Feeds:
Articoli
Commenti

Quella che segue è una recensione schizofrenica.

Da una parte l’adolescente che è in me ha tratto divertimento dalla visione di “The cabin in the woods”, ha persino sorriso in più di un’occasione e considerato geniali alcune intuizioni di scrittura.

Dall’altra il post-adolescente che è in me, quello che ha vissuto o metabolizzato l’horror, e le sue declinazioni, degli ultimi 30 anni e di ogni provenienza è in preda ad una crisi di sconforto e non si può esimere dal tentare di stilare un discorso che collochi il film in modo critico nel contesto del genere e nel contesto temporale.

Distribuito con ampio ritardo rispetto all’effettiva realizzazione, non per dubbi sulla qualità del film, ma per tediose vicende di fallimenti di case produttrici e di conversione in 3D mai avvenuta, grazie probabilmente al provvido intervento di Cthulhu, “The cabin in the woods” viene proiettato mentre il suo creatore, Joss Whedon, si gode il successo ottenuto con “The avengers”.

E’ un momento fortunato per Whedon, amato soprattutto per le sue serie televisive, ma il suo tocco a metà tra un abile artigiano e un Re Mida americano a contatto con la materia horror genera il più prevedibile dei risultati, una versione radical-chic di una horror-comedy o, se volete darvi un tono, potete citare duecento parole a caso davanti a cui apporre il prefisso meta-.

Rubando una battuta di “Scream 4” a quel marchettaro di Wes Craven –Ancora con questo metacinema! Fa così tanto 1996!-.

E chiedendo perdono sin da adesso agli Dei della Vergogna 2.0, cito me stesso dalla recensione di “Drag me to hell”: -Sancisce definitivamente la morte del genere in salsa yankee, il suo sacrificio sull’altare del teen-horror, la sua trasmutazione definitiva nel proseguimento della serie Scary Movie sotto mentite spoglie-.

E da buon reazionario, mi lamentavo già nel 2009.

Continua a leggere »

Livide

Alexandre Baustillo e Julien Maury erano attesi alla seconda prova di regia con discrete attenzione e apprensione.

Avrebbero ripercorso le strade minimali ed estreme di A l’intérieur o dopo quel concentrato di sadismo e cinefilia avrebbero cercato di dimostrare di essere una componente davvero trainante e creativa dell’horror francese, che sembra già aver mostrato il fiato corto?

Con “Livide” i due co-registi e co-sceneggiatori hanno deciso di rinunciare a metà del finanziamento di cui avrebbero potuto disporre (pentendosene successivamente) pur di mantenere completa libertà artistica e decisionale nel tentativo di far emergere la propria originalità e mettere alla prova se stessi, allontanandosi dalla possibilità di realizzare un’altra festa del gore per approcciare il gotico moderno.

Il risultato è un film di alta qualità tecnica nonostante il budget, ma squilibrato e diseguale a livello di sceneggiatura e, duole affermarlo, ricco di suggestioni visive anche efficaci, ma da manuale e che sarebbero state molto à la page quando ancora andava di moda la geniale Floriana Sigismondi.

Tre ragazzi in cerca di fortuna per cambiare la loro vita fatta di microcriminalità o lavori usuranti danno credito alla storia riguardante un tesoro nascosto nella villa di M.me Jessel, ex-istruttrice di danza che giace in coma da anni ed accudita ogni mattina da un’ambigua infermiera (ogni riferimento a “Suspiria” non è del tutto casuale).

E’ Halloween, dal terreno che circonda la villa vengono rilasciati dei fuochi fatui, presagi di mostri e dicerie su Satana che compare se fischietti in quella notte e, secondo la più pedissequa tradizione horror anni ’80, nonostante ogni elemento della natura sia un segnale di allarme nefasto i protagonisti decideranno comunque di entrare, ché qualcuno dovrà pur svolgere il duro ruolo della carne da macello. Continua a leggere »

L’adattamento cinematografico ad opera di Lynne Ramsay (regista e sceneggiatore) dell’omonimo romanzo di Lionel Shriver suscita, per tematiche affrontate ed echi di cronaca nera, un’inevitabile curiosità che si colloca tra la riflessione e la morbosità.

Protagonista del film non è il malvagio e ineffabile Kevin (un mellifluo e androgino Ezra Miller), primo attore di una strage annunciata che si colloca sullo sfondo di un puzzle di memorie, pensieri ed episodi di un tormentato rapporto madre-figlio che si compone dolorosamente sullo schermo come riflesso della mente di Eva, donna che rinuncia alla passione per i viaggi e le avventure per dedicarsi alla maternità.

Fin da bambino Kevin sembra nutrire un sentimento di rivalsa verso la genitrice, come se ne percepisse l’affetto forzato e la stanchezza dell’accudimento, o forse perché Kevin è congenitamente cattivo e manipolatore, ruffiano e dolce con il padre sempliciotto e assente (John C. Reilly), dispettoso e aggressivo con Eva, in una continua ricerca di provocazione violenta che riuscirà persino a suscitare.

Il film parte dalle conseguenze del dramma, dall’isolamento di Eva, dall’apartheid sociale, dall’impossibilità di ricostruirsi una vita normale dopo l’atto tragico di cui vedremo il nascere inframezzato all’ossessiva ricerca di una spiegazione, di una causa, di errori e di colpe.

Eva ripercorre gli ultimi sedici anni della propria vita determinando la stessa struttura del film: il presente alla deriva e il passato che si avvicina al presente senza che alcun cerchio si chiuda o che alcuna risposta sia trovata. Continua a leggere »

The violent kind

Ai misteri insondabili della distribuzione cinematografica italiana possiamo aggiungere la pubblicazione in DVD di “The violent kind”, anche in un cofanetto comprendente un vero film, nonché capolavoro a suo modo, quale “Bronson” che non è paragonabile a questa pellicola da macero.

Nel mondo horror Mitchell Altieri è più noto come componente dei The butcher brothers quando in combutta con Phil Flores, insieme a cui ha realizzato il prescindibile (ma chiaccherato) “The hamiltons”, ormai risalente all’anno 2006.

A distanza di quattro anni, che non hanno costituito un periodo sufficiente per produrre una sceneggiatura degna di nota, i due co-registi hanno diretto un film che è riuscito nell’intento di suscitare entusiasmi ingiustificati o critiche a dir poco sprezzanti (quanto mai meritate).

Se traete da ogni recensione gli elementi peculiari di “The violent kind” potrete farvi un’idea dello spettacolo, ma non dell’ottusità e della superficialità che lo caratterizzano e lasciano un senso di imbarazzo di fronte ad un evidente orgoglio artistico autopercepito.

Il canovaccio arruffato, che per cortesia verso il cinema non etichetteremo come trama, comprende la notte brava di una gang di motociclisti (che assomigliano a bagnini californiani, escludendo l’immancabile e romantico nerd di turno di cui è ovviamente innamorata una delle altre bagnine del gruppo), fenomeni paranormali, improvvisi atti di violenza, possessioni non meglio definite, gravidanze esoterico-aliene, tonnellate gratuite di gore incorniciate da momenti di idiozia (di quell’idiozia ricercata che si vuol vendere come humour nero, non riuscendoci e annullando ogni presupposto di tensione) e uno squarcio di fine del mondo, che si sta realizzando il proprio “2001: Odissea nello spazio”, mica “Balle spaziali”.

Prendete gli elementi suddetti, mescolateli a caso e otterrete “The violent kind”. Continua a leggere »

Mientras duermes

Reduce dal successo diRECe “REC 2”, mentre il compare Paco de Plaza è attualmente in circolazione con “REC 3”, Jaume Balaguero ha preso una pausa prima di dedicarsi a “REC – Apocalypse” tornando al thriller, rielaborando, con toni che inevitabilmente ricordano Hitchcock, il tema –home invasion- e adottando uno stile sobrio e mai concitato che punta su atmosfera e tensione.

“Mientras duermes” è obiettivamente un’ottima pellicola di genere, ma a livello di sceneggiatura alcune forzature e farraginosità lo rendono un film artificioso e incompleto.

Cesar (un oscuro e camaleontico Luis Tosar) è il portiere di un condominio, amato da tutti gli inquilini tranne che dall’amministratore che, quasi inspiegabilmente, lo vessa con ogni pretesto.

Il prologo, che anticipa un twist narrativo, delinea sin da subito il lato più oscuro dell’animo di Cesar, mostrato mentre è in procinto di suicidarsi: è incapace di essere felice e soffre di una depressione dai risvolti rabbiosi.

Dotato di copia delle chiavi di ogni appartamento, e di un’incondizionata fiducia da parte dei condomini (ingiustificata alla luce di una rivelazione a metà del film sui suoi ondivaghi trascorsi lavorativi), Cesar penetra ogni sera nell’appartamento di Clara, nascondendosi sotto al letto, e quando la ragazza si addormenta si assicura col cloroformio che il suo sonno sia profondo e mette in atto le fasi di un piano di distruzione psicologica. Continua a leggere »

Chi ha visto la versione svedese di “Uomini che odiano le donne” era sicuramente incuriosito dal remake diretto da David Fincher, per motivi legati al casting (Rooney Mara avrebbe fatto dimenticare Noomi Rapace? Daniel Craig avrebbe reso più evidente il fascino di Blomkvist?), alla delusione nei confronti della mediocre trasposizione degli ultimi due episodi e anche al regista che, tra alti e bassi, ha già diretto thriller a discreto livello di morbosità.

La curiosità è stata galvanizzata dalla distribuzione dei titoli di testa, non realizzati da David Fincher, ma dallo studio Blur (http://www.blur.com), e accompagnati dalla cover dei Led Zeppelin ”Immigrant song”, cantata da Karen O degli Yeah Yeah Yeahs e rimaneggiata da Trent Reznor, responsabile della colonna sonora insieme ad Atticus Ross, diventati definitivamente mainstream con la vittoria agli Oscar 2011 per “The social network”.

Titoli di testa suggestivi, di grande impatto, a metà tra un video dei Massive Attack e uno dei più estremi dei Nine Inch Nails, che nulla condividono con le scelte estetiche operate da Fincher in un film che offre alcuni elementi decisamente positivi, extra-registici, e altri discutibili imputabili direttamente a lui. Continua a leggere »

Shame

Il passaparola su “Shame” ha iniziato a ingigantirsi grazie alla notizia di un full-frontal di Michael Fassbender, più che per la conquista di quest’ultimo della Coppa Volpi al Festival di Venezia 2011.

Un MacGuffin pruriginoso che ha regalato notorierà al regista Steve McQueen più del suo precedente, quanto ben accolto dalla critica, “Hunger”.

Sesso e nudità sono in effetti onnipresenti in questa pellicola che mette al centro della sua storia la vita anaffettiva, ma ricca di incontri erotici, di Brandon, uomo newyorchese di successo, il cui equilibrio mentale sembra subire una scossa dalla visita improvvisa della sorella Sissy (Carey Mulligan), cantante sull’orlo del suicidio.

Il talento registico e artistico di McQueen è talmente evidente che non è necessario neanche sprecare troppe righe.

In “Shame” lavora sulle sensazioni, sia a livello sonoro sia a livello visivo, costruendo ogni sequenza in funzione dell’effetto emotivo ricercato.

Gioca con le ottiche, i carrelli, le prospettive, le deformazioni, manipolando le immagini in modo a tratti pittorico, affidando ad esse il compito di comunicare ciò che l’introverso protagonista non esterna mai verbalmente.

Da questo punto di vista “Shame” è un film di ottima fattura, un vero lavoro autoriale che sfrutta ogni mezzo (anche musicale: la colonna sonora spazia da Bach suonato da Glenn Gould fino alle note dolenti  di Harry Escott) per far osservare Brandon attraverso l’occhio del regista, un occhio onnipresente, moralista, che impone il proprio punto di vista involontariamente, come dando per scontato fin dal titolo che quello cui assisteremo sia la storia di una vergogna che condurrà il protagonista all’autodistruzione. Continua a leggere »

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.