geometrie mesmerizzanti è pronto per essere immolato sull’altare del delirio.

Amori, tradimenti, ambizione senza scrupoli serpeggiano nel cast.

Il teatro, pochi dialoghi fuori scena, e gli elementi del contesto sono tutti presenti, non ci sono vuoti da colmare, solo passaggi da traslitterare con l’immaginazione nel presente (ma Yotsuya Kaidan racchiude così tanti drammi classici dell’esistenza umana che per definizione i costumi indossati sono ininfluenti e non lo rendono anacronistico), un presente che a metà del film occupa tutti gli spazi, intrappolandoci in asettici appartamenti metropolitani in cui tra una cucina e una doccia colpe, gelosie e interessi personali s’addensano in una sequela di atti violenti pervasi dalla follia, che sarà il motore della seconda parte del film.

Prestate attenzione agli elementi sovrannaturali che, seppur sporadici, si affacciano a generare inquietudine e lasciatevi infettare da quell’inquietudine portandovela sotto pelle mentre scivolerete su lenzuola intrise di sangue uterino e vaginale, bubboni venefici distruggono un grazioso volto femminile riproducendo in modo fedele le raffigurazioni storiche di Oiwa, lo stupro viene usato come strumento d’inganno e sopruso rendendolo ancora più esecrabile con la meschinità, un doppio sacrificio umano viene allestito sotto un’enorma falce di luna che illumina pittoriche scie di nebbia a cui sfuggono bagliori rossi che bagnano i condannati mentre la cinepresa vortica ancora come a disegnare il grande millepiedi, le teste vengono mozzate e i volti dilaniati a mani nude.

Suggestioni, nessun input sulla trama, perché parte del godimento consiste proprio nel far coagulare l’inland empire costruito da Miike nelle nostre menti e farsi fottere mentalmente con i suoi giochi da prestidigitatore che ti nasconde sempre al momento giusto la terza carta.

E offrendoci 90 minuti di cinema ipertrofico e talentuoso, a tratti così perfetto e cesellato da risultare ingessato, Miike, come fatto notare da molti, torna sui passi di Audition strappando alla tradizione giapponese una storia già di per sé dalla parte degli oppressi ma parteggiando in modo più evidente per la furia femminea e, pur nella sconfitta della morte, regalandole una vittoria macabra e un finale sfuggente se non si coglie il sarcasmo, come in quello perverso di One missed call, che simboleggiava la perpetuazione di un soggiocamento consapevolmente masochista da parte del maschio.

Mentre in Audition la protagonista Asami, nella sua rivalsa contro la personificazione di un mondo sessista, soccombeva, in Over your dead body la moderna Oiwa non lega più il suo destino a quello dell’amato fedifrago e tiene la testa del maschio oppressore sotto ai suoi piedi.

Letteralmente.

Vi segnalo anche questo post (e, in generale, il sito Midnight Eye è per me da tanti anni una delle fonti principali per reperire informazioni sul cinema giapponese).

2 commenti su “Over your dead body (Kuime)

  1. Caino
    17/03/2016

    oh finalmente, non leggo nulla, prima me lo guardo, poi leggo e poi commento.
    mi servivano le tue dritte di visione.

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  2. Lenny Nero
    18/03/2016

    uno dei consigli del post è proprio non leggete nulla prima del film!

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Questa voce è stata pubblicata il 15/03/2016 da in Cinema, recensione con tag , , , .

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