Cinema, recensione

Gone girl (L’amore bugiardo)

ggIl post è rivolto a chi abbia già visto il film diretto da David Fincher o letto l’omonimo libro di Gillian Flynn dato che contiene numerosi accenni alla trama. Anche voi uccidereste se qualcuno ve la rivelasse.

Sommario

1.Introduzione

2.Le tre note dolenti

a) Il matrimonio: una forma astratta di body-horror

b) Misoginia: la seconda corda

c) Sweet dreams are made of this: la terza corda

3.Il film (oltre ai commenti sparpagliati nel soprastante sparpagliamento di idee)

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Cinema

Tusk

TuskUna regola che seguo da tempo è quella di non scrivere a proposito di film che non siano stati di mio gradimento cercando di limitare il numero dei post e di dedicarli solo a quelle pellicole che, pur con i loro eventuali difetti, meritano una visione.

Nel caso di Tusk compio un’eccezione notevole perché da una parte mi ha irritato, dall’altra la prima metà del film riesce a intrigare prima che Kevin Smith, come il suo personaggio, si faccia prendere dal panico e non sappia più che pesci pigliare.

Pertanto più che una recensione quello sottostante è un commento a margine, visceralmente personale (sono certo che molti, più teneri di cuore o che non amano essere picchiati dai film, non concorderanno col mio punto di vista), concentrato sulla seconda parte e il finale, di conseguenza comprensibile solo per chi abbia visto Tusk e da evitare per gli altri.

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The Babadook

tbThe Babadook è il thriller psicologico più chiaccherato e acclamato dell’anno, anche se la macchina promozionale lo svende da mesi come un horror soprannaturale sulla scia di The conjuring.

Non uso la definizione di thriller psicologico per puntiglio, ma perché, sebbene incompleta e non renda appieno le diverse sfumature del film, è meno fuorviante di qualsiasi paragone con i film di James Wan con i quali non condivide due elementi: la forma e il background cinematografico in cui The babadook pesca a piene mani.

Inoltre è la dicitura esatta presente anche sul sito ufficiale che non nega un altro dato peculiare del film: l’essere estremamente derivativo (….in the tradition of Polanski’s classic domestic horrors…).

In questo caso la referenzialità non è a priori un elemento negativo (sembreremmo uno di quegli stolti ignoranti che si scaglia contro gli scienziati che appaiono arroganti solo perché hanno studiato e, banalmente, sanno cose).

C’è un intento manifesto di collocarsi nella storia dell’horror da parte della regista e sceneggiatrice Jennifer Kent che osa senza pudore meta-citare in alcune sequenze decenni di iconografia dell’incubo, da Mélies a Mario Bava, da Kubrick fino a De Palma, dai manifesti di Howard Thurston fino ad ampie spruzzate di Lynch.

Tuttavia è proprio il mettere le carte in tavola, l’esporre il proprio immaginario con affetto e rielaborarlo che mette in risalto gli elementi singolari intorno a cui si coagula la personalità di The babadook.

Questa deriva da due scelte fondamentali.

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Aux yeux des vivants (Among the living)

aydvFrom the cradle to the grave

Un prologo ombelicale non è mai buon segno, per qualsiasi film.

Una complice strizzatina d’occhio mentre si sussurra Siamo tornati! può essere in linea con Joss Whedon, meno con coloro che grazie a un solo film sono stati le nuove promesse dell’horror francese e sulla bocca di tutti gli horror-maniaci per la violenza rappresentata o per aver rinunciato a progetti hollywoodiani di richiamo per mancanza di libertà artistica (competendo con orgogliosa testardaggine col connazionale Laugier e salutando da lontano la promessa già appassita e fagocitata, Aja).

La visione di Béatrice Dalle in avanzato stato di gravidanza è, appunto, una trovata macabra e simpatica che rimanda A l’Intérieur, e stabilisce un ponte persino con X, che per almeno trenta secondi lascia presagire un disastro da esaurimento di idee.

Appartamento povero e lurido, un marito in stato catatonico che lo è altrettanto e un improvviso gesto di follia della donna non lascia tempo ai nostri malumori: con un coltello da cucina ferisce un figlio (di cui osserviamo la sagoma anomala dietro una tenda) e si squarcia il ventre prima di sgozzarsi.

Il marito salverà il prodotto di quel cesareo improvvisato e lo nasconderà per accudirlo.

11 anni dopo tre compagni di scuola scopriranno dove, provocando una sanguinosa catena di eventi.

Tutto questo avviene nei primi cinque minuti, quel che si chiama tornare in società provocando rumore ed è questo tipo di assalto senza sosta che salva Aux yeux des vivants dall’essere considerato solo un bozzolo, una missione incompiuta.

Il migliore aggettivo con cui definire Aux yeux des vivants lo hanno usato gli stessi registi, Julien Maury e Alexandre Baustillo, nel corso di alcune interviste: un film immaturo.

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Scalene (e di polemiche effimere su misoginia e omofobia nei film)

scalenePerceptual thriller

Questa è la definizione con la quale Zack Parker, regista e co-sceneggiatore con Brandon Owens, etichetta la sua stessa creatura, Scalene, risultato di un notevole sforzo in sede di scrittura per costruire un modello compiuto, e non solo una suggestione imperfetta, di psicogeometria.

Tre lati uniti da angoli differenti.

Tre personaggi psicologicamente diseguali la cui ricerca di serenità mentale si scontra con la stessa ricerca, attuata in modo disperato, dagli altri due.

Un panorama umano fatto d’incomunicabilità, egoismo ed egotismo dagli esiti devastanti.

Il prossimo diventa ostacolo da distruggere o mezzo attraverso cui, anche inconsciamente, realizzarsi.

La percezione del prossimo, in un senso o nell’altro, porta non solo a cogliere in modo selettivo sfumature della realtà, ma conduce anche a distorsioni o interpretazioni fin troppo soggettive.

Questa la sintesi delle dinamiche d’interazione fra i protagonisti entro cui Parker e Owens sviluppano la storia di una madre, Janice, in cerca di vendetta dopo che il figlio Jakob (di quasi trent’anni e accudito per tredici in seguito ai danni cerebrali riportati in un oscuro incidente) viene accusato di stupro da una studentessa assunta per assisterlo, Paige.

Nell’ottica, che non so se derivi da superficialità o da volontà di divulgazione, di cercare facili paragoni, che hanno un senso quando un omaggio/citazione/plagio è palese, per Scalene sono stati evocati Rashomon e Memento.

Oltre a ricordare che prima di Nolan fu Harold Pinter con Tradimenti (1978, versione cinematografica del 1983) a sperimentare una narrazione temporalmente retrograda, anche se indubbiamente nell’immaginario collettivo è ormai associata a Memento, le assonanze sono già finite e riguardano solo un terzo della pellicola.

Bisognerebbe avere il coraggio di affermare che la sceneggiatura di Scalene supera per complessità di struttura (e non solo) quella di Memento e con un risultato così finemente levigato da far sembrare naturale la fluidità con cui scorre il film che, rappresentato graficamente, assomiglierebbe a un nastro di Möbius o a una scala escheriana.

Il film esordisce con una collutazione fra Janice e Paige il cui esito è incerto e ripercorre a ritroso gli eventi che hanno spinto Janice a un’azione violenta.

Scalene torna indietro nella sua progressione per poi seguire une breve svolta e andare avanti tornando al punto di partenza.

E non si tratta solo di virtuosismo, che potrebbe essere fine a se stesso per quanto comunque fonte di godimento per i lobi frontali, ma della migliore scelta narrativa per conseguire il proprio obiettivo: muoversi avanti e indietro nella mente dei protagonisti, intrecciare non la visione oggettiva degli eventi, ma la percezione soggettiva (un bell’azzardo!) sfruttando la possibilità dei mezzi narrativi cinematografici di suggestionare e manipolare lo spettatore, come verificabile anche in Proxy.

Ciò non implica che Parker non offra chiavi di lettura oggettiva delle vicende (ne fornisce almeno una di dimensioni pantagrueliche nella parte centrale, eppure nel forum su IMDB è intervenuto lo stesso Parker a segnalarla, in un moto di umiltà o d’insofferenza per la disattenzione altrui), ma che la drammaticità della storia deriva non tanto da ciò che è davvero accaduto, ma dalle conseguenze dell’interpretazione dei protagonisti.

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The taking of Deborah Logan

ttodl

Here we go again…

La valanga di mockumentary che monopolizza da tempo il genere horror sta suscitando in più sedi alzate di sopracciglio o vero proprio rigetto.

Nel contempo una cornice visiva che più che finto-realistica è sovente povera, sciatta e visivamente intollerabile sembra non generare presso il grande pubblico le stesse reazioni di rifiuto e i produttori vedono in film a basso costo e una (relativamente) alta resa finanziaria una fonte di reddito da spremere.

Prima o poi questa subdola moda, che poteva sembrare intrigante ai tempi di The Blair with project, passando per esperimenti misti come The rise of Leslie Vernon, vedrà un ridimensionamento.

Non sono contrario a priori all’uso totale o parziale di questo genere di cornice, ma ritengo che debba essere giustificata e non sembrare del tutto pretestuosa fino a schiacciare ogni possibilità narrativa in nome della ripresa facile e low-cost.

E quando anche viene giustificata i risultati sono spesso aberranti sotto qualsiasi aspetto tecnico e questo è l’aspetto che più considero offensivo.

The taking of Deborah Logan sulla carta non solo risultava strutturato come un mockumentary, ma la sinossi lasciava presagire eventi di possessione, una sottocategoria di eventi horror di fronte ai quali ho sempre avuto difficoltà a rimanere serio, tra parole in latino pronunciate in modo maccheronico e gente tarantolata.

Di fatto il regista Adam Robitel, al suo primo lungometraggio, benché non risulti grondare di quella personalità che altri suoi colleghi (più dotati di talento o esperienza) hanno dimostrato addentrandosi nello stesso genere, nelle vesti anche di sceneggiatore si prende qualche libertà narrativa che esce dal canone del real-time o in più di un’occasione chiede sforzi biblici al direttore della fotografia per creare immagini o intere sequenze intrise di un’atmosfera surreale e malsana. Continua a leggere

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The town that dreaded sundown (1976-2014)

tttdsRemake, fonti originali e altri miracoli moderni

Per una valutazione analitica e completa di un film, al di là di osservazioni sul livello qualitativo (diverse a seconda della propria preparazione tecnica o della destinazione finale di un testo) e di altre di matrice viscerale e personale, considero spesso necessario conoscerne le fonti d’origine qualora si tratti di remake, sequel o, più diffusamente, film tratti da libri.

E’ una considerazione che ritengo sempre più valida quante più volte approfondisco le fonti di un film in quanto questi elementi aggiuntivi consentono di avvicinarsi a un tassello non trascurabile in una disamina che voglia ambire ad essere analitica: il processo creativo.

Come si può comprendere davvero un’operazione artistica se, oltre alle tecniche messe in atto, non vengono intercettati i passaggi mentali che hanno indotto un autore (regista, sceneggiatore, direttore della fotografia) a effettuare determinate scelte narrative o visive?

Di recente me ne sono convinto definitivamente dopo la visione di Under the skin, per la precisione proprio dopo la sua immagine conclusiva.

Avere letto il libro di Michel Faber permette di cogliere da una parte la provenienza di quella scena, ma anche di evidenziarne i radicali slittamenti di contesto e significato apportati da Glazer consentendo un’interpretazione più solida delle intenzioni del regista.

Posto che ci interessi, posto che non sempre è possibile, posto che riuscire a individuare le elucubrazioni di un artista è affascinante, divertente ed evita fraintendimenti che potrebbero essere causa di ingiuste critiche (o di critiche anche più solide).

Nella stessa ottica ho guardato in successione The town that dread sundown diretto da Alfonso Gomez-Rejon e l’originale La città che aveva paura diretto da Charles B. Pierce nel 1976 e la visione combinata ha influenzato una valutazione finale più positiva del primo.

Provo una diffidenza, che sfocia nella repulsione, per i remake, non perché il concetto in sé m’infastidisca, ma perché nella maggior parte dei casi si tratta dell’equivalente di liofilizzazzione a fini di PG-13 o di pratiche medievali di stupro artistico (se non culturale nel caso di film orientali, una pratica razzista, sciovinista e arrogante che si scontra sempre con la superiorità degli originali).

E non apro parentesi sui remake delle serie televisive che nascono in parte dalle stesse motivazioni e si addentrano in paludi in cui non esiste vergogna né per l’infima qualità né per il plagio.

Finché un remake degli yankee investe prodotti di purissimo artigianato yankee (un serial-killer mascherato soprannominato The phantom massacra coppie nella città di Texarkana), non solo non sono contrario per principio, ma ritengo che sia anche auspicabile che quel remake possa tramutarsi in un’operazione di omaggio e ringiovanimento per film che non abbiano resistito alla prova del tempo (il dramma corre sul filo tra ciò che è auspicato e i risultati). Continua a leggere

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