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L’onda

ondaDurante una settimana dedicata ad un corso sull’autocrazia, il professor Wenger decide di insegnare ai suoi studenti i meccanismi base delle dittature (il potere attraverso la disciplina e l’azione) creando con loro un gruppo cameratesco denominato “L’onda”.

Nell’arco di quei giorni la situazione prende una piega imprevista e la situazione sfugge al controllo del suo fuhrer.

Basato sull’omonimo racconto di Todd Strasser, e ispirato all’esperimento realmente condotto nel 1967 da Ron Jones, mi domando quale profonda valenza intellettuale si possa reperire in questo film, al di là della provocazione di fondo.

Eppure di questo film se ne è discusso tanto e ha raccolto diversi consensi; a parer mio, ben al di là dei suoi meriti minimali.

Al termine della visione si prova il forte il desiderio di invadere la Germania e di etichettare “L’onda” come il remake teutonico de “La rivincita dei nerd”.

La domanda iniziale è: “Esiste il pericolo che in Germania possa tornare la dittatura?”.

La risposta non può che essere che rispetto a quei ragazzi un esercito di Hello Kitty è molto più pericoloso. Continua a leggere

Subconscious cruelty

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Un giovane artista canadese, Karim Hussain, raccogliendo tutta la tradizione cinematografica di devianze carnali prodotte da Cronenberg, Barker e Tsukamoto e recuperando uno spirito anarchico-hippie retrodatato, realizza nel corso di alcuni anni ostinati un cult destinato a essere etichettato come pura provocazione fine a se stessa e pornografia estrema d’autore.

Fuori tempo massimo tematicamente (Videdrome”, 1981; “Hellraiser”, 1987; “Tetsuo”, 1989), “Subconscious cruelty” è attraversato da una voglia di scioccare che rasenta l’ossessione, colmo fino all’orlo di una ferocia da adolescente disturbato che si è posto un unico obiettivo: la dissacrazione di ogni simulacro, di ogni taboo, di ogni possibile censura su ciò che mai si potrebbe rappresentare o anche solo pensare.

Questa violenza incontrollata è trasposta su schermo con una ricercatezza visiva tra il pittorico e il lisergico che rende il film un’esperienza culturalmente inerte, ma sensorialmente devastante.

E’ come se il Ken Russel di “Stati di allucinazione” e de “I diavoli” si fosse alleato con Joe D’Amato e George Romero nel creare una droga killer di celluloide.

Vi avviso.

Ciò che viene mostrato è spesso inaudito, per cui avvicinatevi a “Subconscious cruelty” con cautela, se non siete cresciuti a pane e Buttgereit, e anche se ho edulcorato il testo, eventualmente soprassedete alla lettura del post. Continua a leggere

behind_the_mask

Dato che questo film del 2006 è reperibile da pochi mesi pure in Italia, vale proprio la pena parlarne, perchè per gli amanti degli slasher “Behind the mask” è una piccola perla di originalità, divertimento e inventiva cinematografica.

Nulla che faccia tremare le ignobili vie dell’horror americano, ma sicuramente è un’intelligente boccata d’ossigeno.

Un gruppetto di giovani giornalisti rampanti, dediti a raccontare le storie dei serial-killer più famosi delle saghe horror, come se fossero reali, entra in contatto con Leslie Vernon, apprendista omicida che concede la possibilità di farsi riprendere durante le fasi della preparazione del suo primo massacro di gruppo.

Leslie racconta di essere stato gettato a 10 anni nelle cascate della cittadina di Glen Echo dagli abitanti che lo credevano posseduto dopo che uccise i genitori aguzzini.

Nonostante stiano riprendendo la nascita di una nuova stella dell’orrore, i giornalisti seguono i passi del folle fino al momento in cui Leslie Vernon rivelerà al mondo la sua esistenza.

E il geniale inganno di morte da lui architettato. Continua a leggere

The horsemen

The-horsemenIl ritrovamento di alcuni denti strappati, posti in una coppa come in rituale, e del cadavere di una donna appesa a ganci per pratiche di sospensione,  danno l’avvio ad un’indagine che conduce presto all’arresto della figlia adottiva della seconda vittima, la quale sotto interrogatorio non rivela nulla fino a che una svolta arriva dalla lettura dell’Apocalisse.

Prodotto da Michael Bay, diretto da Jonas Akerlund, sceneggiato da Dave Callaham (“Doom”), “The horsemen” è un pastrocchio colossale talmente mal progettato e mal sceneggiato che neanche un genio avrebbe potuto ricavarne un risultato dignitoso.

Nonostante siano chiare le intriganti idee dietro la storia, i problemi si accumulano in corso di narrazione fino ad arrivare ad un non-sense a cui è troppo tardi per porre rimedio. Continua a leggere

Drag me to hell

dmthPer una vera recensione del film, un fallimento di proporzioni inaudite sul quale non vale neanche la pena di profondere più di tre righe, vi rimando al post di Elvezio Sciallis, che avuto la pazienza di discuterne, usando toni rispettosi che, a parer mio, questo giro su un’attrazione da parco giochi per infanti, scritto e diretto malamente, montato peggio, tutto basato su cheap-thrills e trovate demenziali, in cui non c’è un solo elemento degno di nota, non merita assolutamente.

“Drag me to hell” è un film fondamentale nella cinematografia horror americana.

Sancisce definitivamente la morte del genere in salsa yankee, il suo sacrificio sull’altare dell’horror-teen, la sua trasmutazione definitiva nel proseguimento della serie Scary Movie sotto mentite spoglie.

E’ un’opera seminale, al di là dell’opera stessa, perchè mai si è assistito ad uno spettacolo tanto imbarazzante esaltato dalla quasi totalità dei critici con parole roboanti o insensate (da divertente a terrificante).

E solo  il remake di “Venerdì 13″ è riuscito a fare peggio a livello di incassi, con un calo dell’80% già alla settimana successiva.

Lo scollamento finale tra una critica che fa corporazione con Hollywood ed un pubblico che riesce ad essere ingannato solo nel primo weekend di uscita, a causa dell’hype e dei commenti positivi, è ormai a livelli insanabili. Continua a leggere

Dard divorce

ddNathalie, avvocatessa alcolizzata, ha deciso di divorziare dal marito, il fallito Tim.

La causa per l’affidamento dei figli è in corso e Tim ha a disposizione un ultimo weekend per trascorrere del tempo coi propri bambini

Mentre Nathalie è sola a casa, il cane scompare e un foglio con la misteriosa scritta dard viene lasciato sul pavimento.

Poco dopo un sanguinante Tim compare all’improvviso, e prima di morire rivela a Nathalie che i loro insopportabili pargoli sono stati rapiti.

La polizia non sa quale pista seguire e affida la protezione della donna ad un agente.

E che il massacro cominci.

Buttgereit, Schnaas e Ittenbach sono considerati una specie di malsana trinità dello splatter.

Se il primo è un genio (“Nekromantik”, “Der Todesking”) e il secondo (“Violent shit”) è un folle a piede libero, il terzo risulta essere inqualificabile.

Solo che il sottoscritto appena legge l’aggettivo estremo entra in una fase preorgasmica e deve assolutamente cercare soddisfazione, anche a rischio di perdere quasi due ore con un film che più risulta essere pretenzioso, più risulta involontariamente comico.

Il problema fondamentale di Ittenbach è che si prende maledettamente sul serio, pensa di dirigere dei capolavori, inietta nei suoi prodotti elementi autoriali che non gli appartengono, e stonano, e quel che è peggio si circonda di attori inetti altrettanto presuntuosi (in questo caso la protagonista è la moglie e data la sua performance capisco perchè il consorte le faccia subire ogni tipo di tortura). Continua a leggere

Imago Mortis

imCoproduzione italo-spagnolo-irlandese, anche a livello di sceneggiatura (il regista Stefano Bessoni, Luis Berdejo, con la collaborazione, tra gli altri, di Richard Stanley) “Imago Mortis” ha ottenuto scarsa visibilità in Italia, nonostante qualcuno sperasse che avrebbe rappresentanto un punto di svolta nella filmografia horror nostrana, ormai un lontano ricordo dal sapore vintage.

Per far resuscitare un cadavere così putrefatto sarà necessario molto tempo, sarà necessario qualche autore dalla personalità forte, saranno necessari originalità e uno sguardo aggiornato sull’evoluzione entusiasmante che al di là dei nostri confini (Francia e Spagna, in particolare, nell’arco di pochi anni ci hanno già regalato dei capolavori)  ha tirato fuori il genere horror dalla fogna in cui era precipitato, anche a causa di una produzione statunitense che continua a partorire ignobili remake all’acqua di rose.

Nonostante il mio potenziale tifo campanilistico, e nonostante alcune indubbie qualità del regista Bessoni che mi hanno sorpreso in positivo (come si può non essere prevenuti verso un film italiano, con tutti i soldi che costano e la scarsa qualità che offrono?), non ritengo “Imago Mortis” un segno di resurrezione italica, e i motivi non solo sono numerosi, ma palesi anche ad occhio inesperto. Continua a leggere

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