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Death note o di quei cannibali della mia generazione

Il film: se lo difendete siete affetti dadeathnote deficit dell’attenzione e analfabetismo

Parto dal fondo (anche metaforicamente parlando) e ripulisco subito il dente avvelenato: Death note, diretto da Adam Wingard, è in primis il risultato di una rarissima stupidità in fase di scrittura, indipendentemente dalla fonte originale su cui dichiara di essere basato e con cui, a conti fatti, condivide giusto il titolo.

Inoltre voi che non leggete manga, avete visto due anime nella vostra vita e pensate di conoscere la cultura giapponese perché vi piace il sushi, dovreste tacere il doppio perché questo film è il reverse benchmark per eccellenza.

Questo adattamento per l’allocco pubblico di Netflix è costellato di tali e tanti atti di vanità arrogante che anche se non conoscete il manga o l’anime a episodi comunque i vostri neuroni dovrebbero essere stati in grado di porsi alcune domande durante lo svolgimento delle vicende, affastellate in una corsa involontaria e menefreghista al non sense, tanto più ingiustificata e ingiustificabile se, come ha dichiarato il regista, il progetto prevede almeno due se non tre film.

Un esempio di scelleratezza di scrittura fra i tanti: parte della trama è focalizzata sul tentativo di Light Turner di uccidere L.

Per raggiungere lo scopo, Light manipola mentalmente tramite il death note (immaginate che ogni tanto siano presenti intercalari veneti) Watari, qui ridotto ad assistente di L stravolgendone il background (è inglese, è lui il reclutatore e nessuno ha bullizzato dei bambini con intelligenza sopra la media).

Seguitemi.

Light ha bisogno del nome completo di L perché L è un soprannome.

Watari è un soprannome.

Light uccide Watari scrivendo…WATARI.

Ora, a quel punto, davvero, ve lo chiedo guardandovi nelle palle degli occhi, non avete capito che la sceneggiatura era stata scritta da un branco d’incompetenti con le scimmie malconce dello zoo di Ueno assiepate nel cervello (uno dei tre già sceneggiatore dell’ultimo I fantastici quattro)?

Che la svolta del film si basa su una svista talmente macroscopica che se Haneke fosse vostro il docente di sceneggiatura vi costringerebbe a farvi calpestare a morte da Isabelle Huppert in un suo prossimo film?

Perché oltre alle altre 467439 idiozie e incongruenze sparse qui e là siete stati magari ipnotizzati da quello che piace a un certo tipo di pubblico, che dovrei chiamare di vecchi di merda, se non fosse che anagraficamete ricado in pieno nel gruppo:

  1. La confezione iperstilosa di luci al neon, neanche stessimo in qualche padiglione austriaco della Biennale di 15 anni fa, che si congiunge con la colonna sonora synth di Atticus Ross, prevedibilmente e inevitabilmente, perché è un tipo di colonna sonora ormai à la page in un certo tipo di horror da Sundance Festival da qualche anno a questa parte, quindi potete sentirvi meno raffinati mentre l’apprezzate (e ci scommetto che mentre qualcuno come me conosce e detesta Wingard dai tempi di A horribile way to die passando per il Benny Hill Horror Show, cioè You’re next, altri meno adusi al poco socialmente spendibile genere horror, ricordano The guest, film da manuale per tutti i vezzi retro-fighetti per nostalgici già visti in vagonate di film indie).
  2. Le scene di morte, che possiamo collocare allo spettro opposto anche concettualmente rispetto alla guerra d’intelligenza descritta dal manga. Potremmo ribattezzare il film Final destination: dumb&dumber perché l’ideona di inserire l’elemento splatter ovviamente è originale quanto i diari di Mussolini e i due protagonisti, invece di rappresentare l’eccellenza giapponese, rappresentano il peggior stereotipo dello yankee stupido (stupido è pleonastico, lo so).
  3. La scelta di canzoni anni ’80 dettata solo dall’industria della nostalgia in cui sguazzano i registi di una certa generazione, specchio fedele del loro pubblico. Take my breath away. Intercalare veneto.

Adam Wingard non è altro che la versione fighetta e che se la crede di Uwe Boll.

La critica e quel ridicolo 40%

Premesso che non voglio insegnare a chi lo svolge il mestiere di critico, nel senso che è pagato e si spera non prezzolato, una domanda mi gira in testa da tempo.

Quando un film è tratto da un’opera letteraria o un fumetto, anche solo al fine di valutare il processo creativo che c’è dietro (atto che mi fornisce qualche parametro in più per tarare il lavoro di un regista e/o degli sceneggiatori) non costituirebbe buona norma non dico conoscere la fonte originale per filo e per segno, ma studiarne comunque qualche elemento cardine, fossero anche solo la sinossi, le tematiche, il contesto culturale, soprattutto se quest’ultimo è estraneo al nostro orizzonte conoscitivo (oltre al fatto che East is east, west is west), mentre aggiornarsi dovrebbe far parte di qualunque mestiere?

E’ come operare un paziente non conoscendone lo status clinico pregresso.

Può andare di fortuna o si rischia di compromettere l’esito dell’intervento (=validità e affidabilità della recensione).

Nel caso di film estrapolati e trapiantati in un contesto culturale diverso, soprattutto in un momento in cui tutti i film accusati di whitewashing o asian erasure, per usare espressioni che ai miei tempi neanche erano concepibili ma sono precise, falliscono miseramente (su tutti quel manifesto razzista e autoassolutorio che è Flop in the shell), mi aspetto da un critico maggior attenzione perché mi aspetto maggior consapevolezza di fenomeni culturali e politici che guidano persino il mercato o i casting del film (vedi il recente caso di Ed Skrein che rinuncia al suo ruolo nel remake di Hellboy).

Non stiamo parlando di un film che deriva da qualcosa che conosciamo quasi per eredità genetica.

Scendendo nello specifico, Death note non è un manga di Inio Asano rivolto a una nicchia di intellettuali, ma un fenomeno popolare di enorme entità.

Ne sono state vendute diverse decine di milioni di copie diventando notissimo in tutto il mondo e a cui è seguito un adattamento animato in 27 episodi trasmesso anche in Italia.

Death note nasce da concetti/simbologie/contesto giudiziario-criminale esclusivi e peculiari del Giappone, dal mito dell’efficienza del sistema, portata ai suoi estremi da Light Yagami, che diventa mitomania.

Death note al di fuori del Giappone perde di senso così come Death note, al contrario di quello che molti sembrano credere, non è una serie di uccisioni splatter ma una sfida intellettuale.

Lo splatter è solo mentale, non scorre quasi sangue.

Non posso di certo fare qui una disamina delle differenze fra manga e film, sarebbe enciclopedica, ma è come confrontare materia e antimateria sotto OGNI punto di vista.

E di fronte alle vagonate di reazioni negative che ci sono state, di fronte a un tono del film palesemente circense, è possibile che proprio da alcuni professionisti non provenga l’input d’indagare il fenomeno per una migliore analisi critica?

Certo, la maggior parte della critica l’ha giudicato male se non peggio (al di là dei metascore pessimi, alcune critiche spiegano perché il film in ultimo fallisca anche avulso dall’originale).

Qualsiasi commento che inizi con non ne so nulla ma… non ha alcun senso e di fronte a prodotti che derivano da fonti orientali, sempre più conosciute negli anni, certi commenti, nel 2017, lasciano il tempo che trovano e suscitano fastidio, proprio nell’era governata dal non ne so nulla ma.

Se non si hanno a disposizione tutti gli elementi perché non aspettare, se non ci si è informati prima, nel dubbio che si sfiorerà appena la superficie e si sbaglierà prospettiva?

Quindi, quel 40% di critici che è riuscito a difendere questa mondezza, era semplicemente non informato e ampiamente distratto (Watari, intercalare veneto).

Inoltre non si può pensare che un film tratto da un fenomeno di massa non attragga soprattutto l’attenzione di chi lo conosce scatenando reazioni scomposte.

E tra questi critici temo imperversi un problema anagrafico.

La peste nostalgica

Ci si chiede persino: visto che Death note lo hanno stuprato (uso questo termine per spiegare le diffuse reazioni eccessive), perché utilizzare un brand noto ai fans, ignoto a chi non legge i manga, sapendo a priori che il risultato sarebbe stato un pastrocchio per tutti (100 minuti per 12 tankobon o 27 episodi della serie animata, seriously?), se non per consapevolissima arroganza mista a ignoranza culturale?

Perché esistono gli over 35, la grande piaga culturale di questi anni.

Si possono permettere un abbonamento a Netflix e si comportano da tempo, nei confronti degli anni della loro giovinezza, come vecchi che si sbavano nel proprio ombelico, come fossero già morti con gli anni ’90, come nostalgici a Predappio per cui quell’età dell’oro non solo non si ripeterà ma va ripetuta in formato seriale.

Se da una parte l’epigono di questo approccio nostalgico è Stranger things, il vuoto assoluto, pura masturbazione perché è l’ennesimo prodotto che parla di me, me e ancora di me, curiosamente molti sembrano aver apprezzato l’episodio San Junipero di Black Mirror senza aver colto la sferzata finale. I protagonisti sono morti, ingabbiati in un tempo che non c’è più, volontariamente chiusi in un loop eterno, sempre uguale a se stesso.

Questa generazione è una disgrazia da un punto di vista creativo perché non c’è sentimento più reazionario della nostalgia, un sentimento obliterante che li porta a occupare ogni spazio, a pervertire qualsiasi opera secondo stilemi ormai assodati, tanto che un manga degli anni 2000, non dell’altro ieri, per loro è opera sconosciuta e si stupiscono, facendo spallucce, quando scoprono che non hanno la più pallida idea di fenomeni popolari degli ultimi vent’anni.

Siccome loro non li conoscono e che sarà mai tutto questo fragore di critiche negative?

Fottendosene per altro di ogni aspetto politico, non sia mai, o del fatto che il manga di Death note è di cento spanne più brillante e impegnativo dei fumetti su cui basano i cinecomics attuali, non una roba per ragazzini da liquidare con faciloneria.

D’altra parte come riuscire a dedurlo dal film nel momento in cui i superintelligenti e privi d’empatia Light e L sono stati declassati a due buffoni ridicoli, vittime di bullismo o segnati da tragedie familiari, proprio per creare un effetto specchio ed empatico soprattutto per il pubblico yankee (e l’empatia è proprio il sentimento che andava reintrodotto perché i Light e L originali, secondo certa sensibilità commerciale, sono moralmente inaccettabili e indigesti per il pubblico medio non giapponese).

Provate a far lo stesso con un fottuto Star wars o qualche spielbergata o altri cult anni ‘80 senza rispettare certi canoni e riferimenti. Sotto quest’aspetto il mefitico Stranger things è un prodotto d’alta ingegneria, d’altra parte uno dei registi è un tipo che va rimodulare i televisori altrui offrendo materiale per il nuovo DSM, ma anche perché sa che cosa vogliono lui e i suoi polli: more of the same.

(Anzi, George Lucas ci ha provato, seppur discutibilmente, e gli fa ancora male il culo).

La mia generazione è così ossessionata da se stessa e dalle sue comfort zone da favorire artisti, critici e prodotti che guardano e sono rimasti indietro, fingendo di essersi congelata come in San Junipero mentre il mondo va avanti e nuovi fenomeni nascono, spesso ben migliori dei loro riferimenti.

E’ una tendenza che da horror maniaco osservo già da diversi anni, con le patetiche riproduzioni di film anni ’70-anni ’80 senza una reale progettualità artistica che vada al di là dell’autofellatio e della strizzatina d’occhio, ma ormai diffusa in ambito cinematografico e televisivo.

Nel caso specifico, non declassate i lettori incazzati di Death note a una nicchia, perché sono tantissimi, sono quelli che invadono i comics, anche se pensate che anche lì si parli di voi solo perché ci sono due stand giganti per prodotti nostalgici, ma non li avete visti o voluti vedere in questi anni, perché vivono al di fuori della vostra bolla, sono spesso più giovani e invito sempre le generazioni più giovani a trattare noi nati negli anni ’70 e ’80 come degli anziani affetti da demenza che scotomizzano il passato recente annegando in un passato più lontano che viene forzato a rimanere presente.

Ci devono prendere a male parole finché non riprendiamo il passo o lasciamo libera la strada.

Cari coetanei, fatevi da parte: avete davvero rotto i coglioni e non ci state più a capire a un cazzo.

Stravolgere un prodotto come Death note a vostro uso e consumo (perché è palese che il film non fosse rivolto ai lettori del manga) è stato un passo inaccettabile, artisticamente e culturalmente offensivo più di quanto alcuni di voi possano capire, e questo è l’aspetto più grave.

E la colpa è vostra che avete perso la curiosità e avete preferito non andare avanti.

Voi siete dei cannibali.

Ancora qualche anno e finalmente noi vecchi di merda saremo spazzati via. E non vedo l’ora.

4 commenti su “Death note o di quei cannibali della mia generazione

  1. kasabake
    11/09/2017

    Mentre leggevo l’incalzare delle tue parole mi sono talmente emozionato da sentire il mio cuore battere di un entusiasmo che non provavo dai tempi in cui girovagavo assetato di cultura e di avventure sentimentali per i corridoi del dipartimento di italianistica.
    Ho amato il manga di Tsugumi Ōba e Takeshi Obata quando all’epoca della sua uscita lavoravo in una fumetteria e non conoscendo il giapponese attendevo assieme ai miei clienti l’uscita di ogni numero pubblicato in Italia dalla Planet Manga come un appuntamento amoroso…
    Non è certamente un atteggiamento critico questo mio ed apre le porte teoricamente ad una morbosa pregiudiziale nostalgica ma chilometri di disillusione mi hanno da anni vaccinato dal malanno del mettere sopra un piedistallo il gusto di una madeleine solo perché provata in anni speciali e mi piace pensare che sia piuttosto un dolore profondo quello che provo nel vedere sempre più spesso sdoganato questo bisogno istintivo con cui l’industria dell’intrattenimento nordamericana vuole riscrivere ed adattare ogni cosa, ad uso e consumo del proprio mercato, con quel sapore di conquista culturale che ogni potenza politica ed economica ha sempre vantato come proprio diritto nei secoli, dai tempi dell’Impero Romano, fino agli odierni domini.
    Anche noi pubblico occidentale quando ci rivolgiamo ad Oriente tendiamo sempre ad oscillare tra due diversi estremi: da un lato, manifestando un distacco timoroso verso ciò che non comprendiamo e dall’altro, esprimendo il bisogno di venire travolti e stupiti da una diversità che si pretende sia ogni volta sensazionalistica; in entrambi i casi, comunque, solo di rado siamo capaci di andare oltre la superficie, sforzandoci di capire davvero ciò che gli autori asiatici intendano davvero trasmettere con le loro opere.
    Scusa il pistolotto, ma è da quando fui redarguito da un tuo follower perché esprimevo troppo animoso aprezzamento nei tuoi confronti, che non commentavo più un tuo articolo, ma sappi che ti seguo e ti ammiro senza pausa ed anche quando sono in disaccordo critico ho un piacere lussurioso nel leggerti.

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  2. massed01
    11/09/2017

    Quando leggo, perche difficilmente vedo, di questi refake di cui io credo nn ci sia mai bisogno, nemmeno nei casi piu fortunati, perché restano in ogni caso rimodellamenti per un pubblico circoscritto, quindi concettualmente prodotti pro ignoranza, ritorno a quello che rimane in assoluto uno dei rifacimenti paradossalmente piu comici considerando il rispetto culturale, Old Boy. Le cose sono due, o sono io ad avere una sensibilitá che va troppo oltre confine, o quella sera, mentre Spike visionava il film, la musica nel pub era troppo alta per sentire e la tv troppo in alto per vedere. Spero ad oggi, per lui, rigurdandolo, si vergogni di quello che ha fatto.

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  3. Lenny Nero
    11/09/2017

    I commenti sono moderati, per evitare banalmente responsabilità nei confronti di commenti altrui, quindi li approvo appena posso (oppure non approvo se il commentatore quel giorno era meglio se andava a farsi una passeggiata). Grazie mille per il lungo commento e per il punto sulla tronfia conquista da parte dei barbari-yankee (ormai la vedo così!).

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  4. Lenny Nero
    11/09/2017

    per Old boy andiamo oltre, siamo al dare fuoco a un capolavoro senza alcun motivo (cioè, lo sappiamo il motivo e mi stupisco che Spike Lee ci sia cascato. Si dovrebbe vergognare il doppio).

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Questa voce è stata pubblicata il 10/09/2017 da in Cinema, Flussi di incoscienza, recensione con tag , , , .

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