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Peace is for pussies

Don’t breathe (Man in the dark)

O di come sia stato inventato il porno bareback in cui si usano i condom.
Ho atteso più di una settimana prima di scrivere qualche commento sparso su Don’t breathe (da noi Man in the dark) perché sono uscito dalla sala cinematografica moderatamente intrattenuto, a tratti anche molto, ma un tarlo ha continuato a rodermi pezzi di encefalo perché inconsciamente percepivo, ma non riuscivo a verbalizzare, che il film è una truffa ben agghindata e caratterizzata da una fastidiosa ipocrisia, da un sottotesto reazionario e da scelte registiche precise che già mi avevano disturbato durante la visione del remake de La casa.

Alvarez cambia rotta, in apparenza, e non si fa ingabbiare nel ruolo di rifarcitore di torte già scadute o di nuovo vate del gore (ma per carità!), ma rimane nella comfort zone del budget dell’horror mainstream in cui sembra ambire a ritagliarsi un altro ruolo: quello del monellaccio scomodo.

Confesso che aver letto l’intervista rilasciata sul numero di Settembre di MadMovies non m’ha aiutato a togliermi dalla testa l’immagine di Alvarez come quella di uno che ride mentre imbratta le pareti con le proprie feci, intanto poi mamma pulisce.

Si muove apparentemente sconsiderato e libero, ma in realtà entro confini dal sapore familiare e giocoso, anche al netto dei colpi bassi.

Con Don’t breathe Fede Alvarez ha diretto un’altra ragazzata di cui non si può non evidenziare una certa abbondanza di stile (Alvarez lo esibisce ma almeno non costruisce un monumento alla propria inventiva tecnodinamica come Inarritu e davanti a sé ha sempre ben chiaro quale obiettivo raggiungere con una scena, non uno specchio a cui dire mi scoperei), sequenze che sembrano scimmiottare il Fincher di Panic Room che peccano di didascalismo ad uso e consumo di redneck disattenti (fatto che già disinnesca la portata di metà degli eventi, e già presente con gli stessi effetti correlati in La casa. Là c’era il coltello elettrico che saprai verrà usato, qui la pistola sotto il letto, la stanza degli attrezzi e così via) ma servono nella prima parte a descrivere la trappola-labirinto in cui s’infilano i protagonisti.

Il ritornello del non respirare, a conti fatti, non è abusato e durante più di una scena mi sono ritrovato a non muovere un muscolo, come se davvero avessi il fiato sul collo di Stephen Lang.

E la prima parte del film, dal punto di vista del sadomasochismo adrenalinico, funziona (e non uso a caso il termine funzionare come se descrivessi un meccanismo progettato con metodo scientifico), grazie a una concertazione d’intenti fra regista ed editor e a un direttore della fotografia che si sarà divertito a sottrarre illuminazione e colore fino all’apice della sequenza di cecità collettiva.

Ma la cecità collettiva è anche quella che affligge pure un gruppo di spettatori che in preda all’ansia non nota che il terreno della narrazione è fragile e artificiale (lo definisco il trucco alla Nolan: stordisco lo spettatore così non ha tempo di pensare a quante cascate del Niagara passerebbero attraverso il mio script).

Abbozzati protagonisti poco credibili, persino nelle loro relazioni,  e stereotipati e consumata la carta della claustrofobia, che cosa resta per riempire altri 45 minuti?

Elaborare 45 finali, di cui qualcuno di troppo e che ho iniziato a notare dopo una sequenza fin troppo lunga, paradossalmente quella diretta in modo più svogliato (il secondo dei momenti Cujo), e stanare lo shock-value in un contesto fino ad allora esangue (avete notato quanto poco sangue venga mostrato? Alvarez è come uno che millanta il suo grosso pacco ma presto scopri che è tutto merito del cotone).

In rete potete reperire decine di articoli sulla scena clou di Don’t breathe, qualcuno dal tono esaltato, qualcuno dal tono disgustato o critico.

In generale la richiesta non usate la violenza di genere come espediente narrativo mi lascia freddo.

Qualunque tipo di violenza può essere rappresentata in un’opera audiovisiva, quel che ne cambia la lettura non sono il mio pudore, i miei traumi personali, persino la mia ideologia, ma il contesto e il modo.

Ora, il film durante quella sequenza mi ha perso del tutto per la precisa scelta di riprendere al rallentatore un determinato passaggio.

Cinque secondi epifanici che mi hanno espulso dalla matrice del film.

E ho iniziato a costruire nella mia testa quell’immagine del regista come un adolescente in piena fase onanista che cerca di esaltare quello di cui vorrebbe autocompiacersi, solo che sa che nell’altra stanza c’è la mamma che potrebbe entrare nella sua cameretta da un momento all’altro.

Attendevo a quel punto un’azione concretamente violenta, decisa, determinata, davvero oscena, con un atteggiamento almeno coerente (mi fermo chilometri prima di critiche femministe, potete reperire articoli con parole ben più adeguate delle mie che sono stupido e ho impiegato giorni per concettualizzare un inizialmente incomprensibile fastidio) ma la scelta stilistica attutisce l’impatto (e lanciare il sasso, avvisandoti prima, è l’approccio fasullo e inefficace alla violenza di Alvarez) e fa crollare il climax rendendo solo morbosa (il risultato dell’abbraccio fra ipocrisia e pornografia) una scena che è tutto un vorrei ma non posso, appunto di un’ipocrisia lampante, in cui viene sfogata la propria frustrazione da coito interrotto con una svolta che era scritta nella mia mente, ormai di nuovo razionale, da molti minuti (se ora vuol davvero proseguire questo giochino dello shock, non potendo fare questo non gli resta che fare quello, così si fa pure perdonare per la scena precedente, perché il ragazzo, essendo ipocrita, è anche furbo).

Prima quella frase orripilante sul non-stupro che sì, è pronunciata da un maniaco, ma un maniaco per cui viene imbastita una giustificazione morale da piagnisteo che alla fine ammanta anche il peggiore dei suoi crimini, al contrario del trattamento ricevuto in fase di scrittura dagli scapestrati (vi è chiara quale posizione politica viene assunta da Alvarez?), per cui quella frase assume persino il valore involontario (?) di uno statement etico, ed espressione di una coda di paglia che si nota dalla Luna.

E dopo, il fatto che immaginavo Alvarez sghignazzare pensando ora li sconvolgo.

Oh, sweetie.

Se Fede Alvarez davvero è quel sadico che sembra vantarsi di essere deve compiere altre scelte più coraggiose, o meglio, sincere, invece così per ora è solo un poser pettinatissimo e lo penso già dai tempi de La casa.

Vuoi sferrarmi un pugno?

E allora fallo per davvero e togliti quel guanto.

E ho il sospetto che, una volta calata la maschera, il vero volto di questo regista sia come quello di uno che dirige I spit in your grave 23.

Ma lo sterco del dimonio non puzza mai.

2 commenti su “Don’t breathe (Man in the dark)

  1. deda
    26/11/2016

    lol ma il trailer in italiano? anche i film li guardi doppiati?

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  2. Lenny Nero
    26/11/2016

    basta vedere i titoli di cui scrivo per capire che l’1% di quello guardo lo guardo doppiato (questo è stato un raro caso di horror interessante arrivato in sala anche in Italia, altrimenti in Italia penseremmo che l’horror sia James Wan).

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 16/09/2016 da in Cinema, recensione con tag , , .

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