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Peace is for pussies

Evolution

evolutionA distanza di circa dieci anni dal suo primo lungo metraggio, che retrospettivamente potremmo considerare la controparte sessuale di Evolution, e dalla collaborazione con Gaspar Noé per Enter the void, Lucile Hadzihalilovic chiede la stessa calma nell’affrontare il suo secondo film, dalla durata di 80 minuti ma così densi e al contempo rarefatti che qualcuno, non abituato a pensare immerso nel silenzio, potrebbe percepirli come eccessivi, ma questo capita se non si è in ascolto e soprattutto se non si osserva.

In apparenza il protagonista è Nicolas che vive segregato insieme ad altri bambini, tutti maschi, su un’isola di cui le riprese sottolineano il totale isolamento per mezzo della natura, per mezzo di un mare che separa questa piccola bolla dal resto del mondo per infiniti chilometri, tetto per magnifici coralli, ma anche muro per infanti che non possono fare altro che vivere a stretto contatto con il mondo marino ed eseguire gli ordini delle loro supposte madri, una per ogni bambino.

Le donne sembrano seguire regole e routine rigidi e i gesti affettuosi sono compensati dal rito ambiguo della somministrazione di un ignoto medicinale.

Nicolas è l’unico che pone domande perché è l’unico che ha intravisto una frattura in quella bolla scoprendo il cadavere di un bambino intrappolato sott’acqua.

Nicolas, al contrario dei suoi compagni di amena prigionia, non manifesta impulsi violenti e ha immaginazione, che sfoga nei disegni di animali e oggetti che in teoria non dovrebbe conoscere, come in un atto di maieutica pescando nelle proprie fantasie o come effetto di una reminiscenza di un passato di cui non ricorda più nulla.

La preparazione dei bambini si rivela parte di un ciclo più complesso e dai contorti fini evolutivi che sposta il fuoco dell’attenzione sulle vere e silenziose protagoniste del film, cioè le donne, la cui natura di sirene predatrici o nutrici potrebbe essere oggetto di discussioni accese.

Il film è costituito quasi interamente da inquadrature statistiche, fotografie con le geometrie del miglior Hopper ma illuminate da quel talento inestimabile e commovente di Manu Dacosse che, per l’ennesima volta, sa tradurre tramite la luce i concetti del regista rendendo la fotografia un veicolo narrativo e sostituivo di dialoghi e spiegazioni, necessità viziosa per un pubblico analfabeta che non conosce la grammatica della propria lingua, immaginiamoci quella cinematografica.

Evolution è un film lovecraftiano da un punto di vista lessicale, ma antilovecraftiano da un punto di vista tematico.

Parte di questo lessico lo scrive proprio Dacosse che dipinge a tinte oleose volti femminili quanto anfibi, morbidi fino a essere quasi liquidi, su cui le sopracciglia e le ciglia quasi scompaiono lasciando spazio a occhi fissi e dilatati (un trucco già usato a suo tempo da Shinya Tsukamoto per Gemini) o fa risaltare dal nero petrolio corpi perlacei e capelli rossi e mossi come alghe.

Manu Dacosse è la mano del genio, e l’uso delle lenti e delle luci e la scelta delle tinte di colore sono comunque espressione di un’atmosfera che la regista doveva avere in mente in modo ossessivo e preciso, il cui culmine è raggiunto da una scena che potremmo definire di sabba marino.

Tuttavia, abbandonati gli aspetti deteriori e sottostanti alla poetica lovecraftiana, senza porsi gli obiettivi iconoclasti di Alan Moore con la graphic novel Providence, obiettivi che di certo non erano contemplati, la regista sceneggiatrice incastra rimandi dagoniani a un femminismo antiretorico e criptico, ma non per questo meno politico.

Lucile Hadzihalilovic sceglie la strada della bellezza che nasconde una tristezza sommessa (i volti pudicamente eccitati delle donne mentre visionano un parto cesareo) e rabbiosa (la rivelazione orrorifica sul destino riservato ai bambini) e un mistero che non sarà mai rivelato sul passato dietro a un presente assurdo in cui donne in esilio volontario sembrano attuare un progetto che non prevede alcuna pietà per il sesso maschile.

Il film a molti è risultato sfuggente perché rifugge dal didascalismo e dal paternalismo verso lo spettatore, quando invece fra quei lunghi silenzi si nascondono urla di resistenza ma, svicolando dalle trappole depressive di quel paranoico melodrammatico di Lovecraft, la regista regala spazio all’inatteso, alla nascita di un’empatia fuori protocollo e contro natura, di una resistenza amorosa contro un manicheismo antipatriarcale diventato protonazismo, di un gesto di liberazione che apre scenari inaspettati, distruttivi o progressisti, che dipenderanno solo da quanto un bambino saprà portarsi dietro, se di più il dolore o la comprensione.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 06/06/2017 da in Cinema, recensione con tag , , .

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