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Peace is for pussies

Baskin

BaskinAvrei potuto scrivere qualche commento su Baskin già ieri, ma ieri ero risoluto nel non voler dedicare parole (potete già reperire decine di recensioni legate al passaggio al TIFF) a un film che, a somme tirate, m’ha irritato per uno dei motivi che mi trascinano a detestare un regista: l’autoconsapevolezza boriosa finalizzata solo al mettersi in mostra.

Tale atteggiamento è per me insopportabile quando lo individuo in registi cosiddetti maturi, e magari pure acclamati da critica e pubblico che scambiano un trombone per un autore e il tecnoatletismo per eccellenza registica o artistica, invece che tecnica.

Tuttavia Can Evrenol è al suo primo lungometraggio, per gli esordienti scelgo sempre la strada del beneficio del dubbio e soprattutto sarei ingiusto a non consigliare un film che, almeno nella sua prima parte, diffonde il profumo fetido, ma solo quello, di una conclusione altrettanto degna dell’atmosfera ansiogena fino a metà meticolosamente architettata e che pone in evidenza le virtù del regista.

Ora, Can Evrenol ha realizzato diversi cortometraggi (Baskin deriva da un corto datato 2013) mentre il team di cui s’è circondato è costituito in gran parte da persone che sembrano ad armi ancor più prime delle sue, dagli co-sceneggiatori al responsabile della fotografia fino all’editor.

Can Evrenol sembra saper già gestire con assoluta padronanza ogni elemento filmico, o ha saputo scegliere talenti innati come collaboratori, ma scommetto sulla mia percezione che l’autoconsapevolezza delle proprie capacità, che in ultimo scade nel grottesco involontario, sia anche la fonte della parte più memorabile di Baskin.

Inoltre non sottovaluterei la mano pesante del produttore Todd Brown (The raid).

Il regista, cittadino turco ma con laurea conseguita all’Università del Kent, sembra volersi confrontare più che con la sporadica e poco nota cinematografia horror del proprio paese* con almeno tre quarti dei cliché horror anglosassoni da cucire con scelte narrative e visionarie, prese in prestito dal cinema d’autore o artsy, che, tuttavia, nel loro essere reiterate, e quindi esibite, diventano stantii specchietti per critici che mi hanno condotto a una risata proprio sul finale, tristemente prevedibile nella sua ormai scoperta pretestuosità.

*che, per quel pochissimo che conosco, apprezza molto il connubio possessioni demoniache/ambienti isolati o rurali, da Semum ai due recenti Siccin, connubio per me tra i più soporiferi, e trarrebbe giovamento da un’iniezione di soldi per effetti speciali e casting migliori, anche se una certa tempra rabbiosa e la ricerca dello shock value non mancano

Immagino che suscitare una risata non sia lo scopo che s’era prefisso il regista, e neppure la tediosità denunciata nelle critiche più negative (e avvertita dal sottoscritto come un macigno insopportabile sulla testa negli ultimi 30 minuti), però i motivi, essenzialmente formali, per cui la seconda parte di Baskin fallisce sono gli stessi motivi per cui la prima striscia nella mente dello spettatore come un filo spinato che si avvinghia intorno al corpo con una sinuosità sadica.

I sogni, come sipari squarciati dietro cui si nasconde un’interzona soprannaturale popolata da jinn più che foriera di salvezza o magia, sono elemento fondante di Baskin tanto che Can Evrenol basa l’incipit proprio su un evento ipnagogico, che scopriremo essere anche profetico/sensitivo, dell’infanzia di uno dei protagonisti.

Movimenti di camera elaborati o mini piano-sequenza (una peculiarità ricorrente così come la costruzione dell’inquadratura perfetta, un’agognata carezza retinica in questo maledetto decennio di shaky cam), l’irruzione dell’osceno in un immaginario preadolescenziale, colori primari che ne calcano la cesura freudiana con l’età adulta (il sesso, il lutto) e rimandi, inconsci o ricercati, alla fotografia di Tovoli o a poltergeist-cliché.

Una densità di simboli e stimoli concentrati in pochi minuti che spingono in apnea lo spettatore poi accompagnato tra i tavoli di un’osteria d’infimo livello in cui pasteggia un gruppo di poliziotti, che vedremo intenti in discorsi e canti dal taglio omofobo e sessista e con un senso di onnipotenza violenta che si traduce in percosse ai danni di chi li serve, per un’accusa fittizia e mal interpretata di omosessualità. In sintesi, un gruppo di pericolosi ignoranti che tra loro si comportano con affettuoso cameratismo, come se la faccia fascistoide che mostrano fosse solo una maschera per persone sempliciotte che s’autoesaltano a vicenda.

Non mi sento di affermare con sicurezza che nel lungo dialogo, che sembra speculare a quello ormai noto de Le iene, sia presente una presa di posizione politica o almeno una satira (come presa di posizione politica sarebbe blanda, ma provateci voi in tempi erdoganiani, mentre come satira sarebbe piuttosto feroce), ma se fossi un poliziotto turco m’immaginerei esplosioni di sghignazzi dietro alle spalle già solo per i racconti dei rapporti zoofili delle reclute.

L’empatia verso il gruppo in sé non viene ricercata (se mai successivamente solo verso due personaggi chiave). La camera spesso si muove bassa, inquadra dettagli fisici, spia, s’insinua dietro, di fianco, di sopra. Ci porta accanto ai personaggi, ma non in mezzo a loro, come fossimo costretti a osservarli da una posizione scomoda, senza essere resi partecipi ma anche senza poterci allontanare.

Nel mentre ottoni sintetici battono il tempo di un doom il cui arrivo è annunciato da varie comparse perturbanti (un uomo incappucciato che porta in un secchio carne che, a posteriori, potrebbe essere anche umana e da far ardere tra i fuochi della locanda, rane apocalittiche presenti in ogni dove, e anche nella simbologia islamica la rana può essere la Cassandra di turno, una crisi isterica davanti allo specchio di uno dei protagonisti) e i nostri antieroi si avviano verso un massacro dopo l’ironico ricordo del loro inno nazionale: Non avere paura.

Per 45 minuti Baskin procede come un minuetto ansiogeno che, è evidente, diventerà una danza macabra, puntellato da immagini notturne corpuscolate di zolfo, con una concertazione di perfezionismo visivo/sonoro, ma anche e soprattutto di scrittura, che arriva a saturazione con l’ennesima visione che, nella sua surrealtà, pur anche d’impatto, fa sollevare un sopracciglio per le gratuità e inutilità narrative, proprio in un momento in cui il fiotto orgasmico dovrebbe iniziare a salire. E invece Evrenol ce lo risospinge indietro perché vuole farci intendere che anche se tra un po’ i maiali verranno macellati resta un regista con stile (ma non umile).

La sensazione di ineluttabilità fino ad allora costruita lascia poi il passo all’inferno tanto preannunciato dai poster e dal trailer e Baskin crolla miseramente perché, suppongo, per estendere il corto originario a una durata considerata minima*, dopo un preludio estrapolato da Silent Hill 2 (il videogioco) a base di mutilazioni, si trascina in modo estenuante tra adepti, maestri deformi, torture e donne-capro da far accoppiare.

*ma chi l’ha stabilito? Qualche giorno fa ho visto Bleed,  dura 80 minuti, è un film con qualche qualità, ma per lo più del tipo guarda-e-dimentica e non lo consiglierei a nessuno che non sia fanatico di redneck e riti a base di donne gravide, e uno dei suoi pochi pregi è proprio calibrare tempi e ritmo in base all’efficacia narrativa ed emotiva, non in base a un manuale

Si riesce persino a immaginare a quale ritmo quei quadri di grottesco infernale avrebbero dovuto succedersi, scanditi nella loro successione dallo spostamento di un particolare mobilio (notatelo e potete quantificare la dilatazione dei tempi), invece, magari complice l’autocompiacimento del regista, il death-teasing raggiunge livelli tali che si ha tempo per applaudire agli eccellenti effetti pratici e al trucco ma anche per scotomizzare cultisti in vesti stracciate che riportano alla memoria il finale de La terza madre.

Che i film di Dario Argento possano entrare nel DNA di un regista horror non lo metto in dubbio, ma dubito che proprio quel film possa essere preso a modello e il parallelo, anche se involontario, non è lusinghiero.

Le scene finali, a mio avviso e a mio gusto, mancano non di compattezza, ma di adrenalina, di senso di punizione catartica, nonostante il senso di quegli atti sia proprio quello di rendere la mente delle vittime aperte a verità sulla propria natura e su quella del mondo, ma questo senso si disperde nell’esasperante lentezza, tanto che quando viene innestata un’altra visione con commistione spazio-temporale, che sempre diverte dai tempi di Ju-on da cui Can Evrenol ha appreso diverse lezioni, almeno l’intrigante background biografico e intimo di uno dei protagonisti viene ulteriormente sviluppato e riporta in superficie quella palpabile oniricità ormai persa in un potenziale grand-guignol che solo qualche miope frettoloso ha potuto paragonare alle suggestioni di Clive Barker.

*lo scrive un horror-geek a cui il compagno ha regalato una collezione di Tortured souls e che ora sta completando l’Infernal parade. Se Barker era presente, non l’ho visto e il fatto che il regista abbia cercato di ricostruire un immaginario più personale, pur nella noia dell’esecuzione, non mi sembra un difetto solo perché non s’è fatto coattivamente riferimento ai modelli consolidati di tortura infernale cinematografica

Persino l’esplosione ridanciana nelle ultime scene ricorda quella di Asia Argento sempre ne La terza madre (sebbene il rosso saturato e contrastato allo spasmo generi un effetto lugubre e distorto ben diverso da quella CGI che ancora m’imbarazza), ma potrebbe pure ricordare Ash così come John Trent così come la mia espressione che da lì a qualche secondo mi deforma la faccia mentre assisto a una scelta narrativa per darsi un tono che potrebbe essere peccato veniale da esuberanza e fregola da opera prima, ma che persino David Lynch si permetterebbe solo se intorno c’ha costruito un intero film per fartela assaporare e metabolizzare.

Can Evrenol con Baskin ha dimostrato di avere i talenti giusti per diventare un autore, auspico del genere horror visto che è un genere che si è sedimentato in tutte le sue cellule, ma pecca ancora di manicheismo, come se avesse dovuto e voluto dimostrare di conoscerne ogni sfumatura e di saperle dipingere.

Inoltre è affiancato da un team di scrittura e tecnico di alto livello professionale e artistico.

Il gruppo c’è, sa come scrivere una storia, montarla, costruire personaggi non bidimensionali tramite i dialoghi, ma manca ancora lo scatto, il non pensare che la visceralità nell’horror sia solo qualche dettaglio gore da esibire in modo pornografico e autocompiaciuto e che la congiuntura di elementi fabbricati in modo sofisticato possa andare a discapito di un generale coinvolgimento emotivo solo per cercare applausi della critica di fronte a cui mettersi in vetrina, fermandosi ai lobi frontali, al chiasma ottico, ma ritirandosi troppo presto dal resto del nostro corpo.

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Questa voce è stata pubblicata il 30/03/2016 da in Cinema, recensione con tag , .

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