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Peace is for pussies

Killers

KillersHo atteso Killers con la stessa ansia con cui Rosemary attese il suo pargolo ma, al contrario di quell’incarnazione metaforica della borghesia, non ho accettato il concepito proprio perché aveva gli occhi di suo padre, e non nonostante.

In questo caso il padre è rappresentato dagli stilemi americani che soffocano le peculiarità cinematografiche di una fetta di produzione indonesiana che in maniera dichiarata affonda le mani in idee e immaginari non propri per rilanciarli con un ritmo, una violenza e una libertà espressiva la cui mancanza ha reso asfittica una consistente parte dell’horror americano.

Il dubbio che lo spazio conquistato dai film indonesiani nei festival e sulle riviste sia dovuto al fatto che stanno diventando digeribili per un pubblico più vasto era già  insorto guardando alla progressione creativa di Joko Anwar che nell’arco di soli tre film è passato dall’essere aria nuova e talentuosa a realizzare Wrong turn à la Tarantino (ma meglio di Tarantino).

Per quanto riguarda il duo Mo Brothers, Macabre spiccava proprio per la visione artistica personale e non stereotipata, di certo non per l’essere l’ennesima rivisitazione di Non aprite quella porta, e gli assoli di Timo Tjahjanto (L is for Libido e Safe heaven) lasciavano intravedere spiragli su potenzialità infernali.

Quindi la domanda che viene formulata dal più profondo del mio cuore è: perché questo innocuo parto eutocico quando era lecito sperare in un parto cesareo condotto da un chirurgo sotto anfetamine?

L’approdo al Sundance Festival doveva già essere interpretato come il segnale di un appiattimento e di un coronamento critico di maniera?

Sulla carta i presupposti per un film che riuscisse a far esplodere le coronarie di chi ritrova nelle cinematografie orientali spunti unici, persino sciovinisticamente unici, erano tutti presenti.

Coproduzione Giappone-Indonesia.

Storia originale di Takuji Ushiyama, già produttore di Nightmare detective, e script di Timo Tjahjanto.

Tra i produttori giapponesi, Yoshinori Chiba (Machine girl, Tokyo Gore Police, Yattaman, Cold Fish), nome che solleticava il desiderio di ultraviolenza fino a farne temere le degenerazioni più grottesche di quel tipo di cinematografia.

Gareth Evans tra gli altri produttori a premere sul tasto azione (e la sua presenza è l’unica di cui si ha sporadico sentore).

Un cast e un comparto tecnico ristretti e già collaudati da registi e produttori in quasi tutte le loro opere, dato che forniva l’impressione di un progetto autonomo, autoctono e davvero indipendente.

Invece tra le maglie di questa bromance tra uno psicopatico giapponese, Nomura, e un giornalista indonesiano sull’orlo di una crisi di nervi, Bayu, precipita qualsiasi collante  che potesse conferire spessore a una narrazione capace di turbare o non essere prevedibile e moralista in un modo così banale da risultare ipocrita e irritante.

Da un lato un serial-killer di cui si eviscerano traumi giovanili, che dovrebbero costituire il substrato di una visione psicotica e nichilista della vita e che invece non spiegano alcunché, dall’altro una più realistica reazione di rivolta verso il potente di turno da parte di un reporter che sta vivendo anche una rottura matrimoniale condita da vessazioni famigliari.

Temi quali la fascinazione innata per la violenza, l’esercizio della stessa come giustizia privata o psicopatologica vissuta con autoindulgenza dagli autori degli omicidi, la rete come nutrice di una pornografizzazione anestetizzante, sono appena lambiti, come se un cenno fosse testo e non sottotesto, come se non fossero specchietti per allodole critiche che si accontentano di una superficialità che in due ore abbondanti di pellicola raramente viene scalfita (la scena di vampirismo psichico nel parco dei suicidi di Aokigahara) aggiungendo elementi di (dis)umanità a protagonisti altrimenti incolori, stereotipati e addolciti in un paio di occasioni da ilare humour nero che funziona nello scatenare la risata, ma seppellisce la tensione invece di far scorrere brividi e contribuisce a rendere incoerente il tono del film che, insieme ad alcuni passaggi narrativi claudicanti, non aiuta lo spettatore a restare immerso nella visione.

Uno sforzo di scrittura maggiore è evidente nella costruzione del personaggio di Nomura e nella trama secondaria del suo incontro con una ragazza e il suo piccolo fratello autistico, ma la ricerca di anime perse da parte di Nomura, potenziali educandi, è strutturata in modo involuto e poco solido ma, soprattutto, trattata con scarsi interesse e passione, perché se di Killers vi rimarrà qualche traccia nella memoria sarà solo per aver notato e registrato la stilizzazione spesso raffinata nella costruzione delle scene a più alto tasso di intrattenimento o azione.

Gunnar Nimpuno si era già dimostrato abile nel gestire la fotografia complessa di Modus Anomali, tra boschi notturni e soleggiata distruzione di nuclei famigliari, e in Killers dà il massimo in qualsiasi situazione, soprattutto quando può manipolare le luci negli interni dipingendo un’acida discoteca o sottolineando gli inquietanti grigi delle pareti di cemento che rendono la casa di Nomura una (troppo leggibile) metafora di labirinto mentale nonché un gigantesco feretro che custodisce un defunto segreto.

Il montaggio fa la sua parte nel distribuire colpi bassi (ma, e lo comunico con dolore a chi riponeva speranze pure in un gorefest, infinitamente meno di quanto ci si potesse attendere persino nella peggiore delle ipotesi, nonostante non manchino un paio di dettagli raccapriccianti e suggeriti fuori schermo) e la colonna sonora è costruita su un intrigante mix di brani classici e distorsioni industriali che svolgono egregiamente la loro funzione emotiva, spesso raccontando più di quanto racconti la scena stessa.

In Killers prevale l’intrattenimento sotto una patina riflessiva di fatto inconsistente e ben distante da produzioni orientali in cui generi come l’horror o il thriller sono stati coniugati in modo intelligente persino a tematiche sociali.

E per quanto lo stile prevalga e regali spesso immagini che compiacciono gli occhi o sequenze di gruppo assurde e caotiche in cui lo zampino del produttore di Evans si avverte con forza (ma non osate imbastire paragoni con la sequenza delle martellate di Old boy), ci troviamo comunque di fronte a un prodotto inferiore a pellicole che giocano nello stesso campionato come I saw the devil, per citare un modello riuscito.

Ed è un peccato, perché oltre a mancare l’energia di un pugno ben assestato la trama viene disseminata di rivoli narrativi tanto intriganti quanto esili e diretti in modo pedissequo.

Il dialogo nel parco di Aokigahara e la scena successiva con Nomura che batte il dente insanguinato di una vittima contro il bordo della vasca da bagno già da soli erano ottimi spunti per inquietudini personali ed esistenziali.

Un battito veloce all’interno di un film che assomiglia a un passo indietro verso una standardizzazione di situazioni e soluzioni con un occhio di troppo rivolto al mercato e un messaggio conclusivo semplicistico e urlato che sembra quasi uno scherno se non segno di una scrittura non sufficientemente evoluta rispetto alle sue stesse ambiziose premesse.

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Questa voce è stata pubblicata il 09/09/2014 da in Cinema, recensione con tag , , , , , .

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