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Peace is for pussies

Ghost in the shell

Nota: i seguenti commenti includono potenziali rivelazioni del twist principale della mefitica e sottilissima trama.

Parto da un presupposto che può non valere per tutti gli spettatori, soprattutto se con venti anni d’età meno di me, cioè che appartengo a quella fascia generazionale per la quale Ghost in the shell (in particolare, o almeno, i due anime) è stato un elemento fondante del proprio immaginario.

Di recente ho anche letto la versione non censurata e bilingue del primo manga acquistata a Tokyo, sfondando così diversi parametri di nerd-hipsterismo.

È una premessa obbligata per far capire lo stato d’animo in allerta con cui ho affrontato il film, pur cercando di mantenere i nervi saldi.

Vi segnalerò in fondo alcuni post che ritengo esaustivi e ben circostanziati nelle argomentazioni, pertanto mi sembra inutile aggiungere loro parole mie che sembrerebbero solo delle superficiali parafrasi, e mi limito ad alcune annotazioni personali per delineare la struttura dei miei ragionamenti.

Il film diretto da Rupert Sanders è un’operazione bipolare e commercialmente maldestra in cui ritroviamo da una parte una cornice estetica ricostruita maniacalmente rubando a mani basse dettagli, contesti e personaggi sia dagli anime sia da Stand alone complex, un’operazione filologica che non si può fare a meno di notare tanto è esibita, come se una voce continuasse a urlarti vedi che è proprio Ghost in the shell!, un impianto estetico che brilla di epicità riflessa proprio perché ruba (perché di fronte all’eccellenza puoi solo inchinarti e succhiare), ma il cui ricatto (perché è un ricatto e una disperata ricerca di accondiscendenza priva di vera passione) ha fiato corto.

Non bastano le tonnellate di strizzate d’occhio quando sei un fedele contraffattore ma nemmeno nei primi minuti della creazione dei cyborg riesci a infondere quel senso di meraviglia insuperato dei titoli di testa di Ghost in the shell 2.

E soprattutto non basta avere i mezzi per dipingere la Cappella Sistina quando come canovaccio invece della Bibbia usi un articolo di Breitbart.

Parto da un dettaglio microscopico per arrivare ai problemi macroscopici.

L’infelice scelta di Scarlett Johansson (a prescindere per il momento dalla discussione sul whitewashing, ha la fisicità sbagliata per interpretare il Maggiore Motoko Kusanagi, scusate, Mira Killian), attrice di cui ho lodato il talento per esempio in Under the skin, viene resa ancor più indigesta da una regia che sembra assente e da scelte dell’attrice che risultano ragionate alla luce dello script ma dall’effetto ridicolo.

Mira si muove goffamente come un piccolo mostro di Frankenstein affetto da bullismo (ti aspetti che prima o poi si gratti la patta), un atteggiamento che stride sia col canone del manga sia con quello dell’anime.

Nel primo il Maggiore è un epigono di cyberfemminismo, di empowerment tramite la tecnologia, di persona che non solo è consapevole della proprio natura ma che addirittura la modifica, la migliora, sperimentando anche in territori illegali, emancipata sessualmente e professionalmente e mai vittima inconsapevole.

Nell’anime Motoko ha un’apparenza fredda perché molto più rivolta alla sua tormentata interiorità che al suo corpo (che, come nel manga, è ininfluente e sacrificabile al fine di definire la propria identità).

In entrambi i casi Motoko non è la donna da salvare, non è oggetto di pietà per il suo passato, non è un’aspirante martire ma è una fase (per usare le parole di Masamune Shirow) di un individuo pronto ad andare oltre se stesso.

Nel manga Motoko è soprattutto il paradigma dell’evoluzione più avanzata del corpo, nell’anime Motoko è già un passo oltre, verso un’evoluzione anche spirituale/cerebrale.

In entrambi i casi Motoko è una creatura fertile per l’integrazione col Burattinaio, quel motore evolutivo rappresentato da un programma che ha acquisito consapevolezza di sé e rivendica politicamente il suo essere una forma di vita nata nella rete.

Nel momento in cui dall’equazione narrativa si sottrae il Burattinaio si effettua anche la riduzione della protagonista a vittima manipolata incapace di scelte proprie e la nuova trama, stravolto pure il personaggio di Kuze di Stand alone complex, diventa una copia di The Bourne identity con la differenza che un gruppetto di maschietti devoti dovranno proteggerla e salvarla la protagonista.

Nel momento in cui si toglie dall’equazione il Burattinaio (l’integrazione col quale è intellettivamente un azzardo da Scienza sul Vesuvio e fisicamente rappresentata da un corpo transgender), e s’introduce la cattiva corporazione, si distrugge fin dalle fondamenta l’attitudine neutra, quando non positiva o disinvolta, sul miglioramento cibernetico, per arroccarsi su posizioni retrograde, moraliste e persino complottiste, in piena linea con il pensiero populista e antiscientifico più in voga.

Per la nuova Motoko l’evoluzione è involuzione, nel senso di ritorno impossibile a una perduta umanità, comunque retoricamente e lacrimevolmente superiore alla natura di qualsiasi cyborg: l’identità è definita dai ricordi perduti, dalla mammina disperata e dal legame col compagno anarchico.

Insomma, buttiamo nel cesso decenni di fantascienza robotica ed elogiamo il candido umano, ma soprattutto buttiamo nel cesso l’impostazione concettuale di Ghost in the shell, condivisibile o meno che sia.

Se poi già il film non ha nulla a che fare con il materiale dichiarato di origine (tolti i personaggi e l’ambientazione, descrive brutalmente una storia diametralmente opposta e talmente semplice che non offre alcun elemento innovativo o speculativo, anche se spreca un sacco di parole per spiegarla perché gli sceneggiatori sapevano già che esistono quelli che avrebbero elogiato la semplicità e la comprensibilità della trama rispetto quella degli ostici anime, gente che non si pone mai il dubbio di essere stupida o cerebralmente pigra e sembra uscita da un’era pre-Matrix), uno degli aspetti più imbarazzanti riguarda la polemica sul whitewashing.

Lo script è incentrato su quella polemica e sono rimasto senza fiato nello scoprire che tutto il plot gira intorno alla coda di paglia preventivamente in fiamme che avvolge l’identità di Motoko, uno script costruito intorno a un twist che è una excusatio non petita che rende la toppa peggiore del discutibile buco (ne faccio più una questione, come per Death note di Netflix, di trama intrinsecamente giapponese per risvolti tematici, filosofici, sociologici e politici, insomma da qualsiasi parte la si giri), una toppa che giustifica la scelta di un’attrice caucasica porgendo un ipocrita capo cosparso di cenere (hey, noi yankee ci siamo dipinti come i cattivi) in cui la metafora di un cervello giapponese inserito in un corpo artificiale ovviamente caucasico, presente per ben due volte a causa di Kuze (con in più la svista di non usare un falso nome non giapponese anche per lui, un inciampo carpiato che quindi non giustifica il casting di Michael Pitt), appare come una simbolica staffetta narrativa fra giapponesi e yankee, del tipo siamo stati stronzi, fingiamo di spiacerci ma ormai è roba nostra, quindi pigliatevi queste scuse e scansatevi che ora dobbiamo pensare ai sequel, quando invece il film ha l’apparenza di un corpo giapponese in cui hanno innestato il cervello di un elettore di Trump. 

Quando Scarlett Johansson ha dichiarato che era una storia di empowerment femminile in cui la razza di Mira/Motoko non contava (oh, non conta mai, ma neutro è sempre bianco!) ha mentito due volte sapendo di mentire dato che lo stesso plot dichiara il contrario.

Ed è esattamente questo il whitewashing o nel caso di Death Note una ancora più infida asian erasure.

Un giorno capiremo, perché la giustificazione che include problemi di gestalt non regge da decenni e vale solo per persone ignoranti e, di nuovo, pigre.

Jon Tsuei is Right: A #WhitewashedOUT <i>Ghost in the Shell</i> Misses the Cultural Mark

http://www.tor.com/2017/03/31/why-the-original-ghost-in-the-shell-remains-a-cyberpunk-classic-for-the-ages/

http://www.openculture.com/2017/03/the-philosophy-storytelling-visual-creativity-of-ghost-in-the-shell.html

http://www.theverge.com/2016/5/9/11612530/ghost-in-the-shell-anime-asian-representation-hollywood

(Una tavola rotonda quasi perfetta) http://on.io9.com/KRShNK5

http://comicbook.com/popculturenow/2017/03/31/ghost-in-shell-reviews-2017/

http://collider.com/ghost-in-the-shell-racism-explained/

http://m.huffpost.com/us/entry/us_58da73a1e4b018c4606b903f?

Un commento su “Ghost in the shell

  1. Lavaggio bianco, ma un po’ paraculo. La Johansson vagamente asiaticizzata nel look ha un che di malsano.

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Questa voce è stata pubblicata il 02/04/2017 da in Cinema, recensione con tag .

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