Cinema, recensione

The town that dreaded sundown (1976-2014)

tttdsRemake, fonti originali e altri miracoli moderni

Per una valutazione analitica e completa di un film, al di là di osservazioni sul livello qualitativo (diverse a seconda della propria preparazione tecnica o della destinazione finale di un testo) e di altre di matrice viscerale e personale, considero spesso necessario conoscerne le fonti d’origine qualora si tratti di remake, sequel o, più diffusamente, film tratti da libri.

E’ una considerazione che ritengo sempre più valida quante più volte approfondisco le fonti di un film in quanto questi elementi aggiuntivi consentono di avvicinarsi a un tassello non trascurabile in una disamina che voglia ambire ad essere analitica: il processo creativo.

Come si può comprendere davvero un’operazione artistica se, oltre alle tecniche messe in atto, non vengono intercettati i passaggi mentali che hanno indotto un autore (regista, sceneggiatore, direttore della fotografia) a effettuare determinate scelte narrative o visive?

Di recente me ne sono convinto definitivamente dopo la visione di Under the skin, per la precisione proprio dopo la sua immagine conclusiva.

Avere letto il libro di Michel Faber permette di cogliere da una parte la provenienza di quella scena, ma anche di evidenziarne i radicali slittamenti di contesto e significato apportati da Glazer consentendo un’interpretazione più solida delle intenzioni del regista.

Posto che ci interessi, posto che non sempre è possibile, posto che riuscire a individuare le elucubrazioni di un artista è affascinante, divertente ed evita fraintendimenti che potrebbero essere causa di ingiuste critiche (o di critiche anche più solide).

Nella stessa ottica ho guardato in successione The town that dread sundown diretto da Alfonso Gomez-Rejon e l’originale La città che aveva paura diretto da Charles B. Pierce nel 1976 e la visione combinata ha influenzato una valutazione finale più positiva del primo.

Provo una diffidenza, che sfocia nella repulsione, per i remake, non perché il concetto in sé m’infastidisca, ma perché nella maggior parte dei casi si tratta dell’equivalente di liofilizzazzione a fini di PG-13 o di pratiche medievali di stupro artistico (se non culturale nel caso di film orientali, una pratica razzista, sciovinista e arrogante che si scontra sempre con la superiorità degli originali).

E non apro parentesi sui remake delle serie televisive che nascono in parte dalle stesse motivazioni e si addentrano in paludi in cui non esiste vergogna né per l’infima qualità né per il plagio.

Finché un remake degli yankee investe prodotti di purissimo artigianato yankee (un serial-killer mascherato soprannominato The phantom massacra coppie nella città di Texarkana), non solo non sono contrario per principio, ma ritengo che sia anche auspicabile che quel remake possa tramutarsi in un’operazione di omaggio e ringiovanimento per film che non abbiano resistito alla prova del tempo (il dramma corre sul filo tra ciò che è auspicato e i risultati). Continua a leggere

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The canal

thecanalLe prime due sequenze di The canal racchiudono l’essenza del film che, per sgombrare subito il campo dagli elementi più discutibili, è uno dei più derivativi e meno originali degli ultimi anni (al pari, comunque, di una di quelle pellicole che intasano i primi posti delle classifiche), d’altro canto è onesto nei suoi intenti di intrattenimento, ma intrigante, se non spesso ambizioso, nella sua progettualità artistica e tecnica.

David (Rupert Evans, sottilmente abile nel far trapelare squarci di follia sotto una superficie bella in modo canonico e rassicurante) è un archivista cinematografico, coadiuvato nel suo lavoro da Claire (Antonia Campbell-Hughes, stereotipo della bruttina che arde di passione neanche tanto poco esibita per il collega).

Le figure di David e Claire si stagliano in primo piano su uno sfondo rosso, come una versione malevola di un green-screen, e David si rivolge guardando in camera a un pubblico di bambini esagitati, che deve convincere a prestare attenzione ai vecchi filmati che sta per mostrare, e il cui chiacchiericcio in sala si sentiva già sui crediti iniziali, come spesso accade in una vera sala cinematografica.

Who wants to see some ghosts? Ghosts?

Una semplice parola, le sinapsi che l’hanno registrata si attivano e il silenzio cala.

Let’s just watch it.

E un assalto di coltellate visive montato da Robin Hill (Kill list, Sightseers), responsabile di un gioco quasi sperimentale di fratturazione del ritmo che sostiene la tensione per tutto il film, introduce il secondo elemento peculiare di The canal.

Fantasmi e visioni. Continua a leggere

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Open windows

owNon sono molti i motivi per cui scrivere un post su Open windows e se qualcuno si è interessato al film per la presenza di Sasha Grey può pure rasserenarsi, intanto le sue doti recitative sono meno che mediocri e soprattutto per una certa tipologia di spettatore non avrebbero costituito elemento di valutazione.

La presenza di Sasha Grey, almeno tra le mie letture incentrate sul genere horror, non è stata così pubblicizzata, indice che agli horror-maniaci piace ben altro tipo di carne e che davvero qualcuno voleva fornirle un trampolino di lancio più mainstream del porno, in linea con il percorso dell’attrice di lasciarselo alle spalle, (mal)visto con pregiudizio.

E allora perché scrivere un incipit citando Sasha Grey?

Perché proprio due mesi fa aveva raccontato una storia ben differente sulla sua carriera pornografica, con tratti di violente affinità a quella di Linda Lovelace, rispetto a quanto dichiarato cinque anni prima (scelta libera, mai subito un abuso, mai usato droghe, è solo business).

E il personaggio da lei interpretato, Jill Goddard, è quello di un’attrice oggetto di morbosità, hate-speech anche da parte dei media e attenzioni pericolose.

Un secondo elemento di intersecazione con l’attualità è il fenomeno (atavico) del voyeurismo nei confronti delle movie-star.

Il protagonista, Nick Chambers (Elijah Wood), è un giovane che ha vinto un contest per la realizzazione di un sito dedicato a Jill e meritevole di un incontro dal vivo con l’attrice di pessimi sci-fi, ma un uomo che si fa chiamare Chord (Neil Maskell, la cui voce e il cui accento li riconosceremmo fra un milione) lo contatta via internet per comunicargli che Jill ha cambiato idea, perché deve divertirsi con l’amante, e senza neanche lasciargli il tempo per pensare compensa il suo disappunto con la possibilità di spiare Jill, il suo telefono, il suo computer.

Nick non oppone la minima resistenza, non si pone il minimo dubbio etico e si trasforma in pochi minuti in un Jeff Jeffries nerd che realizza un sogno onanistico di cui, con il cosiddetto Fappening, abbiano soppesato l’entità e la diffusione (anche se è stato molto più avvilente, quando qualcuno ha suggerito che fosse più opportuno discorrere di stupro collettivo, monitorare le reazioni maschiliste fondate spesso su una frase che serve al villain per giustificare le sue azioni: It’s her fault).

Al termine del film comprenderemo meglio le ragioni di questa non-resistenza etica ma, di fatto, all’inizio di Open Windows, durante la conferenza stampa per la presentazione del nuovo film di Jill, vengono gettati spunti sulla pornificazione delle attrici e sul pettegolo interesse verso la loro vita privata, ripresi appena, giusto per chiudere il cerchio, nello svelamento delle intenzioni di Chord, ma in modo così frettoloso e superficiale che esse risultano non solo non agghiaccianti, ma secondarie.

Perché di tutte queste tematiche dal grande potenziale a Nacho Vigalondo non importava davvero un epico nulla o non è stato in grado di svilupparle.

D’altra parte Vigalondo, dopo il notevole Timecrimes, in cui brillava la sua capacità di gestire scenari complessi da un punto di vista spazio-temporale, si è fatto notare in corti in cui brillava la sua inettitudine nello sviluppare una storia che non fosse solo scatolame narrativo.

Per cui Open Windows è facilmente descrivibile per il film che è, ma ancora più facile è descriverlo per quello che non è diventato e non deve mai essere stato nelle intenzioni dell’autore, come se si percepisse per tutto il film un’assenza di spessore a tratti ingombrante per chi non avrebbe considerato ingombrante un po’ di spessore oltre all’intrattenimento.

Pertanto che rimane di un film che si sviluppa da un presupposto intrigante, quanto sciupato?

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ABC’s of the death 2

abcsod2Di antologie horror avevo scritto tempo fa e nell’elenco era compresa la prima serie di ABC’s of the death, nel complesso deludente, ma con una manciata di episodi di rara potenza visiva che valeva la pena scoprire.

L’impostazione concettuale della serie è superiore a quella della serie rivale, V/H/S, in cui la cornice visiva ingabbia qualsiasi guizzo creativo e all’interno della quale l’unico dato che emerge è la pigrizia offensiva di registi e autori.

Per ABC’s of the death la libertà degli autori viene, invece, dichiarata totale, non esistono fili rossi narrativi e i singoli episodi potrebbero essere collocati in qualsiasi momento della pellicola e la somma degli addendi non cambierebbe.

Un’operazione, quindi, che non prevede una tessitura orizzontale dei singoli componenti, ma solo carta bianca per l’estro dei registi.

Non ritengo che un’impostazione sia migliore di un’altra (presenza o assenza di un frame unificante), ma dati i risultati spesso sorprendenti, se non eccezionali, di questo ulteriore giro di portate horror, la seconda risulta al momento vincente sotto qualsiasi punto di vista.

Lavorare senza canoni guida da seguire è creativamente più arduo, ma può indurre a un autore a esprimersi al massimo del suo potenziale (o, al contrario, rivelare la scarsa quantità di benzina che lubrifica le sue sinapsi qualora non abbia dei guinzagli).

Su 26 capitoli è inevitabile che siano presenti episodi meno intriganti o goliardici, ma in quest’occasione la qualità media è altissima e giudicherei inqualificabili al massimo un paio di capitoli. Continua a leggere

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Lord of tears (e una nota dalla piccionaia)

lotLord of tears è una dolce offerta all’altare della Hammer Horror (ma dopo aver metabolizzato un inevitabile The night of the demon di Tourneur) ed è opportuno cogliere sin da subito questo evidente aspetto per affrontare il film con spirito pronto per un gotico vecchio stile e filologicamente tanto devoto che il recente Woman in black, che si proponeva con confezione similare, ma ben più esangue, appare anche di più il risultato di un’ibridazione con stilemi più moderni.

Operazione passatista e reazionaria?

E’ possibile, ma se gli intenti fossero stati solo questi il film sarebbe risultato imbrigliato da canoni standard con il risultato di apparire come un fredda e velleitaria pellicola ricca di recupero cinefilo, ma priva di anima.

Invece Lord of tears mette nel pentolone magico tutti gli ingredienti da manuale (la casa isolata nelle highland scozzesi, atmosfere plumbee e piovose, strapiombi e mare agitato, segreti di famiglia, folklore pagano sincretizzato con sacrifici a Moloch), ma rivitalizza la ricetta con tutti i trucchi oggi a disposizione e con un senso tragico e romantico della narrazione che ne rende emozionante la visione. Continua a leggere

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Autodistruzione allo specchio: The possession of Michael King e Honeymoon

PREMESSA

tpomkThe possession of Michael King appartiene al sottogenere horror che più ha riscosso consensi negli ultimi anni presso il grande pubblico (tanto da arrivare primo in classifica pure nel nostro paese, così come quella paccottiglia di medio-artigianato che è Le origini del male) e che, per idiosincrasie personali verso l’immaginario cristiano, di norma rifuggo più di quanto fuggirei da un’orda di satanassi.

Eppure il film mi ha sorpreso sotto alcuni punti di vista (il piglio baldanzoso e sadomasochista che evolve verso un finale inaspettatamente amaro e per nulla consolatorio) e mi eccita sempre la teatralità di performance attoriali molto fisiche e solitarie (in questo caso di Shane Johnson, che domina e regge tutte le scene), posto che le premesse non sono fra le più originali, dall’ateo posseduto da un vero demone o da demoni personali (il regista non è quell’invasato di Scott Derrickson per cui è chiaro da quale parte penda la bilancia delle ipotesi) allo stile mockumentaristico che, per quanto usato con una cura comunque da celare per non perdere l’effetto di realismo, ha raggiunto un livello di saturazione tale in termini di quantità di produzioni da essere diventato di maniera e una gabbia difficilmente infrangibile dalla personalità del regista che può lavorare su settori come montaggio, inquadrature, sonoro, ma entro codici sempre più standard che solo pochi creativi sanno piegare alla propria visione (The Bay, Lake Mungo, Children of sorrow, Megan is missing per citare alcuni esempi di mia conoscenza notevoli, dissimili l’uno dall’altro e distanti da una formalità immediatamente riconoscibile come quella della serie Paranormal activity).

honeymoonIl giorno dopo la visione del chiaccherato Honeymoon (prescindibile, ma intrigante, se volete un take-home message) mi è tornato in mente The possession of Michael King perché per oscure strade sinaptiche si è aperta la possibilità di una visione in parallelo fra queste due opere prime e di considerazioni sull’approccio alla stessa macrocategoria cronenberghiana (includente cambiamenti della psiche e quindi modificazioni corporee) in una pellicola al maschile (diretta e sceneggiata da David Jung) e in una pellicola con un forte connotato femminile (diretta da Leigh Janiak, cosceneggiata con Phil Graziadei). Continua a leggere

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Cinema

Found

found1. Fuck PG-13 movies!

8000 dollari di budget raccolti in parte attraverso donazioni in rete grazie anche al supporto del giro delle testate online sui film di genere, che non hanno paragoni in termini di qualità e professionalità con alcuna realtà italiana, men che meno cartacea.

Un gruppo di creativi polivalenti costituito per la quasi totalità da assoluti esordienti, dagli attori agli addetti al sonoro.

Una visione ampia delle potenzialità dell’horror che abbraccia il semplice shock (and oh, there will be blood!) così come puntuali, semplici e ferali quesiti sulla genesi del male, che tiene un piede saldo sul pedale dell’effetto nostalgia, che commuove la generazione educata dagli slasher tra gli anni ’80 e ’90, e un altro inaspettatamente più saldo nella descrizione di una parabola di bellezza americana.

Immaginate che il sacchetto svolazzante di American Beauty si trasformi in una testa mozzata grondante sangue e potete entrare nello spirito amaro dell’omonimo racconto scritto da Todd Rigney che ha visto la sua trasposizione in Found, un progetto davvero indie che, dopo due anni di visioni festivaliere internazionali, discreti problemi di censura nel mondo anglosassone e l’incetta di una dozzina di premi, vede finalmente una distribuzione home-video (ormai abbandonate la speranza di poter vedere una pellicola simile sul grande schermo, privilegiato sbocco fognario per film ad alto tasso di booh e paraphernalia cristiana).

Eppure scommetto che Found diventerà in breve tempo un cult (come tutti i cult è imperfetto ma accarezza corde condivise da una nicchia di fanatici che riconoscono in quel film il proprio immaginario, feticismi o stralci di vissuto personale).

Se questo è l’esordio di Scott Schirmer (che ha un curriculum di studi cinematografici e attività di produzione visiva di tutto rispetto) la speranza è che corrobori quanto possibile i legami col gruppo che ha contribuito a Found e realizzi film anche più potenti con la sua casa di produzione rimanendo nell’Indiana, non prestando orecchio a eventuali serenate dei produttori di blockbuster e restando fedele al …maybe you should watch PG13 home-movies pronunciato con disprezzo da uno dei protagonisti.

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