+LoveIsTheDevil+

Peace is for pussies

The invitation

theinvitationFingete di non sapere nulla della scarsa filmografia di Karyn Kusama, perché finalmente ha potuto avere mani libere e The invitation non sembra, sotto qualsiasi punto di vista, della stessa genitrice di Aeon Flux o Jennifer’s body.

E soprassediamo sul cast, in buona parte noto agli addicted come me alle serie televisive statunitensi o canadesi, e pure sulla carriera dei due cosceneggiatori, Phil Hay (coniuge della regista) e Matt Manfredi, che annovera R.I.P.D e Clash of the titans, e su alcuni dei produttori, spesso coinvolti in progetti con un target adolescenziale e a basso Q.I., con l’esclusione di Nate Bolotin, che ha spaziato da The raid a Spring passando per Tusk.

Inoltre un ruolo nella produzione esecutiva è stato rivestito dalla Gamechanger films, che finanzia film indipendenti diretti da donne.

Approcciatevi alla visione scevri non solo di pregiudizi (e ne avevo da riempire un vagone o due), ma di qualsiasi nozione sulla trama.

Non conoscere a priori snodi fondamentali della narrazione è essenziale al funzionamento di questa elegante fabbrica di ansia e disagio.

Ho l’impressione, e la convinzione, che questo gruppo di autori, che nel tempo hanno già collaborato a progetti vacui, si siano intestarditi nel realizzare un film che, di certo, non è il thriller del decennio e forse neanche dell’anno, ma si distanzia da molti schemi in voga sia in termini di confezione visiva sia in termini di scrittura o gestione del ritmo narrativo, come se ambissero a smarcarsi da se stessi e da qualche svilente costrizione produttiva (l’esperienza di Karin Kusama con Aeon Flux all’epoca fu degnata pure di qualche articolo sarcastico).

Vi sia sufficiente conoscere la disposizione iniziale della scacchiera.

Will (Logan Marshall-Green) è invitato insieme alla sua nuova compagna a una festa allestita nell’opulenta villa della ex-moglie, Eden (Tammy Blanchard), anche lei con un nuovo partner, David (Michiel Huisman).

La festa si svolge a due anni di distanza da un evento luttuoso che ha distrutto la relazione fra Will ed Eden e coinvolge amici in comune con l’inaspettata presenza di due persone, di cui una interpretata da John Carroll Lynch (caratterista che eviterei di reclutare nei thriller incentrati sui colpi di scena perché è un po’ l’Anthony Perkins dei nostri giorni).

Una festa fra amici nella prospettiva di un riavvicinamento e di una ricostruzione individuale e di gruppo, amici che partecipano con sincero affetto provato per Will ed Eden.

Will arriva alla festa già scosso nei nervi dopo aver investito e poi ucciso un coyote ormai sofferente, eroso nella psiche da un dolore non superato che il ritorno nella sua vecchia casa può solo acuire.

Sulla carta è il personaggio psicologicamente più fragile e instabile ma nell’arco di quindici minuti si comprende che Will è il nostro personaggio-specchio, uno specchio dalla lucidità appannata, con crepe che possono distorcere una realtà che a lui sembra incomprensibile e minacciosa.

Perché Eden e David sono palesemente folli.

Ora, la mia visione di Eden e David potrebbe non essere così monolitica per alcuni e non so se offenderò qualcuno, e vi sarà chiaro alla fine del mio peana che non m’importa, ma negli ultimi vent’anni ne ho conosciute a frotte di persone che si affidano a gruppi di vario tipo in cerca di chiarezza e aiuto, che si riempiono la bocca di felicità o di metodi incoraggianti e spirituali (sempre tra virgolette, vi fanno pure il gesto con le quattro dita perché devono avere ancora una vocina sana nella loro testa che sottolinea loro come appaia ridicola la scoperta di frullati di pratiche orientali di cui s’ingozzano occidentali vissuti negli ultimi 30 anni a Cologno Monzese), metodi per superare difficoltà e dolori insormontabili la cui natura m’è parsa a sfuggente.

Alcune di queste persone sembrano bearsi del dolore, e se non ne hanno uno loro devono cercare quello altrui, nutrirsene, accostarlo, tramite patenti da pseudo-psicologi che li portano a contatto con i malati terminali (c’è, in merito, una scena di The invitation che è crudelmente e chirurgicamente precisa nel descrivere questo tipo di approccio perverso).

Altre sono assolutamente incapaci di gestire il semplice concetto che la vita sia a volte piena di dolore o che includa eventi luttuosi e, soprattutto se questi si verificano, la loro vita, magari fino ad allora perfetta, crolla come un castello di carte e intorno al lutto costruiscono un’ossessione.

Sono due facce della stessa medaglia, la prima oltremodo psicopatologica e nei territori di Munchausen, che rende le persone più prone a inseguire qualsiasi metodo possa consentire loro di indossare una maschera di felicità sotto cui si agitano i vermi della decomposizione.

E proprio le persone che urlano quanto siano felici e libere dai sentimenti negativi ti vogliono convincere con quella o quell’altra metodologia, più o meno spirituale, più o meno psicologica, più o meno farmacologica, spesso comprensive di pratiche di gruppo (e ogni pratica di gruppo è sempre a un passo dal diventare un fottuto culto), e ai miei occhi sono sempre apparse come persone che invece urlano quanto siano inesorabilmente perse, confuse e disperate.

E sono persone pericolose, psichicamente incasinate, inconsciamente consapevoli di questo e non accettano di essere le sole, manipolatrici, caratterizzate da quella follia che davvero m’incute timore, non quella con tratti depressivi o aggressivi riconoscibili, quella che si pone sul tuo cammino con convinzione sorridente e modi melliflui e di cui non sai prevedere gli esiti.

Per questo se nel corso di una cena qualcuno pronuncia parole come serenità, spiritualità o termini psicoterapeutici inizio ad agitarmi perché so che davanti a me ho uno psicotico.

In The invitation il motivo della cena assume presto i contorni di una conversione giocosa, con quell’affabulazione tipica fatta di bastone (un video necro-pornografico non di certo adatto alla serata) e parole da martiri risorti da parte dei padroni di casa.

Will osserva e percepisce che dietro i toni angelicati di Eden e David si nasconde un buco nero dalle profondità ancora insondabili.

Proprio quello che può condurre eventuali malcapitati verso gli esiti imprevisti di cui sopra.

Karin Kusama eccelle nella modulazione del ritmo e nel disseminare indizi ansiogeni, squarci di grottesco e flashback violenti che contribuiscono a farci provare tramite Will un’ansia che cresce, in tempo reale.

Inutile negare che qualche recensore considera il film eccessivamente lento o che il sottoscritto ci sia invece rimasto sotto proprio perché la lussuosa House of the haunted hill è gestita da una tipologia di persona che m’instilla un disagio inquantificabile.

E’ una possibilità quella di restare fuori dall’atmosfera paranoide, ma se vi afferra fin dai primi minuti, mentre da una parte vi coccola gli occhi con la fotografia patinata e morbida di Bobby Shore (che fa risaltare il contrasto fra colori rilassanti e autunnali da terapia cromatica e ombre lugubri sempre dietro l’angolo) e le inquadrature e i movimenti di camera (spesso dal punto di vista di Will o machiavellicamente tagliati e costruiti per suggerire ma non mostrare, con preferenza per scene statistiche in cui i dialoghi di gruppo hanno tutto lo spazio che meritano o che ci pongono nella coatta posizione dell’ospite invisibile della cena) e mentre dall’altra i temi ossessivi di Theodore Shapiro vi graffiano i timpani, potreste soffrire dello stesso discreto livello di angoscia e di senso di catastrofe imminente che caratterizzava Cortesie per gli ospiti di Paul Schrader (anche se io consiglio sempre di leggere prima il libro di Ian McEwan).

Will è un personaggio che non cerca soluzioni, neanche le trova, ma sembra aver stipulato una relativa pace con quel tarlo nel cervello che lo rende sofferente, anche se esternamente tutti si preoccupano per il suo stato emotivo.

Perché il dolore non è socialmente spendibile, è imbarazzante, fastidioso, ci pone di fronte a fantasmi, quando invece è intrinseco alla nostra esistenza.

La ricerca della felicità assoluta e dell’assenza di sentimenti negativi (non del nirvana, anche se alcuni occidentali pensano che l’assenza di dolore coincida con un sorriso eterno da Joker, ma proprio del benessere psicologico quando quello materiale è già presente, e i protagonisti ne sono il paradigma) genera mostri che potrebbero essere i nostri ex, i nostri vicini di casa, i nostri colleghi di lavoro.

L’incapacità di sopportare il dolore seguita dalla convinzione di aver trovato una soluzione che per loro funziona e quindi deve valere anche per gli altri e gliela devono proporre o imporre perché è a loro beneficio, è un attitudine verso cui essere guardinghi (e non fatevi ingannare, non è mai vero, è illusione psicotica se tentano di convincere voi perché devono ancora convincere loro stessi, soprattutto se di soluzioni ne hanno provate una cornucopia e hanno nomi declinabili in inglese o in lingue orientali).

Sceneggiatori e regista sono partiti da un reale lutto familiare, forse hanno incontrato alcuni di questi portatori di serenità, e The invitation è la loro risposta in cui colgono tutte queste sfumature con una nitidezza encomiabile.

In quest’ottica la parte finale del film ne è la conclusione logica e presenta con toni allarmistici uno scenario devastante.

In termini di mero intrattenimento ho goduto masochisticamente della mano alla gola che Karin Kusama sa tenere salda per almeno un’ora, durante la quale non è poi così facile prevedere l’evoluzione di un clima di follia sotterranea, non essendo chiaro fino all’ultimo da quale fazione partiranno i primi colpi letali.

La catarsi finale potrebbe deludere qualcuno, ma chiude tutti i cerchi aperti e risponde a tutti i dubbi inerenti a scene incomprensibili che forniscono carburante ai toni via via più surreali, senza troppe esplicazioni perché se vi siete annoiati (sempre lecito) o non vi risulta chiaro il quadro generale forse è anche perché non avete osservato tutto quello che c’era da osservare (ad esempio, il colloquio sulla porta con estranei che nessuno vede, la lanterna rossa accesa in giardino) e che aggiunge a posteriori un brivido aggiuntivo espandendo le vicende della cena in un invito di carattere globale.

The invitation è un’opera che potrebbe dividere chi s’aspetta un semplice thriller da chi invece ne apprezza il discorso sottostante, illustrato in modo cristallino nonostante la complessità tramite uno script che potrebbe essere agevolmente adattato in una pièce teatrale.

Guardatelo senza saperne molto e con le sinapsi in piena attività, assorbitene il messaggio e mettetevi nei panni di persone che sono costrette ad affrontare il tema della morte, quando volevano solo qualche abbraccio fra amici, e dovreste cogliere la traiettoria disegnata dagli autori che parte da un animale ucciso per pietà per arrivare a miliardi di Homo sapiens per i quali qualcuno, che ha preso troppo sul serio The conspiracy against the human race di Thomas Ligotti, potrebbe adottare, non cogliendo la differenza, un’analoga strategia a esaltato fin di bene.

(Se li avete visti, fate il confronto con le potenzialità enormi di costruire una storia di follia di gruppo e i loro finali da slasher classici dei recenti in The boy e Emelie e apprezzerete la raffinatezza di scrittura e grammatica cinematografica, forse fuori moda e da metabolizzare nel post-visione, di The invitation).

4 commenti su “The invitation

  1. Caino
    18/04/2016

    Di un film che riesce a tenere banco per 1h 25min sui 1h e 40min circa totali non si può parlare male. Tutto sommato è un thriller ben fatto e che mi ha ricordato un certo tipo di film della fine 80 inizio 90, un po’ come Gone Girl che mi ricordò la cattiveria di grandi classici come Malice – Il sospetto.
    Unico neo per me è il finale. E’ un twist obbligato, mal confezionato e oserei dire di “riciclo”. Un colpo di coda giustificato solo da una piccola scena mentre il regista continuava a sottolineare la “stranezza” della coppia antagonista.
    Però d’altronde l’onestà narrativa di non proporci l’ennesimo “mostro” che barcolla sanguinante e immortale per l’ultima mezz’ora di film ha uno scotto da pagare.

    Mi piace

  2. nicola
    30/04/2016

    non semplicemente una recensione, molto di più. è un approccio che conduce per mano a una fruizione più consapevole e completa del film, dando significato e vitalità a quello spazio che si apre dove finisce un’opera e comincia lo spettatore; il che è impagabile al punto da potersi ritenere una necessaria appendice dell’opera stessa (naturalmente col senno del poi di chi vi si imbatte). è la prima volta che leggo una “recensione” di lenny nero: quest’anno la mia più importante “scoperta cinematografica”. grazie.

    Mi piace

  3. Lenny Nero
    30/04/2016

    Grazie! Spero di non deludere troppo nel tempo. Tal più formiamo un gruppo di aiuto…

    Mi piace

  4. Paolo
    29/05/2016

    Ciao Lenny Nero, è la prima volta che scrivo un commento, ma è da molto tempo che utilizzo i tuoi consigli per scoprire ottimi Film; the invitation l’ ho visto con la mia compagna (che non è dedita a questo genere di visioni) ed è anche lei rimasta piacevolmente colpita dal fim; grazie per le tue recensioni.
    Paolo

    Mi piace

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 11/04/2016 da in Cinema, recensione con tag , .

Cookies

Informativa breve

Questo sito si serve dei cookie per fornire servizi e per effettuare analisi statistiche completamente anonime. Proseguendo con la navigazione si presta il consenso al loro utilizzo. Per un maggiore approfondimento: Privacy Policy

My Art Gallery

Follow +LoveIsTheDevil+ on WordPress.com

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: