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Peace is for pussies

[Letterboxd] We are the flesh (Tenemos la carne)

WeAreTheFleshResto stupito, e sono genuinamente sincero, dal fatto che in questi anni m’accada ancora d’inciampare in film nei cui piatti della bilancia lo shock-value gratuito pesa di più rispetto ai talenti del regista-sceneggiatore-editor.

Anche se l’inciampo lo cerco dopo aver letto commenti in odore di scandalo perché ho la maturità d’un dodicenne che aspira a guardare film perversi da raccontare agli amici per farli svenire.

Si tratta di un primo lungometraggio, e tutti ormai conosciamo i difetti tipici dei primi lungometraggi, ma non riesco a credere che all’ennesima provocazione a sfondo sessuale o, meglio, genitale, uno spettatore medioborghese, europeo e con un’infarinatura di Pasolini (che ritengo comunque doverosa pur essendo un ammiratore solo dell’ultimo Pasolini) non inizi a strabuzzare gli occhi e a cercare la lima per le unghie rimpiangendo magari parabole più drammatiche, seppur meno esplicite e più delicate nell’approccio, come Il giardino di cemento.

O se proprio uno gradisce le sensazioni più sgradevoli, ma in una cornice riccamente creativa e davvero artistica, Subconscious cruelty aveva già chiuso il discorso anni fa.

Ci si trova di fronte all’equivalente messicano di A serbian film, ma se quest’ultimo ti martellava nel cervello, fino alla nausea, il suo significato politico, a We are the flesh manca per tutta la sua durata un contesto adeguato, i toni sono bunueliani e si gioca l’inganno del post-apocalittico per giustificare una regressione animalesca e il ripiegamento istintivo sulle proprie fantasie più oscure (partendo anche dal presupposto veterofreudiano che chiunque voglia scoparsi i propri parenti di primo grado. Voi no? I miei sono pure morti, si prospetterebbero variazioni intriganti alla routine quotidiana).

E quindi si procede col pedissequo campionario d’incesto, erezioni, fluidi corporei e un curiosamente timido cannibalismo.

Emiliano Rocha Minter cita in diverse occasioni Gaspar Noé, pur non avendone mezzi e capacità (e comunque sembra averlo colpito soprattutto il video per i Placebo), ma i meriti tecno-artistici di Noé superano di spanne le provocazioni gratuite e quando ha voluto essere tematicamente profondo ha diretto un film profetico (Seul contre tous).

Ora, sarei fortemente ingeneroso nel non riconoscere al regista una visione precisa del suo film e la capacità di orchestrare tutti i dettagli (compresi quelli corollari ma fondamentali come la fotografia ansiogena o l’ipnotica gabbia sonora) con una personalità rara e con un’evidente consapevolezza del risultato da ottenere, tanto che, espulse dal film, singole immagini o sequenze detengono una potenza allegorica di non frequente riscontro.

Sarei anche cieco se non sottolineassi che il twist finale (per chi ha avuto la pazienza di arrivarci) è uno dei più efficaci e inaspettati che abbia visto negli ultimi anni, efficace al punto di ribaltare non solo tutte le carte sul tavolo, ma pure il tavolo, rivelando che non si tratta di una scacchiera in cui si gioca alla sopravvivenza estrema ma di un tavolo da roulette in cui i giocatori si abbandonano in modo volontario al caos della casualità.

A ciascun spettatore resta il compito di ponderare se, paradossalmente, non si tratti di un finale piuttosto moralista o quanto meno cinico e inquadrabile in un film che trascorre il tempo a ridurre l’essere umano a mera carne, negando l’esistenza di qualsivoglia forma d’amore, che non è un sentimento, ma un atto dimostrativo, una performance fisica perfettamente codificata in cui il pathos è solo una pantomima.

Un po’ come questo film.

Vi segnalo questo post incentrato proprio sul finale: http://www.filmcolossus.com/single-post/2016/09/10/Why-We-Are-the-Flesh-Has-a-Deeper-Twist-Ending-Than-The-Sixth-Sense

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Questa voce è stata pubblicata il 21/03/2017 da in Cinema, Letterboxd, recensione con tag , .

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