Cinema, recensione

Autodistruzione allo specchio: The possession of Michael King e Honeymoon

PREMESSA

tpomkThe possession of Michael King appartiene al sottogenere horror che più ha riscosso consensi negli ultimi anni presso il grande pubblico (tanto da arrivare primo in classifica pure nel nostro paese, così come quella paccottiglia di medio-artigianato che è Le origini del male) e che, per idiosincrasie personali verso l’immaginario cristiano, di norma rifuggo più di quanto fuggirei da un’orda di satanassi.

Eppure il film mi ha sorpreso sotto alcuni punti di vista (il piglio baldanzoso e sadomasochista che evolve verso un finale inaspettatamente amaro e per nulla consolatorio) e mi eccita sempre la teatralità di performance attoriali molto fisiche e solitarie (in questo caso di Shane Johnson, che domina e regge tutte le scene), posto che le premesse non sono fra le più originali, dall’ateo posseduto da un vero demone o da demoni personali (il regista non è quell’invasato di Scott Derrickson per cui è chiaro da quale parte penda la bilancia delle ipotesi) allo stile mockumentaristico che, per quanto usato con una cura comunque da celare per non perdere l’effetto di realismo, ha raggiunto un livello di saturazione tale in termini di quantità di produzioni da essere diventato di maniera e una gabbia difficilmente infrangibile dalla personalità del regista che può lavorare su settori come montaggio, inquadrature, sonoro, ma entro codici sempre più standard che solo pochi creativi sanno piegare alla propria visione (The Bay, Lake Mungo, Children of sorrow, Megan is missing per citare alcuni esempi di mia conoscenza notevoli, dissimili l’uno dall’altro e distanti da una formalità immediatamente riconoscibile come quella della serie Paranormal activity).

honeymoonIl giorno dopo la visione del chiaccherato Honeymoon (prescindibile, ma intrigante, se volete un take-home message) mi è tornato in mente The possession of Michael King perché per oscure strade sinaptiche si è aperta la possibilità di una visione in parallelo fra queste due opere prime e di considerazioni sull’approccio alla stessa macrocategoria cronenberghiana (includente cambiamenti della psiche e quindi modificazioni corporee) in una pellicola al maschile (diretta e sceneggiata da David Jung) e in una pellicola con un forte connotato femminile (diretta da Leigh Janiak, cosceneggiata con Phil Graziadei). Continua a leggere

Standard
Cinema

Found

found1. Fuck PG-13 movies!

8000 dollari di budget raccolti in parte attraverso donazioni in rete grazie anche al supporto del giro delle testate online sui film di genere, che non hanno paragoni in termini di qualità e professionalità con alcuna realtà italiana, men che meno cartacea.

Un gruppo di creativi polivalenti costituito per la quasi totalità da assoluti esordienti, dagli attori agli addetti al sonoro.

Una visione ampia delle potenzialità dell’horror che abbraccia il semplice shock (and oh, there will be blood!) così come puntuali, semplici e ferali quesiti sulla genesi del male, che tiene un piede saldo sul pedale dell’effetto nostalgia, che commuove la generazione educata dagli slasher tra gli anni ’80 e ’90, e un altro inaspettatamente più saldo nella descrizione di una parabola di bellezza americana.

Immaginate che il sacchetto svolazzante di American Beauty si trasformi in una testa mozzata grondante sangue e potete entrare nello spirito amaro dell’omonimo racconto scritto da Todd Rigney che ha visto la sua trasposizione in Found, un progetto davvero indie che, dopo due anni di visioni festivaliere internazionali, discreti problemi di censura nel mondo anglosassone e l’incetta di una dozzina di premi, vede finalmente una distribuzione home-video (ormai abbandonate la speranza di poter vedere una pellicola simile sul grande schermo, privilegiato sbocco fognario per film ad alto tasso di booh e paraphernalia cristiana).

Eppure scommetto che Found diventerà in breve tempo un cult (come tutti i cult è imperfetto ma accarezza corde condivise da una nicchia di fanatici che riconoscono in quel film il proprio immaginario, feticismi o stralci di vissuto personale).

Se questo è l’esordio di Scott Schirmer (che ha un curriculum di studi cinematografici e attività di produzione visiva di tutto rispetto) la speranza è che corrobori quanto possibile i legami col gruppo che ha contribuito a Found e realizzi film anche più potenti con la sua casa di produzione rimanendo nell’Indiana, non prestando orecchio a eventuali serenate dei produttori di blockbuster e restando fedele al …maybe you should watch PG13 home-movies pronunciato con disprezzo da uno dei protagonisti.

Continua a leggere

Standard
Cinema, recensione

Killers

KillersHo atteso Killers con la stessa ansia con cui Rosemary attese il suo pargolo ma, al contrario di quell’incarnazione metaforica della borghesia, non ho accettato il concepito proprio perché aveva gli occhi di suo padre, e non nonostante.

In questo caso il padre è rappresentato dagli stilemi americani che soffocano le peculiarità cinematografiche di una fetta di produzione indonesiana che in maniera dichiarata affonda le mani in idee e immaginari non propri per rilanciarli con un ritmo, una violenza e una libertà espressiva la cui mancanza ha reso asfittica una consistente parte dell’horror americano.

Il dubbio che lo spazio conquistato dai film indonesiani nei festival e sulle riviste sia dovuto al fatto che stanno diventando digeribili per un pubblico più vasto era già  insorto guardando alla progressione creativa di Joko Anwar che nell’arco di soli tre film è passato dall’essere aria nuova e talentuosa a realizzare Wrong turn à la Tarantino (ma meglio di Tarantino).

Per quanto riguarda il duo Mo Brothers, Macabre spiccava proprio per la visione artistica personale e non stereotipata, di certo non per l’essere l’ennesima rivisitazione di Non aprite quella porta, e gli assoli di Timo Tjahjanto (L is for Libido e Safe heaven) lasciavano intravedere spiragli su potenzialità infernali.

Quindi la domanda che viene formulata dal più profondo del mio cuore è: perché questo innocuo parto eutocico quando era lecito sperare in un parto cesareo condotto da un chirurgo sotto anfetamine? Continua a leggere

Standard
Flussi di incoscienza

Caro amico pro-Israele, caro amico pro-Palestina…

otisCaro amico che discuti online del conflitto israelo-palestinese, mentre un popolo viene massacrato (non solo dagli Israeliani) e l’altro sembra aver perso il lume della ragione, quindi mentre la gente muore, dai nostri scranni onniscienti abbiamo deciso di attuare una forma 2.0 di guerra.

Visti dall’esterno non so quale dei due gruppi di persone sembrerebbe più imbarazzante per la specie umana.

Penso che sia i più fieri pro-palestinesi sia i pro-israeliani spesso non possiedano che frammenti di realtà e che non compiano lo sforzo di unirli per trovare conclusioni comuni ammettendo criticità da entrambe le parti.

Non so quali bisogni anche psicologici soddisfino certe discussioni, se sia solo una reazione all’orrore o se si ambisca utopicamente a cambiare il mondo con i social-network, ma trasportare quella guerra qui, tra le nostre case ancora intere, non ha senso.

Non dovremmo essere più costruttivi, noi che abbiamo il lusso di potercelo ancora permettere?

Mi permetto, pertanto, di rivolgermi a un ipotetico amico pro-Israele e a uno pro-Palestina (quindi non a chi non esprime la sua opinione: magari sta a questi miei amici convincerli) proponendo alcuni consigli di comunicazione per una discussione costruttiva e che serva almeno per crescere a livello di informazione (se poi sapete già tutto, buon per voi: sospetto che non sia così per l’italiano medio).

Li chiamo appositamente pro- perché mi rivolgo in modo specifico a coloro che non vogliono assolutamente ascoltare l’altro (nemmeno una volta identificati gli interlocutori impossibili): a mio avviso state sbagliando e se vi togliete quel coltello fra i denti potreste provarci.

Chi non esprime la sua opinione, forse, vi ascolterà più volentieri.

(Il testo è suscettibile di modifiche accogliendo eventuali suggerimenti da parte di chi sia davvero esperto di comunicazione). Continua a leggere

Standard
Cinema

Enemy

enemyParte 1: tesi (no spoiler)

Denis Villeneuve ha acquisito notorietà grazie a Prisoners, mentre in pochi conosco i suoi antecedenti lavori sperimentali.

Mi colloco tra i detrattori di Prisoners (irritante, derivativo, involontariamente fascistoide), ma non si può certo negare che Villeneuve non sappia creare un’atmosfera intimidatoria e che i problemi di quel film nascessero prima di tutto da uno script cerebralmente piatto.

Mentre terminava le riprese di Prisoners, Villeneuve gestiva anche la post-produzione di Enemy, film che rafforza l’idea che il precedente sia il risultato di una sensibilità e di uno stile personale applicati a una storia non adatta e che non interessava davvero al regista (almeno nei suoi aspetti thriller), mentre l’impressione che si ricava da Enemy è che sia un film che ha amato dirigere e pienamente suo.

Basata nei suoi passaggi nodali su L’uomo duplicato di Saramago (libro non meno enigmatico e con un finale altrettanto criptico e aperto a diverse interpretazioni), la sceneggiatura di Javier Gullon (Hierro, stilizzato film di Gabe Ibanez interessante solo per ambientazione ed eleganza visiva, ed El rey de la montana) ne è una rilettura che offrirebbe materiale di discussione onanistica per molti psicologi e in cui vengono accentuate le sfumature più oscure legate al desiderio sessuale, asciugandone la trama e concedendo margine di azione sia al regista sia agli attori, che spesso hanno improvvisato le interazioni, soprattutto quelle fisiche, in un’interessante ricerca di realismo anche nei momenti di maggiore intimità.

Adam, professore di storia con una vita scandita da lezioni, studio e sesso frustrato con la propria compagna (Melanie Laurent) scopre che esiste un suo sosia, Anthony, estroverso attore con una irrilevante carriera cinematografica, in attesa di un figlio dalla moglie (Sarah Gadon, ormai considerabile la talentuosa figlia adottiva dei Cronenberg) e con inquietanti passatempi privati.

Continua a leggere

Standard
Cinema, recensione

The strange color of your body’s tears (L’étrange couleur des larmes de ton corp)

tscoybtIl paradosso: essersi immersi in L’étrange couleur des larmes de ton corp dopo essere rimasti impressionati dal talento visivo dimostrato dal duo Cattet-Forzani in Amer, rimpiangere di aver visto Amer perché i due film sono facce della stessa medaglia e questo rende più agevole lettura e comprensione, ma attutisce di poco la potenza di un assalto sinestetico che è soffocante ed esaltante al contempo.

Le premesse e le considerazioni di base sono le stesse che ho già illustrato per Amer (e per chi ama giocare a cogliere i riferimenti celati nella colonna sonora, ancora una volta de-costruita, consiglio questa guida che apre un varco temporale su un cinema negletto di cui vengono recuperati i migliori elementi estetici e non gli elementi innocui da stereotipo, dato che differenzia il duo belga da qualsiasi operazione à la Tarantino).

Su questa progettualità nel ricollocare le proprie storie fuori dal tempo ricreando un’atmosfera retrò dalla cornice italiana (persino il titolo rimanda a Tutti i colori del buio di Sergio Martino), ma dal contenuto fieramente belga (perché copiare i barocchismi architettonici di Suspiria quando Victor Horta ha creato i più intricati labirinti mentali Art Nouveau sparsi per Bruxelles in cui far perdere i propri personaggi? Perché realizzare un’intera sequenza che rimanda a Eraserhead senza attingere proprio a Magritte?), i registi impostano un sovraccarico sensoriale che sfida lo spettatore moderno mediamente affetto da ADHD.

Ogni dettaglio deve far urlare lo spettatore, sosteneva Hitchcock, e la regola viene applicata con una minuziosità e maniacalità brillanti e tali da costringere lo spettatore a tenere i sensi sempre accesi per tutta la durata del film. Continua a leggere

Standard
Cinema, recensione

Under the skin

utsUnder the skin, nonostante al Festival di Venezia del 2013 abbia ricevuto attenzione soprattutto per i fischi ricevuti da parte della critica (in particolare italiana) e del pubblico, è diventato uno dei film più discussi persino sulle riviste di genere (per la cornice horror-scifi) ed esaltati dalla critica (in particolare americana) con feroci eccezioni rappresentate soprattutto da coloro che l’omonimo libro di 14 anni fa di Michel Faber lo avevano letto.

Talora si afferma che se un film genera dibattito allora è un film per cui vale la pena spendere del tempo, perché sicuramente conterrà germi per chissà quali discussioni e riflessioni.

E’ un affermazione fallace perché spesso di un’opera artistica si dibatte per gli aspetti negativi o pruriginosi, per cui un dibattito acceso non è un parametro predittivo del valore dell’opera, soprattutto quando la media delle recensioni positive è riassumibile in a) namedropping di registi culturalmente altisonanti (ma non certo sconosciuti) e b) incomprensibile, ma affascinante.

Fascinazione che assomiglia a quella di un bambino che non ha mai visto accese le luci che decorano un albero natalizio. Continua a leggere

Standard