Cinema, recensione

Scalene (e di polemiche effimere su misoginia e omofobia nei film)

scalenePerceptual thriller

Questa è la definizione con la quale Zack Parker, regista e co-sceneggiatore con Brandon Owens, etichetta la sua stessa creatura, Scalene, risultato di un notevole sforzo in sede di scrittura per costruire un modello compiuto, e non solo una suggestione imperfetta, di psicogeometria.

Tre lati uniti da angoli differenti.

Tre personaggi psicologicamente diseguali la cui ricerca di serenità mentale si scontra con la stessa ricerca, attuata in modo disperato, dagli altri due.

Un panorama umano fatto d’incomunicabilità, egoismo ed egotismo dagli esiti devastanti.

Il prossimo diventa ostacolo da distruggere o mezzo attraverso cui, anche inconsciamente, realizzarsi.

La percezione del prossimo, in un senso o nell’altro, porta non solo a cogliere in modo selettivo sfumature della realtà, ma conduce anche a distorsioni o interpretazioni fin troppo soggettive.

Questa la sintesi delle dinamiche d’interazione fra i protagonisti entro cui Parker e Owens sviluppano la storia di una madre, Janice, in cerca di vendetta dopo che il figlio Jakob (di quasi trent’anni e accudito per tredici in seguito ai danni cerebrali riportati in un oscuro incidente) viene accusato di stupro da una studentessa assunta per assisterlo, Paige.

Nell’ottica, che non so se derivi da superficialità o da volontà di divulgazione, di cercare facili paragoni, che hanno un senso quando un omaggio/citazione/plagio è palese, per Scalene sono stati evocati Rashomon e Memento.

Oltre a ricordare che prima di Nolan fu Harold Pinter con Tradimenti (1978, versione cinematografica del 1983) a sperimentare una narrazione temporalmente retrograda, anche se indubbiamente nell’immaginario collettivo è ormai associata a Memento, le assonanze sono già finite e riguardano solo un terzo della pellicola.

Bisognerebbe avere il coraggio di affermare che la sceneggiatura di Scalene supera per complessità di struttura (e non solo) quella di Memento e con un risultato così finemente levigato da far sembrare naturale la fluidità con cui scorre il film che, rappresentato graficamente, assomiglierebbe a un nastro di Möbius o a una scala escheriana.

Il film esordisce con una collutazione fra Janice e Paige il cui esito è incerto e ripercorre a ritroso gli eventi che hanno spinto Janice a un’azione violenta.

Scalene torna indietro nella sua progressione per poi seguire une breve svolta e andare avanti tornando al punto di partenza.

E non si tratta solo di virtuosismo, che potrebbe essere fine a se stesso per quanto comunque fonte di godimento per i lobi frontali, ma della migliore scelta narrativa per conseguire il proprio obiettivo: muoversi avanti e indietro nella mente dei protagonisti, intrecciare non la visione oggettiva degli eventi, ma la percezione soggettiva (un bell’azzardo!) sfruttando la possibilità dei mezzi narrativi cinematografici di suggestionare e manipolare lo spettatore, come verificabile anche in Proxy.

Ciò non implica che Parker non offra chiavi di lettura oggettiva delle vicende (ne fornisce almeno una di dimensioni pantagrueliche nella parte centrale, eppure nel forum su IMDB è intervenuto lo stesso Parker a segnalarla, in un moto di umiltà o d’insofferenza per la disattenzione altrui), ma che la drammaticità della storia deriva non tanto da ciò che è davvero accaduto, ma dalle conseguenze dell’interpretazione dei protagonisti. Continua a leggere

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The taking of Deborah Logan

ttodl

Here we go again…

La valanga di mockumentary che monopolizza da tempo il genere horror sta suscitando in più sedi alzate di sopracciglio o vero proprio rigetto.

Nel contempo una cornice visiva che più che finto-realistica è sovente povera, sciatta e visivamente intollerabile sembra non generare presso il grande pubblico le stesse reazioni di rifiuto e i produttori vedono in film a basso costo e una (relativamente) alta resa finanziaria una fonte di reddito da spremere.

Prima o poi questa subdola moda, che poteva sembrare intrigante ai tempi di The Blair with project, passando per esperimenti misti come The rise of Leslie Vernon, vedrà un ridimensionamento.

Non sono contrario a priori all’uso totale o parziale di questo genere di cornice, ma ritengo che debba essere giustificata e non sembrare del tutto pretestuosa fino a schiacciare ogni possibilità narrativa in nome della ripresa facile e low-cost.

E quando anche viene giustificata i risultati sono spesso aberranti sotto qualsiasi aspetto tecnico e questo è l’aspetto che più considero offensivo.

The taking of Deborah Logan sulla carta non solo risultava strutturato come un mockumentary, ma la sinossi lasciava presagire eventi di possessione, una sottocategoria di eventi horror di fronte ai quali ho sempre avuto difficoltà a rimanere serio, tra parole in latino pronunciate in modo maccheronico e gente tarantolata.

Di fatto il regista Adam Robitel, al suo primo lungometraggio, benché non risulti grondare di quella personalità che altri suoi colleghi (più dotati di talento o esperienza) hanno dimostrato addentrandosi nello stesso genere, nelle vesti anche di sceneggiatore si prende qualche libertà narrativa che esce dal canone del real-time o in più di un’occasione chiede sforzi biblici al direttore della fotografia per creare immagini o intere sequenze intrise di un’atmosfera surreale e malsana. Continua a leggere

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The town that dreaded sundown (1976-2014)

tttdsRemake, fonti originali e altri miracoli moderni

Per una valutazione analitica e completa di un film, al di là di osservazioni sul livello qualitativo (diverse a seconda della propria preparazione tecnica o della destinazione finale di un testo) e di altre di matrice viscerale e personale, considero spesso necessario conoscerne le fonti d’origine qualora si tratti di remake, sequel o, più diffusamente, film tratti da libri.

E’ una considerazione che ritengo sempre più valida quante più volte approfondisco le fonti di un film in quanto questi elementi aggiuntivi consentono di avvicinarsi a un tassello non trascurabile in una disamina che voglia ambire ad essere analitica: il processo creativo.

Come si può comprendere davvero un’operazione artistica se, oltre alle tecniche messe in atto, non vengono intercettati i passaggi mentali che hanno indotto un autore (regista, sceneggiatore, direttore della fotografia) a effettuare determinate scelte narrative o visive?

Di recente me ne sono convinto definitivamente dopo la visione di Under the skin, per la precisione proprio dopo la sua immagine conclusiva.

Avere letto il libro di Michel Faber permette di cogliere da una parte la provenienza di quella scena, ma anche di evidenziarne i radicali slittamenti di contesto e significato apportati da Glazer consentendo un’interpretazione più solida delle intenzioni del regista.

Posto che ci interessi, posto che non sempre è possibile, posto che riuscire a individuare le elucubrazioni di un artista è affascinante, divertente ed evita fraintendimenti che potrebbero essere causa di ingiuste critiche (o di critiche anche più solide).

Nella stessa ottica ho guardato in successione The town that dread sundown diretto da Alfonso Gomez-Rejon e l’originale La città che aveva paura diretto da Charles B. Pierce nel 1976 e la visione combinata ha influenzato una valutazione finale più positiva del primo.

Provo una diffidenza, che sfocia nella repulsione, per i remake, non perché il concetto in sé m’infastidisca, ma perché nella maggior parte dei casi si tratta dell’equivalente di liofilizzazzione a fini di PG-13 o di pratiche medievali di stupro artistico (se non culturale nel caso di film orientali, una pratica razzista, sciovinista e arrogante che si scontra sempre con la superiorità degli originali).

E non apro parentesi sui remake delle serie televisive che nascono in parte dalle stesse motivazioni e si addentrano in paludi in cui non esiste vergogna né per l’infima qualità né per il plagio.

Finché un remake degli yankee investe prodotti di purissimo artigianato yankee (un serial-killer mascherato soprannominato The phantom massacra coppie nella città di Texarkana), non solo non sono contrario per principio, ma ritengo che sia anche auspicabile che quel remake possa tramutarsi in un’operazione di omaggio e ringiovanimento per film che non abbiano resistito alla prova del tempo (il dramma corre sul filo tra ciò che è auspicato e i risultati). Continua a leggere

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The canal

thecanalLe prime due sequenze di The canal racchiudono l’essenza del film che, per sgombrare subito il campo dagli elementi più discutibili, è uno dei più derivativi e meno originali degli ultimi anni (al pari, comunque, di una di quelle pellicole che intasano i primi posti delle classifiche), d’altro canto è onesto nei suoi intenti di intrattenimento, ma intrigante, se non spesso ambizioso, nella sua progettualità artistica e tecnica.

David (Rupert Evans, sottilmente abile nel far trapelare squarci di follia sotto una superficie bella in modo canonico e rassicurante) è un archivista cinematografico, coadiuvato nel suo lavoro da Claire (Antonia Campbell-Hughes, stereotipo della bruttina che arde di passione neanche tanto poco esibita per il collega).

Le figure di David e Claire si stagliano in primo piano su uno sfondo rosso, come una versione malevola di un green-screen, e David si rivolge guardando in camera a un pubblico di bambini esagitati, che deve convincere a prestare attenzione ai vecchi filmati che sta per mostrare, e il cui chiacchiericcio in sala si sentiva già sui crediti iniziali, come spesso accade in una vera sala cinematografica.

Who wants to see some ghosts? Ghosts?

Una semplice parola, le sinapsi che l’hanno registrata si attivano e il silenzio cala.

Let’s just watch it.

E un assalto di coltellate visive montato da Robin Hill (Kill list, Sightseers), responsabile di un gioco quasi sperimentale di fratturazione del ritmo che sostiene la tensione per tutto il film, introduce il secondo elemento peculiare di The canal.

Fantasmi e visioni. Continua a leggere

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Open windows

owNon sono molti i motivi per cui scrivere un post su Open windows e se qualcuno si è interessato al film per la presenza di Sasha Grey può pure rasserenarsi, intanto le sue doti recitative sono meno che mediocri e soprattutto per una certa tipologia di spettatore non avrebbero costituito elemento di valutazione.

La presenza di Sasha Grey, almeno tra le mie letture incentrate sul genere horror, non è stata così pubblicizzata, indice che agli horror-maniaci piace ben altro tipo di carne e che davvero qualcuno voleva fornirle un trampolino di lancio più mainstream del porno, in linea con il percorso dell’attrice di lasciarselo alle spalle, (mal)visto con pregiudizio.

E allora perché scrivere un incipit citando Sasha Grey?

Perché proprio due mesi fa aveva raccontato una storia ben differente sulla sua carriera pornografica, con tratti di violente affinità a quella di Linda Lovelace, rispetto a quanto dichiarato cinque anni prima (scelta libera, mai subito un abuso, mai usato droghe, è solo business).

E il personaggio da lei interpretato, Jill Goddard, è quello di un’attrice oggetto di morbosità, hate-speech anche da parte dei media e attenzioni pericolose.

Un secondo elemento di intersecazione con l’attualità è il fenomeno (atavico) del voyeurismo nei confronti delle movie-star.

Il protagonista, Nick Chambers (Elijah Wood), è un giovane che ha vinto un contest per la realizzazione di un sito dedicato a Jill e meritevole di un incontro dal vivo con l’attrice di pessimi sci-fi, ma un uomo che si fa chiamare Chord (Neil Maskell, la cui voce e il cui accento li riconosceremmo fra un milione) lo contatta via internet per comunicargli che Jill ha cambiato idea, perché deve divertirsi con l’amante, e senza neanche lasciargli il tempo per pensare compensa il suo disappunto con la possibilità di spiare Jill, il suo telefono, il suo computer.

Nick non oppone la minima resistenza, non si pone il minimo dubbio etico e si trasforma in pochi minuti in un Jeff Jeffries nerd che realizza un sogno onanistico di cui, con il cosiddetto Fappening, abbiano soppesato l’entità e la diffusione (anche se è stato molto più avvilente, quando qualcuno ha suggerito che fosse più opportuno discorrere di stupro collettivo, monitorare le reazioni maschiliste fondate spesso su una frase che serve al villain per giustificare le sue azioni: It’s her fault).

Al termine del film comprenderemo meglio le ragioni di questa non-resistenza etica ma, di fatto, all’inizio di Open Windows, durante la conferenza stampa per la presentazione del nuovo film di Jill, vengono gettati spunti sulla pornificazione delle attrici e sul pettegolo interesse verso la loro vita privata, ripresi appena, giusto per chiudere il cerchio, nello svelamento delle intenzioni di Chord, ma in modo così frettoloso e superficiale che esse risultano non solo non agghiaccianti, ma secondarie.

Perché di tutte queste tematiche dal grande potenziale a Nacho Vigalondo non importava davvero un epico nulla o non è stato in grado di svilupparle.

D’altra parte Vigalondo, dopo il notevole Timecrimes, in cui brillava la sua capacità di gestire scenari complessi da un punto di vista spazio-temporale, si è fatto notare in corti in cui brillava la sua inettitudine nello sviluppare una storia che non fosse solo scatolame narrativo.

Per cui Open Windows è facilmente descrivibile per il film che è, ma ancora più facile è descriverlo per quello che non è diventato e non deve mai essere stato nelle intenzioni dell’autore, come se si percepisse per tutto il film un’assenza di spessore a tratti ingombrante per chi non avrebbe considerato ingombrante un po’ di spessore oltre all’intrattenimento.

Pertanto che rimane di un film che si sviluppa da un presupposto intrigante, quanto sciupato?

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ABC’s of the death 2

abcsod2Di antologie horror avevo scritto tempo fa e nell’elenco era compresa la prima serie di ABC’s of the death, nel complesso deludente, ma con una manciata di episodi di rara potenza visiva che valeva la pena scoprire.

L’impostazione concettuale della serie è superiore a quella della serie rivale, V/H/S, in cui la cornice visiva ingabbia qualsiasi guizzo creativo e all’interno della quale l’unico dato che emerge è la pigrizia offensiva di registi e autori.

Per ABC’s of the death la libertà degli autori viene, invece, dichiarata totale, non esistono fili rossi narrativi e i singoli episodi potrebbero essere collocati in qualsiasi momento della pellicola e la somma degli addendi non cambierebbe.

Un’operazione, quindi, che non prevede una tessitura orizzontale dei singoli componenti, ma solo carta bianca per l’estro dei registi.

Non ritengo che un’impostazione sia migliore di un’altra (presenza o assenza di un frame unificante), ma dati i risultati spesso sorprendenti, se non eccezionali, di questo ulteriore giro di portate horror, la seconda risulta al momento vincente sotto qualsiasi punto di vista.

Lavorare senza canoni guida da seguire è creativamente più arduo, ma può indurre a un autore a esprimersi al massimo del suo potenziale (o, al contrario, rivelare la scarsa quantità di benzina che lubrifica le sue sinapsi qualora non abbia dei guinzagli).

Su 26 capitoli è inevitabile che siano presenti episodi meno intriganti o goliardici, ma in quest’occasione la qualità media è altissima e giudicherei inqualificabili al massimo un paio di capitoli. Continua a leggere

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Lord of tears (e una nota dalla piccionaia)

lotLord of tears è una dolce offerta all’altare della Hammer Horror (ma dopo aver metabolizzato un inevitabile The night of the demon di Tourneur) ed è opportuno cogliere sin da subito questo evidente aspetto per affrontare il film con spirito pronto per un gotico vecchio stile e filologicamente tanto devoto che il recente Woman in black, che si proponeva con confezione similare, ma ben più esangue, appare anche di più il risultato di un’ibridazione con stilemi più moderni.

Operazione passatista e reazionaria?

E’ possibile, ma se gli intenti fossero stati solo questi il film sarebbe risultato imbrigliato da canoni standard con il risultato di apparire come un fredda e velleitaria pellicola ricca di recupero cinefilo, ma priva di anima.

Invece Lord of tears mette nel pentolone magico tutti gli ingredienti da manuale (la casa isolata nelle highland scozzesi, atmosfere plumbee e piovose, strapiombi e mare agitato, segreti di famiglia, folklore pagano sincretizzato con sacrifici a Moloch), ma rivitalizza la ricetta con tutti i trucchi oggi a disposizione e con un senso tragico e romantico della narrazione che ne rende emozionante la visione. Continua a leggere

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