Cinema, recensione

It follows

itfollowsWe knocked on the doors of Hell’s darker chamber, pushed to the limit, we dragged ourselves in

Dopo Headless non ho guardato alcun film horror (per lo meno non per più di pochi minuti vista l’offerta del periodo) e la visione di It follows è stata come delizioso ma poco saziante finger-food dopo una grande abbuffata.

Il commentatore di un thread presente su Bloodydisgusting (-spoiler alert-) lo ha definito come un horror diretto da Sofia Coppola.

Sofia Coppola non dirige con le stesse cura e maestria di David Robert Mitchell, ma la sensazione di vuoto ineffabile l’ho provata più volte durante la visione di It follows che nel suo concederti tempo di decostruirlo e interpretarlo, nel suo essere incorniciato da un artigiano raffinato, pecca di visceralità o volontà di colpire duramente lo spettatore immergendolo, se mai, in un’atmosfera che punta più a creare malessere, a fornire input da far maturare fra le sinapsi in modo sensoriale (e solo nel finale nel modo più verbale possibile, sebbene attraverso il filtro colto, e onanisticamente altisonante, di Dostoevskij).

E’ un difetto?

Moltissimi, a quel che si legge, sono usciti terrorizzati dalla sala.

Se invece siete come me, e se non vi si prende per la gola, e vi si fa vagheggiare durante i tempi morti, la tensione cala e l’esperienza fruita è ben differente da quel che la maggior parte dei commenti indurrebbe a pensare.

Anche perché It follows potremmo, con le dovute pinze e pinzette, definirlo un horror esistenziale in cui il pretesto della persecuzione da parte di un’entità sovrannaturale polimorfa che viene trasmessa sessualmente, ma che permane visibile a chi ne sia stato vittima, non è di certo metafora delle MTS (tanto più in un film che non scade nel sessismo o nella colpevolizzazione della promiscuità), ma l’incarnazione di un sentire profondo che, quando nasce, costituisce la cesura fra giovinezza ed età adulta: l’inevitabilità e l’imprevedibilità del cambiamento, della decadenza, della morte. Continua a leggere

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Cinema, recensione

Headless

headlessposterPremessa

Nell’epoca in cui tutti, me compreso, esprimono con disinvoltura la propria opinione su qualsiasi argomento sono rimasto piacevolmente sorpreso nel sentirmi messo all’angolo da un film su cui avevo proiettato aspettative e pregiudizi precisi e che, per la natura della sua progettualità, pone i commenti ad alto rischio di fraintendimento o, al contrario, di sopravvalutazione, tanto da aver litigato nella mia mente a proposito di diversi elementi per riuscire a inquadrare nel modo più corretto possibile Headless, con tutto il grado di approssimatezza derivante dalla mia sensibilità personale e attuale (a 12 anni i miei occhi avrebbero brillato per l’orgoglio onanistico di aver visto uno di quei film così estremi che non vedi l’ora di descriverlo a un tuo parente prossimo per procurargli un infarto).

Nota a margine: se avete visto Found sapete che cosa vi può proporre Headless in termini di gore, se non l’avete visto, e siete in cerca di shock da perversione, chiedetevi se è il primo film del genere che affrontate e nel caso potete pure pensarci due volte. Continua a leggere

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Cinema, recensione

Alléluia

ALLELUIA-AFF 120x160.inddQuand on est amoureux c’est merveilleux

Quale occasione un nuovo film di Fabrice Du Welz per parlare d’amore o, per la precisione, di come sia rappresentato l’amore al cinema.

Ricollegandomi alla premessa del post precedente, appartengo a quel gruppo di persone che non nutre interesse nella rappresentazione fiabesca di una relazione romantica, perché nella mia testa appare fasulla come una propaganda sessista o un modo di abbellire voglie genitali di cui la letteratura italiana è colma di esempi da secoli.

E’ una rappresentazione che spesso espelle gli elementi carnali e viscerali, i contrasti, i dissidi, gli alti e i bassi, la biochimica e i feromoni citati in una secca risposta proprio dalla protagonista di Spring.

Eppure ritenere che l’amore sia solo biochimica e feromoni, o uno motore riproduttivo, nulla sottrae all’amore, alle sensazioni, al senso di confusione o stupore che suscita.

Sarebbe come affermare che eliminato dio dall’equazione etica o esistenziale non resta alcunché, ma dissipate le cornici e le cornicette, lo schema virtuale, ideologico o poetico, le sensazioni innescate da un sentimento amoroso sussistono comunque.

Posso avere un’etica anche senza dio? Certo.

Posso sperimentare e godere dell’amore pur consapevole dei moti molecolari di cui è intessuto?

Certo, non li si può fermare.

E a chi non sono graditi tutti quei neurotrasmettitori che lubrificano le sinapsi?

E soprattutto possono essere incontrollabili, ingestibili, proprio come gli istinti riproduttivi o di ricerca del piacere.

Prendete questo caotico insieme di elementi, aggiungeteci euforia, gelosia, desiderio carnale e senso narcisistico di (onni)potenza e di completezza derivato dall’essere in coppia e vi avvicinerete all’amore folle, selvaggio, criminale.

Du Welz, seguendo i principi base, quasi da manuale, del realismo magico racconta di nuovo proprio una storia d’amore, ma focalizzata su quegli aspetti del desiderio d’amore che lo rendono oltraggioso, terrificante e pericoloso (per sé, per gli altri). Continua a leggere

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Spring

spring

Nel 2012 Justin Benson e Aaron Moorhead furono notati da una certa frangia della critica per Resolution, film in cui lo stile e la scrittura sono la sostanza, in cui vengono sfondate ludicamente (con conseguenze anticlimatiche) le pareti fra lo spettatore e la pellicola stessa in una partita a scacchi metacinematografica in cui le pedine sono gli stereotipi dei film horror, partita che in The cabin the woods diventava essa stessa storia mentre in Resolution restava appigliata a uno schema a tesi e intellettualoide di cornice, appesantito da un autoironia che i registi devono aver trovato divertente mentre io perdevo progressivamente risoluzione sulla poltrona fino a diventare una macchia indefinita.

Il metacinema horror è nato e morto nel 1996 per quel che mi riguarda ed esprimendomi nel modo più assoluto da un punto di vista soggettivo non nutro particolare interesse per film horror che non riescano a toccare corde viscerali.

Certo, è sempre meno impegnativo di leggersi un saggio cinematografico, ma le autofellatio sono divertenti in teoria, e anche in pratica per chi riesce a farsele, ma ridicole da guardare.

Questa premessa egoriferita mi serve solo per essere onesto riguardo le opinioni su Spring e ritengo che in un commento al film consentire al lettore di discernere tra le affermazioni fondate/obiettive e le opinioni possa permettergli di pensare a te questo non piace, ma invece è proprio quello che cerco.

E pur partendo dal presupposto che qualsiasi recensione contenga particelle inevitabili delle preferenze o emotività del recensore, spesso il tono delle recensioni è quello di Mosè che annuncia qualche rivelazione trasformando un ragionamento critico in propaganda.

E la propaganda nel caso di Spring è fondamentale, a partire da un trailer che inganna e da recensioni positive il cui apice è raggiunto dall’uso di aggettivi come monumentale o perfezione sublime.

Spring, come Resolution, è un film con qualità obiettivamente riconoscibili ed elementi che soggettivamente possono essere alternativamente pesati come fastidiosi o come trascurabili nell’economia della narrazione.

Perché non scrivere succede questo e quest’altro, è assurdo, inconcepibile, ma non importa, ho preferito quel che sentiva la mia pancia agli allarmi che mi lanciava il cervello?

Non toglie nulla al film, è sincero e se sei una persona che ha dei limiti alla sospensione dell’incredulità e non apprezzi le storielle romantiche magari da Spring te ne tieni distante. Continua a leggere

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Rigor mortis (Geung si)

rmAvrei potuto scrivere una lunga premessa per spiegare per quale motivo non abbia pubblicato un post nell’arco di due mesi, ma mi sono censurato riflettendo sul fatto che non esistono folli che si siano posti la stessa domanda e che comunque non devo spiegazioni a nessuno, in fondo non ho mai mantenuto una periodicità regolare.

Tuttavia l’anno scorso avevo raggiunto l’intento di individuare una dozzina di film su cui valesse la pena (anche in termini di mero divertimento personale) aggiungere qualche commento, inerente o a latere, e mi ero proposto un intento simile per quest’anno.

Il 2015 è ancora lungo, posso ancora raggiungere il mio obiettivo, e si prospetta come un anno interessante per i film di genere, ma (ed è l’unico riferimento personale che possa servire a corrobare il mio discorso) un contesto lavorativo in fastidioso fermento che ha esacerbato le mie congenite insofferenze e idiosincrasie mi ha portato da una parte a divorare film come se non ci fosse un domani, dall’altra a espellerli tutti inesorabilmente da ogni orizzonte blogghereccio, il corrispettivo di una vera e propria sindrome bulimica.

Mi sono fermato a riflettere se a forza di guardare troppo non fossi diventato cieco (e lascio un saluto a Wenders), invece ho concluso che a forza di guardare troppo ho visto quanto molti film fossero tutti inesorabilmente identici, con le loro piccole variazioni di gusto, ma di base lo stesso piatto.

Per cui non è che non abbia scritto niente perché non ho più guardato niente, ma perché non ho visto niente su cui m’interessasse blaterare o ci tenessi a segnalare (caso mai qualcuno fosse più distratto di me) e l’insofferenza di cui sopra mi ha spinto a non sprecare su certe pellicole ulteriore tempo.

Perché non dedicare spazio alla nuova reazionaria ondata di licantropi (Wer, Late phases, When animals dream), all’ennesimo mockumentary (The atticus institute), agli anni ’90 bombati di CGI (Fear clinic), al suicidio artistico di Balaguero (REC 4), al primo horror-thriller bulgaro (Roseville), a fastidiose vette, chissà quanto inconsapevoli, di hipsterismo (Starry eyes, The Guest), al foot-fetish omofilico (Phobia) o a quell’altra decina di filmacci di cui ho pure rimosso il titolo?

Perché ho acquisito maggiore considerazione del mio tempo libero, sempre più scarso, e di quello di chi decide di dedicarmi un po’ di tempo.

Dato che sono privo dell’ironia di alcuni noti blog, e a lamentarmi di questo o quell’altro film ormai sembrerei solo uno dei vecchi dei Muppets, preferisco consigliare un’opera che (secondo i miei parametri personali) è da vedere, magari un’opera di cui non s’è discusso molto, che spiegare perché il tal film non sia stato di mio gradimento.

Da questo potete anche dedurre che già solo i titoli citati in precedenza per me sono prescindibili (aggettivo da interpretare con una valenza estremamente eufemistica) e se vi sono piaciuti è affar vostro.

D’altra parte ho i miei punti deboli per cui, dato che al momento non ho in mente un film che mi faccia sudare dalla voglia di scriverne, vi consiglio almeno Rigor mortis che ha colpito uno dei miei due punti deboli: uno sono i testicoli, l’altro il mio occhio. Continua a leggere

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Gone girl (L’amore bugiardo)

ggIl post è rivolto a chi abbia già visto il film diretto da David Fincher o letto l’omonimo libro di Gillian Flynn dato che contiene numerosi accenni alla trama. Anche voi uccidereste se qualcuno ve la rivelasse.

Sommario

1.Introduzione

2.Le tre note dolenti

a) Il matrimonio: una forma astratta di body-horror

b) Misoginia: la seconda corda

c) Sweet dreams are made of this: la terza corda

3.Il film (oltre ai commenti sparpagliati nel soprastante sparpagliamento di idee)

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Cinema

Tusk

TuskUna regola che seguo da tempo è quella di non scrivere a proposito di film che non siano stati di mio gradimento cercando di limitare il numero dei post e di dedicarli solo a quelle pellicole che, pur con i loro eventuali difetti, meritano una visione.

Nel caso di Tusk compio un’eccezione notevole perché da una parte mi ha irritato, dall’altra la prima metà del film riesce a intrigare prima che Kevin Smith, come il suo personaggio, si faccia prendere dal panico e non sappia più che pesci pigliare.

Pertanto più che una recensione quello sottostante è un commento a margine, visceralmente personale (sono certo che molti, più teneri di cuore o che non amano essere picchiati dai film, non concorderanno col mio punto di vista), concentrato sulla seconda parte e il finale, di conseguenza comprensibile solo per chi abbia visto Tusk e da evitare per gli altri.

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